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L'ignoranza e i miti sul patriarcato bianco: una lezione dall'Odissea

di Roberto Damico - 09/07/2026

L'ignoranza e i miti sul patriarcato bianco: una lezione dall'Odissea

Fonte: Roberto Damico

L'attrice Lupita Nyong'o, che nel nuovo film di Nolan sull'Odissea interpreta il ruolo di Elena — non mi soffermerò sul fatto che Omero la definisca «dalle bianche braccia» (λευκώλενος), aggettivo che oggi farebbe scattare l'ira dei commissariati del politically correct — ha ripetuto a pappagallo l'ideologia dominante, giusto per dare quel sapore politico al film. Ha deciso di affermare che Omero avrebbe dato poco spazio alle donne.
Ora, entrare davvero nella polemica mi interessa pochino. Ma usare questa dichiarazione, che mostra solo la crassa e orgogliosa ignoranza di chi l'ha fatta — e comune a tutta un'area culturale che confonde la militanza con la conoscenza — può essere utile per sfatare alcuni miti. Segnatamente, quello di un Occidente preda eterna di un patriarcato bianco etero cis, oppressore per definizione e incapace di produrre, nei suoi millenni di storia, nulla che non sia dominazione maschile.
Intanto possiamo partire sottolineando che Iliade e Odissea sono ambientate nel XII secolo a.C. circa e rappresentano una Grecia arcaica. I testi, nella forma che possediamo, vengono composti nel VI secolo a.C., nella Atene del tiranno Pisistrato. Dunque siamo in un periodo che non è esattamente accostabile al Sessantotto e a un clima da Pride. È un mondo di guerrieri, di regni, di schiavitù, di sacrifici umani, di vendette. Contestualizzare non significa giustificare: significa non giudicare il passato con gli strumenti del presente, pena l'impossibilità di capirlo.
Tuttavia, guardando i testi, si nota qualcosa di sorprendente.
Certamente nell'Iliade, in cui si parla di combattere, il ruolo maschile è altamente preponderante. La guerra è affare di uomini nel mondo antico, e le donne appaiono come bottino, come madri in attesa, come vedove. Eppure, anche lì, le figure femminili hanno spessore e autonomia. Cassandra, la profetessa maledetta da Apollo, al cui grido profetico nessuno crede: non è una vittima passiva, è una coscienza tormentata che vede ciò che gli eroi non vedono. Ecuba, la regina di Troia, la cui disperazione per la morte di Polidoro e di Ettore è tra le pagine più strazianti della letteratura universale. Clitennestra, che uccide Agamennone e Cassandra stessa, e che nelle Coefore di Eschilo diventa l'archetipo della donna che si ribella alla sopraffazione maschile — non è un'eroina, ma nemmeno un'ombra. È un personaggio, con desideri, rancori, strategie.
Nell'Odissea, però, questa cosa è molto più accentuata. Il poema è, in fondo, un viaggio attraverso un mondo femminile. Nausicaa, la principessa dei Feaci, che trova Odisseo naufrago e lo aiuta con una decisione autonoma, quasi disobbedendo al pudore convenzionale: non è una figura sottomessa, è una giovane donna che sceglie, che agisce, che desidera — e Omero lo dice chiaramente, quando lei pensa che i suoi compagni potrebbero invidiarle un marito così bello. Circe, la maga che trasforma i compagni di Odisseo in porci e poi lo tiene per un anno come amante: non è una vittima, è una potenza, un'incarnazione del pericolo e della seduzione femminile. Calypso, la ninfa che lo trattiene per sette anni nell'isola di Ogigia, offrendogli l'immortalità se resta con lei: è lei a dettare le condizioni, è lei a piangere quando Odisseo parte, ma è anche lei a riconoscere, con amarezza, che gli dèi hanno deciso diversamente.
E Penelope, ovviamente. Il motore di tutto. L'astuzia che tiene in piedi Itaca mentre i Proci saccheggiano la casa. Il filare di giorno e lo sfilare di notte, la menzogna che salva, l'attesa che non è passività ma resistenza attiva, strategica, politica. Senza Penelope, Odisseo non ha casa a cui tornare. Senza Penelope, il poema non esiste.
Atena, poi. Atena, dea della saggezza e della guerra, protettrice di Odisseo fin dall'Iliade. È lei a ispirare Nausicaa. È lei a convincere Zeus a liberare Odisseo da Calypso. È lei a trasfigurare Odisseo prima dell'incontro con Nausicaa, prima del riconoscimento con Telemaco, prima della vendetta finale. Senza Atena — che era una donna, e dea, e protettrice — Odisseo non sarebbe andato da nessuna parte. L'eroe greco non è il self-made man del capitalismo statunitense : è un uomo che deve l'intero suo percorso all'intercessione femminile, divina e umana.
E si ricordi, di sfuggita, che il testo è stato scritto circa 1200 anni prima del Corano, in cui l'unica donna ad avere un nome è Maria — perché madre di Gesù, e quindi rilevante per la teologia maomettana. Le altre mogli di Abramo, le figlie, le serve, le profetesse, restano anonime, ombre in un testo che parla agli uomini e per gli uomini. Non sto facendo una gara tra civiltà: sto semplicemente notando che, se vogliamo parlare di «spazio alle donne», la scala dei valori va ribaltata. Non è il mondo greco arcaico il più arretrato: è, al contrario, straordinariamente avanzato per il suo tempo, e per molti tempi successivi.
Insomma, certamente il protagonista dell'Odissea è Odisseo. Ma senza Atena, senza Penelope, senza Nausicaa, senza Circe e Calypso — senza, perfino, le sirene che tentano e le ninfe che consolano — il poema non esisterebbe. La donna non solo ha un ruolo spesso centrale nelle vicende, ma spesso autonomo, decisionale, motore del racconto. Non è la comparsa che la retorica del patriarcato bianco vorrebbe farci credere. È la sostanza stessa del viaggio.