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Mahmoud Ahmadinejad: la bufala che il New York Times non riesce a seppellire

di Pino Cabras - 15/07/2026

Mahmoud Ahmadinejad: la bufala che il New York Times non riesce a seppellire

Fonte: Pino Cabras

Ventiquattr'ore dopo il mio pezzo sulla «Fabbrica del Sogno e della Menzogna», l'ufficio di Mahmoud Ahmadinejad ha diffuso la smentita ufficiale: nessun arresto domiciliare, nessuna trama con il Mossad, e un giudizio tagliente sul New York Times, definito un giornale «noto per pubblicare notizie false e invenzioni», capace di riproporre «dopo 55 giorni» lo stesso «scenario hollywoodiano» già servito il 20 maggio. Il comunicato è stato pubblicato integralmente dalle principali testate iraniane e ripreso da varie agenzie internazionali.
Potrei fermarmi qui e passare all’incasso. Non lo farò, perché sarebbe un errore di metodo, e il metodo è precisamente ciò di cui voglio parlare.

Il comunicato di Teheran contiene due smentite di diverso peso.
La prima riguarda la sostanza dell'accusa: nessuna intesa con il Mossad, nessun ruolo assegnato nel dopo-regime. Su questo piano, per come vanno le cose, una smentita non chiude nulla: l'ufficio di un ex presidente respingerebbe un'accusa simile in ogni caso, e con tanta più energia quanto più fosse scomoda. È il territorio delle affermazioni interessate: né il comunicato di Teheran né le confidenze anonime degli apparati costituiscono, da sole, una prova. Con una differenza non secondaria: la prima parte si assume pubblicamente la responsabilità di ciò che afferma, le seconde no. Anche se – dati i precedenti – un’idea possiamo farcela da subito.
La seconda smentita è invece di tutt'altra pasta: «Ahmadinejad non è agli arresti domiciliari». Va oltre una mera professione d'innocenza, perché fa un'affermazione fattuale sul presente, verificabile e falsificabile: o un uomo è recluso in casa propria, o non lo è. E qui il New York Times ha commesso l'errore che ogni disinvolto costruttore di narrazioni dovrebbe evitare: infilare nel pacchetto un elemento controllabile. Con un dettaglio già oggi imbarazzante: pochi giorni prima dell'articolo, Ahmadinejad era comparso in pubblico ai funerali di Ali Khamenei, ripreso dalle telecamere di mezzo mondo, nella sua prima uscita dopo la guerra (quella guerra in cui la stessa compagnia di giro aveva perfino strombazzato che era morto). E c’è di più: la voce degli arresti domiciliari nacque proprio dentro quella bufala. Il 1° marzo il quotidiano israeliano Ma’ariv dava Ahmadinejad contemporaneamente agli arresti domiciliari e ucciso in un attacco mirato sulla sua residenza: recluso e defunto nello stesso dispaccio, poi smentito dai fatti. Una genealogia che parla da sola. Si potrà obiettare che un arresto domiciliare può essere morbido, intermittente, sospeso ad hoc per un'uscita di rappresentanza. Ma il carico della prova si è rovesciato: da qui in avanti, ogni apparizione pubblica dell'ex presidente sarà un piccolo referendum sull'affidabilità del New York Times. E quando la parte controllabile di un racconto è la prima a vacillare, è lecito chiedersi quanto valga la parte incontrollabile che le è stata cucita addosso.
Resta poi il problema che precede ogni smentita: come si costruisce una notizia mondiale. E qui il quadro è impietoso: un reportage fondato in modo pressoché integrale su fonti anonime degli apparati di intelligence di due Paesi che hanno appena bombardato l'Iran, diffuso in tempo di guerra (sì, la guerra c’è ancora), privo di qualunque possibilità di verifica indipendente, con protagonisti che non possono replicare se non per comunicato. Trentaquattro anni fa si sarebbe chiamata, con elegante eufemismo, «informazione di fonte governativa». Oggi si chiama giornalismo investigativo, e magari vince dei premi. Assegnati da un’apposita giuria di bugiardi.
Quando avevo scritto che non mi fidavo, non possedevo informazioni segrete. Ero semplicemente fornito di un criterio: quando le stesse strutture che hanno preparato, gestito e raccontato una guerra ti servono un piatto così ben guarnito di dettagli romanzeschi (l'auto nera che sfreccia dopo il bombardamento, il rifugio segreto, l'ex presidente trasformato in asset del Nemico) la prima domanda non è «sarà vero?», ma «a chi serve che io lo creda?».

Le fonti anonime hanno una storia, e la storia si può verificare. Prendete il comandante delle Forze Quds, Esmail Qaani: nei mesi scorsi le stesse filiere informative lo hanno dato per morto, poi resuscitato, poi arrestato per tradimento, poi addirittura rifugiato in Israele. L'altro giorno era in prima fila ai funerali di Ali Khamenei, visibilmente vivo e visibilmente non a Tel Aviv a sorseggiarsi un drink.
Questo non è un dettaglio pittoresco: è il tasso di errore documentato di un canale informativo. Nessun laboratorio si fiderebbe di uno strumento che ha sbagliato le ultime quattro misurazioni. Il giornalismo occidentale, invece, rimette ogni volta lo strumento sul bancone e lo presenta come nuovo. Ci sarà sempre un Molinari o un suo clone che vi vorrà addestrare alla creduloneria.

Sarei un pessimo avvocato della mia tesi se ignorassi l'unico elemento del reportage dotato di nome e cognome: Gergely Deli, rettore dell'Università Ludovika di Budapest, che al New York Times ha dichiarato di aver ricevuto all'inizio del 2024 la richiesta, da un alto funzionario del governo ungherese, di organizzare una conferenza sul clima e invitare Ahmadinejad, con l'intesa che l'evento avrebbe offerto l'occasione per colloqui riservati con esponenti dell'intelligence israeliana. Deli è arrivato a definirsi uno «Strohmann»: alla lettera, un uomo di paglia, un prestanome, un cieco strumento di occhiuta manipolazione.
Prendiamo la dichiarazione sul serio, perché è l'unico appiglio verificabile dell'intera costruzione. Che cosa prova, esattamente? Prova - ammesso che Deli riferisca il vero - che qualcuno gli raccontò che la conferenza sarebbe servita a quello scopo. Deli non ha assistito ad alcun incontro, non ha visto alcun documento, non conosce alcun contenuto: la sua è una testimonianza di seconda mano sulla cornice, non sulla sostanza. Tra «mi dissero che l'evento avrebbe potuto favorire dei colloqui» e «il Mossad ha reclutato Ahmadinejad per farne il leader del dopo-regime» corre la stessa distanza che passa tra il racconto di seconda mano di un presunto invito a cena e un solenne contratto di matrimonio. A ben guardare, la figura che Deli incarna è quella antichissima del sensale di paese: l’uomo che combina l’incontro tra le due famiglie e apparecchia la stanza buona. Ma il sensale può testimoniare di una cosa sola: di aver vagamente favorito la possibilità di combinare un incontro. Il New York Times, invece, dal racconto del sensale deduce le nozze celebrate, la dote versata e perfino il nome dei figli.
E c'è una domanda che il New York Times non si pone: perché un rettore ungherese, figura istituzionale di un Paese che gioca da anni una delicatissima partita di equilibrio tra Bruxelles, Mosca, Tel Aviv e Washington, decide proprio ora di confermare pubblicamente una simile cornice? Chi ha interesse, a Budapest o altrove, ad accreditare oggi quel racconto? Il reportage tratta Deli come un certificato di autenticità; io lo tratto come un ulteriore tassello da spiegare, perché le conferme che arrivano puntuali quanto le accuse meritano lo stesso scetticismo delle accuse.

Che il mio non sia lo scetticismo isolato di un commentatore «eretico» lo dimostra la reazione di Christiane Amanpour, volto storico della CNN e certo non ascrivibile al fronte antimperialista: davanti al reportage ha manifestato pubblicamente la propria incredulità: davvero Ahmadinejad, il presidente che metteva in discussione il sistema di narrazione dell'Olocausto, l'uomo accusato di voler cancellare Israele dalle mappe (in realtà disse una cosa assai diversa che documentai 18 anni fa, ma così lo raccontavano), l’uomo di Stato che accelerò il programma nucleare, sarebbe stato il cavallo su cui il Mossad puntava così tante carte da buttarsi in guerra costasse quel che costasse? Il New York Times è stato costretto a difendersi in pubblico da Amanpour, rivendicando la solidità delle proprie fonti e la firma di quattro dei suoi corrispondenti più titolati.
Registriamo il fatto: il mainstream si è diviso. Quando perfino chi abita nello stesso ecosistema informativo alza il sopracciglio, non è più tanto questione di malizia dei critici, quanto di fragilità del prodotto.

Resta la domanda regina, quella che nessuna fonte anonima può eludere: perché adesso? Il primo articolo esce il 20 maggio e cade nel vuoto. La replica ampliata arriva 55 giorni dopo - lo ha contato, con precisione notarile, lo stesso comunicato di Teheran - a ridosso dei funerali di Ali Khamenei e della prima riapparizione pubblica di Ahmadinejad dopo mesi, cioè nel momento esatto in cui la Repubblica Islamica attraversa il passaggio successorio più delicato della sua storia. Un momento in cui tutte le figure più esposte della vita pubblica iraniana hanno dovuto adottare misure straordinarie per non essere bombardate non appena la traccia di una loro apparizione fosse finita nel mirino elettronico degli utilizzatori di Palantir e altre piattaforme sicarie di IA.
In un frangente simile, una storia come questa non funge da informazione ma da operazione speciale. Serve a due scopi che avevo già indicato e che confermo. Verso l'esterno, accredita retrospettivamente l'idea che l'azzardo di forzare il crollo dello Stato iraniano avesse davvero appigli interni, e dunque una sua razionalità. Verso l'interno, semina il sospetto tra le classi dirigenti iraniane nell'ora in cui si ridisegnano le gerarchie, additando come possibile traditore una figura ancora relativamente popolare (per quanto ultimamente defilata e senza particolare presa sugli apparati). Due piccioni con una fava: legittimare retrospettivamente la guerra e avvelenare il passaggio successorio iraniano.

Torno allora al bivio da cui ero partito, per quanto le smentite di Teheran non scioglieranno tutti i nodi agli occhi dell’Occidente. Pongo l’attenzione soprattutto su quella verificabile, la storia degli arresti domiciliari, smentita da un uomo che le telecamere hanno appena mostrato in pubblico. O il New York Times non è in grado di sottoporre a verifica minima il materiale che gli arriva dagli apparati, e allora trasforma spazzatura di intelligence in notizia mondiale per incapacità; oppure sa perfettamente fare due più due, e allora lo fa in malafede, prestando la propria autorevolezza residua a un'operazione psicologica in corso. Tertium non datur, e in entrambi i casi il verdetto deontologico è identico: inaffidabilità.
Io, con mezzi infinitamente minori di quelli della più celebre redazione del mondo, avevo scritto il mio giudizio prima della smentita. Non per merito divinatorio, ma per l'applicazione di un criterio che chiunque può adottare gratuitamente: guardare chi parla, che cosa ci guadagna, e quante volte ha già mentito. È un metodo antico, si chiamava giornalismo.