Ranucci denuncia la violazione del segreto investigativo: ciò su cui Report campa da sempre
di Ermes Antonucci - 13/07/2026

Fonte: Il Foglio
L’ultimo sviluppo del caso Ranucci-Lavitola è così surreale che si fatica a crederci. Il conduttore di Report, cioè una trasmissione televisiva che da anni produce inchieste basate su fughe di notizie dalle procure di tutta Italia e sulla gogna mediatica nei confronti dei malcapitati (alimentata da allusioni, illazioni e suggestioni di ogni genere), ha fatto sapere di aver presentato querela per diffamazione aggravata nei confronti dei giornalisti che hanno diffuso “dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni” in relazione all’attentato subìto davanti casa lo scorso ottobre, e di aver depositato un esposto alla procura di Roma per “violazione del segreto investigativo”. Un colpo di scena paradossale, ancor di più se si considera l’indignazione mostrata sempre da Ranucci ogni qualvolta una vittima del “metodo Report” si è permessa di querelare la trasmissione: “Un attentato alla libertà di informazione”, hanno sempre ripetuto Ranucci e i suoi colleghi. Ora però è il team di Report a querelare chi semplicemente sta riportando le notizie che riguardano il coinvolgimento di Valter Lavitola (storico amico di Ranucci) nell’attentato compiuto contro il conduttore di Report. Un cortocircuito gigantesco dal quale emerge una presunzione smisurata: a decidere cosa è informazione e cosa no è Ranucci. In altre parole: la libertà di informazione coincide con Ranucci.
Il comunicato diffuso dal legale di Ranucci, l’avvocato Roberto De Vita, è tragicomico. Nella prima parte si afferma che “in relazione alla diffusione di dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un ‘finto attentato’ e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti, la cui ricaduta umana e professionale è di inaudita gravità, il dottore Sigfrido Ranucci ha presentato denuncia e querela per diffamazione pluriaggravata ed altri reati”.
Nella seconda parte del comunicato si legge che “una seconda denuncia, a nome di Ranucci e dei giornalisti Daniele Autieri, Giorgio Mottola, Paolo Mondani, Giulio Valesini, Luca Chianca ed altri della redazione di Report, è stata trasmessa alla procura di Roma per rivelazione del segreto di ufficio e del segreto investigativo”. L’atto è relativo alla “rivelazione di notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine ed in particolare – spiega il penalista – di contenuti di intercettazioni telefoniche, di brogliacci e di verbali di sommarie informazioni testimoniali, relative alla indagine tuttora in corso e di elevatissima delicatezza per il grave attentato dinamitardo nei confronti di Ranucci, con conseguente pubblicazione sulle testate il Domani e La Verità, da cui deriva grave pregiudizio alle investigazioni, aggravamento dell’esposizione al rischio e pregiudizio reputazionale per l’uso parziale e strumentale a narrazioni distorte”. La denuncia, aggiunge De Vita, “non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti ma la rivelazione fatta da soggetti tenuti al segreto”.
Il comunicato ha un pregio involontario: dimostra quanto i princìpi diventino improvvisamente convincenti quando cessano di essere astratti e bussano alla porta di casa. Ranucci e il suo team hanno infatti scoperto d’un tratto gli effetti perversi della violazione del segreto investigativo ora che, a loro dire, ne sarebbero vittima. La stessa violazione del segreto di cui Report ha sistematicamente beneficiato nel corso degli anni per realizzare le sue inchieste.
Curiosamente, però, poche righe prima si annuncia una querela per diffamazione aggravata in relazione alla diffusione di dichiarazioni e articoli di stampa che avrebbero parlato di “finto attentato” a Ranucci. Peccato che questa sia proprio l’ipotesi investigativa su cui stanno lavorando i pm di Roma, approfondendo il ruolo rivestito da Lavitola. Per Ranucci, quindi, esercitare legittimamente il diritto di cronaca diventa diffamazione.
In questo modo colui che ha preteso di elevarsi a simbolo della libertà di informazione finisce paradossalmente per fare proprio ciò che ha denunciato, spesso a sproposito, in tutti questi anni: querelare i giornalisti che pubblicano notizie e quindi intimidirli e attentare alla libertà di informazione. Un rovesciamento dei ruoli degno di una commedia all’italiana.
