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Relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori

di Andrea Zhok - 11/06/2026

Relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori

Fonte: Andrea Zhok

Si palesa una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: "Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma."
Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra.
La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale ad una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni.
Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono.
La sinistra invece annega nel marasma astratto di un generico relativismo storico, su cui ha peraltro smesso di riflettere criticamente almeno dagli anni '70, finendo per tradurre "storia" come "accidentalità", "caso", "arbitrio". Continua a lottare con fantocci svuotati, dall'oppressione patriarcale al dogmatismo religioso, dal nazionalismo al familismo, immagina di lottare quotidianamente contro i mulini a vento di Dio, Patria e Famiglia, mentre non ricorda neppure più il significato di quelle parole.
Quando pensa alla “cultura” pensa ad un distintivo di classe, che separerebbe i semicolti con titolo di studio che li votano  da ciò che ritengono essere l’abbrutimento del senso comune plebeo. Concepisce ogni normatività informale, ogni aspettativa media e popolare come abominevole pregiudizio e irrazionalità della “pancia del paese”. Mentre la loro di pancia è appaltata alla sbobba culturale americana, che immaginano come “mondo senza pregiudizi”.
La società italiana (europea) non “include” e non “accoglie” perché sia per includere che per accogliere devi essere QUALCUNO, devi sapere cosa sei e cosa vuoi. Inclusione ed accoglienza sono invece qui solo paroline che servono come foglie di fico per nascondere l’opportunismo economico (“i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “le risorse che ci pagano le pensioni”, ecc.). E va tutto bene finché l’”incluso” e “accolto” sta al suo posto come ingranaggio del nostro sistema. Infatti l’unica regola sociale che siamo in grado di fornire in buona coscienza è “fai bene il tuo lavoro”. Ma non appena l’altro pretende di essere una soggettività con una propria identità, non essendo noi in grado di dare alcuna indicazione normativa, alcun limite motivato, l’identità altrui diviene immediatamente ingombrante, spigolosa, un pugno nell’occhio, uno scandalo.