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Trump, la resa e la battaglia decisiva di Gerusalemme

di Tommaso Merlo - 27/07/2026

Trump, la resa e la battaglia decisiva di Gerusalemme

Fonte: Tommaso Merlo

Trump ha supplicato gli iraniani per ottenere una tregua. Lo ha fatto dietro le quinte mentre davanti canta vittoria. Penose scene da fine impero ma da due o tre giorni non si spara mentre da Washington trapela l’allarme per l’esaurimento delle munizioni, delle scorte petrolifere strategiche e anche della pazienza di cittadini e mercati stremati da quello che i sondaggi certificano essere una devastante calamità più che un presidente. Le basi militari americane nel Golfo sono andate in fumo insieme a miliardi di armamenti e decenni di complessi di superiorità. Cacciati malamente anche dalla Giordania, gli americani si sono rifugiati in Israele ed è lì che potrebbe combattersi la battaglia decisiva. Secondo i più pragmatici, Trump sta solo prendendo tempo in vista dell’ennesimo attacco risolutivo all’ennesima mitica montagna, vorrebbe cioè una scusa per salvare la faccia prima di levarsi dai piedi. Non una resa però, ma una lunga tregua preelettorale durante la quale serrare le fila per poi rilanciare le illusioni imperiali. Il vero cruccio americano non è Teheran, è la perdita dello Stretto di Hormuz che significa la fine dei petrodollari e di decenni di magna magna con gli sceicchi. E nel momento peggiore, col Casinò di Wall Street sulla soglia dell’ennesimo crack e la Cina che si laurea da superpotenza globale. Ad maiora. Davvero penose scene da fine impero con Trump che perseguitato dallo spettro di Epstein prima firma il Memorandum interrompendo una guerra persa e poi lo straccia ricominciando a perderla dato che sul campo di battaglia non è cambiato nulla se non la determinazione persiana a sopravvivere. L’Iran al momento ha sospeso le rappresaglie ma non dà nessun segno di cedimento al bullismo americano, anzi. Se si dovesse risiedere al tavolo con quei bugiardi seriali dell’amministrazione Trump, l’Iran pretenderà una resa ancora più netta: la restituzione anticipata dei soldi rubati, la rimozione immediata delle sanzioni e del blocco navale oltre che la fine epocale della presenza militare americana nel Golfo. Ma non solo. Ottenuta la libertà per sé, l’Iran la chiederà anche per il popolo libanese, yemenita e soprattutto quello palestinese. L’Iran potrebbe pretendere che Israele torni perlomeno all’interno dei confini del 1967, che si rassegni alla formazione dello Stato Palestinese e che i responsabili del genocidio siano consegnati ai tribunali interazionali. Quello che avremmo dovuto pretendere noi superiore civiltà occidentale da decenni invece di allearci coi carnefici. E qui sorgono le rogne perché i fanatici come i sionisti sono allergici ad ogni compromesso e capiscono solo il linguaggio della forza. I sionisti sono la fonte di ogni problema in Asia Occidentale e possono essere fermati solo dagli israeliani con un minimo di sale in zucca con un uovo governo o una guerra civile oppure possono riuscirci gli americani, chiudendo i rubinetti o trascinando nel baratro finanziario anche il loro 51nesesimo staterello. Se invece il sionismo sopravvivesse perfino ad un genocidio, sarà inevitabile la battaglia decisiva di Gerusalemme. Con sionisti e servi occidentali da una parte e una coalizione araba e persiana guidata dall’Iran dall’altra. Del resto dopo decenni di persecuzione violenta ed ipocrisie politiche, i popoli dell’Asia Occidentale vogliono una soluzione definitiva, vogliono conquistare libertà e pace una volta per tutte. E prima si combatte tale battaglia, meglio è per l’Iran che nel giro di qualche tempo potrebbe perdere il primato militare attuale e gli iraniani non reggere troppo a lungo le ristrettezze economiche. Gli Stati Uniti non sono poi mai stati così vulnerabili come oggi sia a livello finanziario che politico. Oltre ad essere in gravi difficoltà militari, sono guidati da una calamità arteriosclerotica che ha scatenato una guerra illegale per conto della mafia sionista mentre i suoi cittadini devono decidere se pagare il mutuo o fare la spesa. Carpe diem dunque. Se l’Iran ottiene la resa americana trattando bene, altrimenti gli conviene proseguire fino alla battaglia decisiva di Gerusalemme cacciando i marines rifugiatesi nei pressi della città santa e liberando la Palestina. Quello che chiede a gran voce il popolo iraniano che profondamente scosso dall’ignobile assassinio dell’Ayatollah vuole vendetta e che Teheran la smetta di perdere tempo a negoziare con quei bugiardi seriali. Errare humanum est, perseverare diabolico. Nel frattempo quello psicopatico genocida di Netanyahu è atteso a Washington per dare ordini a Trump, ma per la prima volta la mafia sionista deve fronteggiare un disprezzo globale senza precedenti ed ostacoli insormontabili. Come la supremazia militare dell’Iran sul campo e il blocco di ben due Stretti commerciali vitali che rischiano di far precipitare gli Stati Uniti in un baratro per colpa dei deliri ideologici di una manciata di fanatici. Anche bastam. Dopo decenni di persecuzioni violente ed ipocrisie politiche, i popoli del mondo intero vogliono una soluzione definitiva, vogliono conquistare vera libertà e pace una volta per tutte.