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Sull’orlo del baratro

di Giacomo Gabellini - 02/04/2012


Fin dal principio della parabola che iniziò la propria fase ascendente con le dimissioni del governo di Silvio Berlusconi – reclamate a tamburo battente per mesi dalle forze politiche di opposizione e, soprattutto, dagli alti vertici dell’Unione Europea – e si concluse successivamente con la nomina di Mario Monti, apparve chiaro quale strada avrebbe imboccato l’Italia.
Monti annovera tra e proprie credenziali anche l’aver svolto incarichi di rilievo presso Commissione Europea e Goldman Sachs, e può pertanto esser considerato un “globalizzatore” a pieno titolo, ovvero un esecutore tecnico del mantra mondialista escogitato nel corso delle molte riunioni del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, di cui è assiduo ed influente frequentatore.
Gli organi che propagandano ininterrottamente questo pensiero unico imperante, consci del fatto che nella società dell’informazione “ripetizione” equivale a “dimostrazione”, hanno eseguito meticolosamente il loro compito, dal momento che, secondo le più recenti stime, il governo attualmente in carica goda del consenso di circa la metà dei cittadini italiani.
Cittadini catechizzati a dovere, e pertanto ben disposti ad accettare compressione dei salari, tagli alle pensioni, riduzione dello stato sociale, precarizzazione intensiva dei contratti lavorativi e sganciamento delle retribuzioni dall’indice dell’inflazione.
Il depauperamento di un’intera nazione, affermano senza sosta i Ministri Monti, Fornero, e Passera, è necessario a rassicurare i cosiddetti “mercati” del fatto che l’Italia, dopo anni di scialacquamento generalizzato, è pronta a rimettersi in riga, prona ai “desiderata” di Bruxelles.
L’Italia ripartirà, concludono regolarmente tali Ministri, dando sfoggio di un ottimismo talmente malriposto da far impallidire quello sparso a piene mani dai loro illustri predecessori.
Lo scollegamento di costoro dalla realtà effettiva in cui si barcamena il paese Italia è talmente evidente da rendere quasi superfluo sottolineare il fatto che elevando bruscamente le imposte di base – a carico, peraltro, di una popolazione su cui già grava una pressione fiscale assolutamente sproporzionata ai servizi erogati – in un paese in cui la categoria della piccola e media impresa rappresenta il reale tessuto produttivo, si finisce inesorabilmente per assestare un colpo micidiale ad ogni prospettiva di crescita futura.
L’austerità deprime l’economia, perché alimenta una spirale negativa in cui la perdita di potere d’acquisto da parte dei consumatori contrae la domanda, il cui calo si ripercuote sull’offerta e, di riflesso, sull’occupazione.
Nonostante ciò, in questi mesi si è parlato soltanto di calo dello spread – agitato come uno spauracchio quando in sella vi era Berlusconi – e dei buoni esiti delle aste dei Buoni del Tesoro.
Molto meno si è parlato delle misure adottate per favorire la tracciabilità dei pagamenti senza che esse siano state accompagnate da alcun tipo di liberalizzazione dei servizi bancari, cosicché gli istituti di credito hanno potuto aprire ben 15 milioni di nuovi conti corrente da cui tratterranno le consuete, “congrue” quote necessarie per effettuare qualsiasi tipo di transazione.
Ed ancora meno si è parlato del fatto che i 530 miliardi di euro consegnati all’insignificante tasso di interesse dell’1% dalla Banca Centrale Europea agli istituti di credito privati a corto di liquidità (in Italia, Intesa-San Paolo si è aggiudicata 24 miliardi, Unicredit 12,5 miliardi, Monte dei Pasci di Siena oltre 10 miliardi, UBI 6 miliardi, Mediobanca e Banco Popolare 3,5 miliardi) affinché venissero utilizzati per favorire l’accesso al credito da parte delle imprese, sono stati in gran parte destinati all’acquisto dei titoli di debito dei singoli Stati, da cui gli istituti in questione otterranno il pagamento degli interessi.
In compenso, si continua a ripetere che l’articolo 18 non dovrebbe costituire un tabù, perché con i tempi che corrono le aziende richiederebbero maggiore “flessibilizzazione” dei contratti di lavoro.
E i sindacati cosa fanno? Dopo aver “concertato” con governo e Confindustria perdendo ogni capacità e autorevolezza di mantenere vivo il conflitto sociale, chinano attualmente il capo dinnanzi all’ennesimo atto di arroganza di questa tecnocrazia, che ha annunciato di voler proseguire con le “riforme” anche senza l’accordo con le parti sociali.
Nel frattempo si assiste ad una impressionante sequela di suicidi, commessi da imprenditori ridotti al lastrico dalla crisi e dagli incredibili metodi di “riscossione crediti” impiegati dall’Agenzia delle Entrate o da operai che non percepivano il salario da mesi e mesi.
Senza che il fenomeno desti alcuna reazione di rilevo.
L’Italia sta subendo gli evidenti, durissimi contraccolpi della scellerata politica di deindustrializzazione avviata all’epoca del golpe giudiziario meglio noto come “Mani Pulite” da un altro governo tecnico e portata avanti da quelli politici susseguenti.
L’imperativo attuale propugnato dal mantra mondialista non è più, quindi, quello di far ripartire la macchina dell’economia reale ma di introdurre misure improntate all’austerità che convincano i “mercati” ad investire in Italia, cosicché lo spread torni a scendere e i Buoni del Tesoro vadano a ruba.
Tutto il resto viene posto sullo sfondo; un paese di crescenti divari socioeconomici in cui un percentuale esigua è destinata ad accaparrarsi una ancor più grande fetta della torta.
I tecnici, in fondo, sono pagati per eseguire.
Non per pensare.