Michele Federico Sciacca e i nuovi barbari d’occidente
di Marcello Veneziani - 22/02/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Altro che nuovo illuminismo, viviamo nel tempo dell’oscuramento dell’intelligenza. Una nuova barbarie avanza in Occidente, intreccio tra primato della tecnica, benessere e nichilismo, e oscura la mente, la fede e la filosofia. La storia è di oggi ma la denuncia risale a un’opera uscita nel 1970 proprio con quel titolo. L’autore di quel libro era un filosofo cristiano, seguace prima di Giovanni Gentile e poi di Antonio Rosmini. Il suo nome è Michele Federico Sciacca, siciliano, autore di tante opere e a lungo importante cattedratico a Genova. Quando Norberto Bobbio chiedeva quali fossero gli autori significativi che la cultura della tradizione aveva espresso in Italia nella seconda metà del novecento, dimenticava i quattro cavalieri della tradizione, assai diversi tra loro: Sciacca, Del Noce, Evola e Zolla. E poi c’era ancora il grande conservatore Prezzolini.
A cinquant’anni dalla morte di Sciacca, il Centro internazionale di studi rosminiani ha organizzato al Museo diocesano di Milano un convegno dedicato a lui, aperto ieri dal cardinale Angelo Bagnasco, a cui interverrò oggi anch’io.
Sciacca colse il nesso fatale tra il primato della tecnica, la società del benessere e l’avvento del nichilismo di massa. E sintetizzò quell’intreccio nella definizione di Occidentalismo, che è un Occidente decapitato, privo di testa e di anima, che liberandosi di Dio e della civiltà, espande la tecnica e il nichilismo portando a esaurimento la modernità. Sciacca colse l’avvento di una nuova barbarie nel cuore dell’Occidente che rinnegava le matrici cristiane, greche e romane.
A differenza del suo maestro Gentile, Sciacca aveva preso sul serio il pensiero di Nietzsche e il confronto con Heidegger. E aveva compreso la portata fatale della tecnica e quella distruttiva del nichilismo, che Gentile e Croce non avevano colto. Il pensiero di Sciacca, da questo punto di vista, è speculare a quello di un altro vivace erede di Gentile, Ugo Spirito, che vedeva sorgere l’avvento planetario della tecnica ma se ne rallegrava; per Spirito sarebbe stata, con la scienza, l’evoluzione necessaria dell’umanesimo, anzi il compimento dell’umanesimo del lavoro gentiliano. Invece per Sciacca quel dominio avrebbe condotto alla barbarie benestante del nichilismo, all’oscuramento dell’intelligenza, al dominio dell’empietà e al declino dell’essere. Come Platone riportò la filosofia nei cieli rispetto al suo maestro Socrate, così Sciacca riportò lo spiritualismo gentiliano nella visione cristiana trascendente, sulle tracce di Platone e di Agostino. Platone fu definito il “Socrate metafisico”; Sciacca, fu il “Gentile metafisico”.
All’ottimismo storico e teorico di Gentile, che perdurò fino alla fine tragica della sua vita, Sciacca oppose una visione critica della modernità e dei suoi esiti, confrontandosi con autori come Miguel de Unamuno e Giuseppe Rensi che da non credenti avevano colto il versante tragico del pensiero disancorato dalla metafisica. Dell’uno sottolineò il donchisciottismo tragico e la nobiltà dell’inutile e dell’altro la sua visione scettica e leopardiana.
“L’occidentalismo – scrive Sciacca – è il castigo che ci meritiamo per aver perduto l’intelligenza dell’essere e con essa i valori dell’Occidente”. E prosegue: “L’occidentalismo ormai non ha niente da insegnare e da esportare, tranne che tecnica e benessere, dati, numeri, calcoli, robots, computer e corruzione; non ha da esportare valori morali, religiosi, estetici, neanche sociali politici giuridici, che tutti ha adulterato e perduto”. Dice di aiutare i popoli nei diritti umani ma si serve di un nuovo colonialismo e punta a fare buoni affari fino a “sopraffare con la barbarie industrializzata le culture locali, per sradicare quei popoli dalle loro tradizioni”; significativo questo passaggio per un autore profondamente cattolico e cristiano, dunque propenso a benedire l’opera missionaria di evangelizzazione dei popoli che inevitabilmente li sradicava delle loro tradizioni autoctone. Sciacca esplicita anzi l’accusa alle “conniventi missioni religiose cristiane” dietro la facciata umanitaria, oltre che “l’orgiastico carro europeo” e il “rozzo cocchiere statunitense” (allora non c’era Trump…). Sciacca si spinge anche a vagheggiare che questi popoli aggrediti dal rozzo occidentalismo mercantile e tecnocratico, possano reagire accelerando la dissoluzione di quel nefasto modello e possano concorrere a far riemergere “i valori perduti dell’Occidente”. Insomma Sciacca fu un critico dell’Occidente, per amore di quella civiltà che l’Occidente rinnegava.
C’è in Sciacca l’impronta di Vico nella sua critica a Cartesio e all’illuminismo; quel Vico autore di una “metafisica antropologica”, radicata nella storia, che si oppone alla deriva scientista e “filosofista”, come la definisce Sciacca. Da Vico ripartirà anche un altro grande pensatore cattolico, citato spesso da Sciacca benché più giovane di lui, Augusto Del Noce. In un passaggio significativo de Gli arieti contro la verticale (del 1969), sulla scorta di Del Noce, Sciacca arriva a prevedere che la società comunista e la società opulenta, le due società “empie, atee e dissacratrici”, alla fine si fonderanno: e la prima sarà “destinata con il progredire della tecnica e dell’industrializzazione a rifluire”nella società tecnocratica e capitalista. Il comunismo rifluisce nel tecnocapitalismo, come poi è accaduto in Occidente ma anche in Cina.
Nel 1970 Sciacca denunciava il costituirsi di un potere tecnocratico totalitario che mira a eliminare le opposizioni, castrare il liberalismo, il comunismo e le religioni in modo che vi sia “una borghesia senza l’ideale della libertà e del libero pensiero, un socialismo-comunismo senza l’ideale rivoluzionario” della giustizia sociale e un cattolicesimo e un cristianesimo (ma anche un “maomettanesimo”, diceva) senza fede e ideale d’eternità. Il modello è una falsa felicità universale, imperniata sulla tecnologia.
L’occidentalismo per Sciacca aggredisce il principio d’autorità, fatto passare per autoritarismo, svilisce la natura, l’ambiente, i sentimenti e i principi morali, i valori politici e la fantasia creatrice. Ma l’oscuramento dell’intelligenza cancella pure i classici e i maestri. La tirannia del consumo, per Sciacca, è più pericolosa delle dittature politiche, perché addormenta ogni ansia di libertà e spirito critico. L’utopia finale per Sciacca è il mondialismo, la nuova religione globale che laicizza il cristianesimo confluendo in una specie di organizzazione mondiale che uniforma le differenze, nel segno di un ateismo pratico. In questa visione confluiscono il pensiero progressista e umanitario, la tecnocrazia e il capitalismo nella forma del consumismo. Sciacca viveva ancora nel tempo del bipolarismo Usa-Urss e delle ideologie trionfanti ma descriveva già il nostro tempo e i suoi scenari.

