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Riti d’iniziazione e riti di umiliazione

di Francesco Lamendola - 03/07/2013


 

Gli antropologi ci spiegano che i riti d’iniziazione sono, presso i popoli cosiddetti primitivi – che non sempre lo sono, poi, sul piano spirituale – quei riti che segnano il passaggio da uno stato sociale a un altro, ad esempio dall’infanzia alla maturità. Consistono di prove fisiche, basate sul coraggio e sulla capacità di sopportazione del dolore, accompagnate dalla trasmissione orale di un sapere segreto, da parte dello sciamano. Solo dopo averle superate il bambino non è più tale, ma viene riconosciuto da tutti come un nuovo membro adulto della comunità.

Anche i popoli europei, anticamente, possedevano riti d’iniziazione. Questi sopravvissero per un certo tempo nelle religioni misteriche, dove erano praticati non più da tutti i membri della comunità, ma soltanto dai seguaci di una determinata religione segreta, o meglio di una religione con risvolti segreti, riservati – cioè – appunto ai soli iniziati. Poi scomparvero anch’essi.

Un’ultima eco, sbiadita e pressoché irriconoscibile, dei riti d’iniziazione, si è conservata ancora per qualche secolo in taluni ambiti “profani”, ad esempio nel mondo della marineria e in quello delle associazioni criminali. Nel mondo della marineria esisteva, ad esempio, il rito di attraversamento dell’Equatore: il marinaio novellino che per la prima volta varcava l’Equatore a bordo di un veliero, doveva sottoporsi a una serie di rudi scherzi e di pesanti cerimonie, al termine dei quali diventava un marinaio “adulto” come tutti gli altri.

Anche nell’esercito, quando esso era “di leva”, esistevano dei riti d’iniziazione, a dire il vero già fortemente mescolati con quelli di umiliazione. Il sottoscritto, che ha fatto l’alpino, quando giunse nella caserma di destinazione finale, dopo il mese di addestramento preliminare, si vide offrire, come a tutti i suoi commilitoni dello stesso “scaglione”, un pezzetto di formaggio: mangiandolo, avrebbe riconosciuto la sua qualità di “topo”, cioè di novellino totalmente sottomesso nei confronti degli ”anziani”, cioè i compagni ormai prossimi al congedo (il sottoscritto, però, non accettò di subire la cerimonia, pur conscio delle possibili conseguenze).

I riti di umiliazione, se ci è lecito adoperare questa espressione non riconosciuta dagli antropologi, sono tutta un’altra cosa, eppure presentano qualche somiglianza esteriore con i primi. Innanzitutto sono riti, cioè atti rispondenti a una sorta di liturgia, che acquistano il loro significato dall’insieme della cerimonia e che hanno un valore fortemente simbolico, che va decifrato, perché trascende le semplici apparenze, e che il profano non potrebbe capire. In quanto tali, inoltre, possiedono una certa solennità e devono svolgersi secondo formule fisse; inoltre, devono far parte di un contesto “sacro”, nel senso di distinto dal mondo “di fuori”. Poi, non bisogna giudicarli da quello che sembrano, ma da quello che simboleggiano: e, per comprendere tale aspetto, bisogna possedere la giusta chiave per decifrarli.

La diversità nasce dal fatto che l’umiliazione, nei ”normali” riti iniziatici, non è presente, o, se lo è, lo è in quanto parte di un tutto, che trova il suo significato in un orizzonte di senso il cui scopo è la promozione dell’individuo a un livello superiore al precedente, non inferiore: per cui non vi è affatto retrocessione, mortificazione o umiliazione nel senso corrente della parola, ma, semmai, inibizione della dimensione infantile o profana, sentita come “inferiore”. In un rito di umiliazione, viceversa, l’umiliazione è sia il mezzo, sia, soprattutto, lo scopo della cerimonia: quel che si vuole ottenere è la degradazione e, per mezzo di essa, la sottomissione dell’individuo ad una istituzione o ad un potere percepiti e riconosciuti come “superiori”.

Ebbene, un tipico rito di umiliazione dei nostri giorni è, in ambito politico, la cerimonia della kippah. Vi sono degli uomini politici che, per quanto eletti dal popolo sovrano o designati da una autorità legittima a ricoprire importanti cariche istituzionali, come quella di capo del governo, non si sentono veramente tali fino a quando non siano corsi in Israele per mettersi in testa la kippah e per inginocchiarsi davanti agli altari della nuova religione mondiale dell’Olocausto (cosa che non ha nulla a che fare con la sincera, intima commozione che qualunque essere umano non può non provare al pensiero di quella tragedia storica). È come se, prima di sottoporsi a un tale atto, si considerassero semplicemente “in prova”, e solo al termine di esso diventassero, e fossero universalmente riconosciuti, come degli “effettivi”.

Quando un presidente del Consiglio italiano vola in Israele e si sottopone alla cerimonia di umiliazione, promettendo al governo israeliano piena e totale sottomissione, riconoscendo le sue “buone” ragioni anche davanti alle ingiustizie più evidenti nei confronti dei non-Ebrei, solo allora egli sente di aver adempiuto ai suoi doveri internazionali e solo allora comincia a comportarsi come un effettivo leader politico, abbastanza sicuro del fatto suo da proporsi senza complessi d’inferiorità nell’agone della scena politica, interna ed estera.

Una versione minore - e in genere provvisoria - del rito di umiliazione qui descritto, è, in alternativa al viaggio in Israele, la visita alla Sinagoga di Roma, sempre indossando la kippah e pronunciando gli scongiuri di rito contro il Male Assoluto, che è non solo e tanto il nazismo, defunto settant’anni fa, quanto qualsiasi cosa possa anche solo minimamente avere l’aria di opporsi alla politica sionista dei nostri giorni, in Palestina e fuori di essa.

In altre parole, si tratta di un rito di umiliazione che contiene, al suo interno, un rito di investitura: ci si reca a Gerusalemme per ricevere l’investitura alla carica cui si è già stati eletti o nominati, ma solo “sub condicione”: la carica diventa effettiva solo dopo che l’autorità feudale israeliana l’abbia convalidata, apponendovi il proprio sigillo. È quasi inutile aggiungere che tale investitura deve essere controfirmata da un secondo soggetto feudale, la superpotenza americana. La quale dispone, sul territorio della Repubblica Italiana, di un centinaio di basi militari operative e perfettamente attrezzate per qualsiasi (ma proprio qualsiasi) evenienza.

Ci si faccia caso: basta andare su “Immagini” di Google e digitare “kippah” e il nome di un politico italiano (ma anche di altra nazionalità), e si vedrà quanti si sono sottomessi, volontariamente, al rito di umiliazione israeliano. Da Cossiga, a Napolitano, a D’Alema, a Berlusconi, a Monti, a Letta, ad Alemanno, passando per l’ineffabile Fini, che spinse il suo eccesso di zelo sino a definire non solo l’antisemitismo, ma il fascismo tout-court, come il Male Assoluto. Quel fascismo che, sia detto per inciso, antisemita non lo fu affatto, almeno sino al 1938, e anche allora solo per ragioni di politica estera legate all’alleanza con la Germania; quel fascismo che Fini aveva osannato per tutta la vita, giungendo a definire Mussolini, in una celebre intervista, come il più grande statista del XX secolo. Cosa, quest’ultima, di cui gli stessi fascisti intelligenti, o neo-fascisti che dir si voglia, in cuor loro dubitano assai, senza con ciò voler fare torto al loro idolo.

E mentre Letta, il capo del Governo in carica, vola, come gli altri, a indossare la kippah e si sottopone all’immancabile rito di umiliazione, la Bonino, attuale ministro degli Esteri, completa la cerimonia dichiarando anticipatamente di essere sicura che gli Americani forniranno all’Italia tutte le spiegazioni del caso circa lo scandalo spionistico noto come Datagate. Aveva dato il “la” Napolitano, parlando di una vicenda “spinosa”; già, spinosa: ma per chi? Spinosa è la situazione di chi l’ha fatta grossa, non di chi l’ha subita. Dunque, gli Americani, semmai, avrebbero potuto definire la questione “spinosa”; gli Europei, potevano e possono definirla solo come “scandalosa”: scoprire d’essere stati spiati, da chissà quanto tempo, come dei sudditi di cui bisogna diffidare, come dei servi potenzialmente fedifraghi (e perfino adesso, si badi, che il comunismo è morto e sepolto e che il Patto di Varsavia non esiste più da molti anni).

Hollande ha detto che la Francia esige spiegazioni; la Merkel ha affermato che lo spionaggio statunitense è stato intollerabile; Schulz ha incominciato parlando di fatto gravissimo: da noi, una serie di squittii penosi, di perifrasi umilianti, di servili circonlocuzioni per dire che va tutto bene, che “certamente” i nostri cari alleati d’oltre Atlantico ci forniranno tutte le rassicurazioni del caso. Nemmeno un’ombra, non diciamo di fierezza, ma neppure di semplice e doverosa difesa della dignità nazionale.

Obama, dal canto suo, dopo qualche ora di silenzio imbarazzato, o forse semplicemente seccato, ha dichiarato in conferenza stampa che gli Stati Uniti sono pronti a fornire ai loro alleati tutte le “informazioni” del caso, Niente “scuse”, e nemmeno “chiarimenti”: soltanto “informazioni”. Come se spiare sistematicamente milioni di telefonate e di mail dei propri alleati fosse la cosa più naturale del mondo. Del resto, il disinvolto inquilino della Casa Bianca l’ha detto chiaro e tondo: in fondo, che male c’è a spiare un poco? Tutti lo fanno, è cosa di routine. Come dire: che buffi, questi Europei: tanto chiasso e tanta suscettibilità per così poco. A quanto pare, solo noi Italiani, in tutta l’Unione Europea, la pensiamo come Obama; o, almeno, così la pensano i nostri rappresentanti istituzionali.

Eh sì, perché loro hanno ben altre cose a cui pensare; cose di ben più ampio respiro, cose realmente vitali. E cioè: non la crisi economica che sta distruggendo e stritolando, giorno dopo giorno, come una macina dai meccanismi implacabili, la nostra produttività, i nostri posti di lavoro, la speranza nel futuro dei nostri giovani e la nostra stessa sopravvivenza nazionale; non la crisi economica che ogni giorno esige il suo drammatico pedaggio di licenziati, di disoccupati, di disperati, di suicidi: ma decidere se la signora Santanché deve o non deve essere la nuova vicepresidente della Camera dei deputati.

Questi sono i problemi più urgenti, quelli che stanno veramente a cuore al popolo italiano. Santanché sì, Santanché no: bello, vero?

E allora vola, caro presidente Letta, vola in Israele, mettiti in testa la kippah per avere le benedizione di quelle stesse banche – la Goldman Sachs, la Lehman Brothers – che ci hanno regalato, cinque anni fa, la crisi mondiale in cui stiamo annaspando e in cui siamo sul punto di affogare ; e vola pure tu, ministro Bonino, a Washington, prosternati davanti alla Casa Bianca e giura eterna amicizia e fedeltà ai generosi amici e protettori americani, custodi della nostra libertà. Ci hanno già salvato almeno due volte, dalla dittatura di Mussolini e dalle grinfie di Stalin: la prima volta liberandoci da noi stessi, e dimostrandoci che siamo costituzionalmente incapaci di governarci da soli (almeno in maniera civile, cioè democratica); la seconda, impedendo che i cavalli dei Cosacchi venissero ad abbeverarsi nelle fontane di San Pietro, e dimostrandoci che, senza di loro, siamo alla mercé di qualunque nemico. Vuoi che non ci salvino anche una terza, qualora se ne presentasse il caso?

Manca poco che dobbiamo essere noi a scusarci, per esserci fatti spiare dall’alleato a stelle e strisce. E intanto la nostra politica di sudditanza verso Israele e verso gli Stati Uniti ci ha praticamente espropriati dell’ultimo brandello di sovranità e di credibilità internazionale: quello legato alla nostra posizione nel Mediterraneo. Stando alla carta geografica, oltre che alle ragioni economiche, l’Italia dovrebbe essere la vera protagonista dello scacchiere mediterraneo, il che significa che dovrebbe coltivare un rapporto politico privilegiato con il mondo arabo: cosa resa impossibile dall’investitura –capestro israeliana e statunitense. Il risultato è che, mentre sulla sponda Sud e sulla sponda Est del Mediterraneo stanno maturando eventi decisivi (vedi quel che sta accadendo in Siria e in Egitto in questi ultime settimane e in questi ultimi  giorni), l’Italia, politicamente, brilla per la sua assenza e per la sua ignavia.

Tutto va bene, dunque: tutto si sta svolgendo secondo copione. La commedia prosegue sicura, anche se un tantino monotona: perché non si sta recitando a soggetto, come avrebbe preferito il buon Pirandello, ma secondo un copione fisso e quanto mai scontato: quello che passa per la cerimonia dell’umiliazione nazionale.