Referendum. Un SI’ sereno ma disincantato
di Roberto Pecchioli - 01/03/2026

Fonte: EreticaMente
Diceva mio padre, operaio cattolico, che quando era in dubbio su quale posizione assumere su qualcosa, chiedeva l’opinione dei comunisti e sceglieva senza esitazione il contrario. Non aveva tutte le ragioni: i comunisti onesti d’antan non sbagliavano quando difendevano i poveri. Più concreta, nonna Luigia avvertiva il nipote: stai lontano dalla giustizia! Diventato vecchio, affermo che mai mi è capitato di concordare con le tesi dei progressisti, eredi spesso ridicoli dei rossi di ieri, che perlomeno erano persone serie. Per questo, nonostante perplessità, dubbi e disincanto, voterò Sì al referendum sulla giustizia.
La riforma è parziale, incompleta e non risolve i veri nodi principali della giurisdizione, per cui resta valido il consiglio della nonna. Moltissimi vorrebbero tenersi alla larga dai meccanismi infernali dei tribunali ma vi sono trascinati per i motivi più vari. Kafka elevò tutto ciò ad arte ansiogena nel romanzo Il processo, la storia di Josef K., arrestato e perseguito venire mai a sapere la natura del suo crimine. L’ opera indaga anche la passiva accettazione dell’ineluttabilità di una giustizia che funziona come un fenomeno fisico, con logiche autoreferenziali e insondabili, contro cui nulla vale la razionalità. Molti italiani onesti hanno questa percezione dell’apparato giudiziario. La miniriforma Nordio non ci trasformerà in cittadini più liberi, tutelati e garantiti, né smantellerà un sistema diventato, nelle democrazie sedicenti liberali, più potente della volontà popolare bene o male rappresentata dal parlamento e dal governo, teoriche espressioni della volontà popolare. Resteremo prigionieri di procedure lente, autoreferenziali, assunte come vangelo dagli operatori del diritto. Non saremo più liberi dal crimine né più convinti di essere valutati da un ordine giudiziario davvero indipendente.
Poca cosa, dunque, una riformina deludente che indurrà moltissimi a restare a casa ingrossando le fila gigantesche dell’astensione? Forse, ma a chi scrive sembra comunque necessario scomodarsi, andare al seggio e votare sì. Innanzitutto, per non trovarsi in compagnia del NO dei progressisti, tenacemente conservatori quando si tratta di mantenere gli spazi di potere conquistati. E soprattutto certi di essere alla testa della schiera dei Buoni, dei Giusti, dei Virtuosi, convinti che la spada fiammeggiante della Legge, delle Regole, debba colpire come una mannaia tutto ciò che a loro non aggrada. Non si possono ascoltare ragioni del NO come quelle del solito Saviano, a cui farebbe bene un po’ di silenzio, o del procuratore Gratteri. Questi è senz’altro un uomo onesto, costretto da decenni a una vita blindata per le concrete minacce delle mafie che combatte. Ma non può tacciare di disonestà, vicinanza al crimine o alla “massoneria deviata” (un must buono per tutti gli usi da cinquant’anni) chi voterà SÌ’. Del pari, la virulenza della battaglia condotta da certa sinistra politica e culturale (non tutta, a dire il vero) e soprattutto dal settore militante della Magistratura per affossare il referendum, inducono a ritenere comunque positivo il cambiamento impresso dalla riforma.
Nessuno rinuncia volontariamente al potere che ha conquistato, qualunque sia l’uso che ne fa, ma sta proprio qui il punto. Il potere giudiziario è in capo allo Stato, alla Repubblica, non ai funzionari vincitori di concorso che lo esercitano in suo nome e sotto la legge. Non sopra, accanto, o a fianco: sotto. I magistrati – alcuni di essi, specie inquirenti – hanno occupato spazi non loro, a dimostrazione che il vuoto non resiste in natura. Hanno, innanzitutto, imparato a interpretare secondo le rispettive visioni giuridiche e politiche l’enorme coacervo di norme prodotte dalla bulimia legislativa italiana, unita alla mancanza di chiarezza. Patria del diritto ma anche del rovescio. Le leggi sono troppe, infarcite di commi, eccezioni, rimandi, “consideranda”, scritte in una lingua di legno per iniziati a loro volta in perenne disaccordo. Questo non può essere imputato a chi veste la toga, ma a quella figura astratta che chiamiamo legislatore. Fatto sta che se le leggi non sono chiare e precise si prestano ad abusi. Da parte di chi delinque, innanzitutto, ma anche di potenti corporazioni (l’avvocatura) da chi accusa e da chi giudica. Su questo la riforma tace, purtroppo. Ciò che afferma è tuttavia talmente ovvio che sembra incredibile – se non in termini di interessi tenacemente difesi – doverlo ribadire: indagare e giudicare sono professioni diverse, perfino opposte. I procuratori della Repubblica sono sostanzialmente dei poliziotti chiamati ad accusare, rintracciare le prove dei comportamenti che la legge definisce illeciti. I giudici devono valutare quelle prove e le opposte deduzioni della difesa.
Si tratta di funzioni talmente distinte da rendere insostenibile la permanenza dei due ambiti – accusa e giudizio – nello stesso alveo. Bene fa, dunque, la riforma a prevedere distinti percorsi di reclutamento, formazione, inserimento in settori separati dell’ordine giudiziario. Nessuno penserebbe di includere gli agenti del fisco e i membri delle commissioni tributarie nello stesso sistema. Gli uni hanno il compito di far pagare le imposte, gli altri di valutare se sono effettivamente dovute. Separare le carriere sarebbe un atto di buon senso – peraltro comune a gran parte dei paesi con legislazioni simili alla nostra – privo di controindicazioni, se non sorgesse il problema del doppio Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente vi dominano gli accusatori (procuratori) rispetto ai giudicanti, ma soprattutto vige un ferreo sistema clientelare di correnti organizzate – autentici partiti interni alla magistratura su base ideologica – che un protagonista, Andrea Palamara, ha chiamato Il Sistema in un libro di successo.
Quel sistema è pressoché onnipotente: determina carriere, trasferimenti, incarichi, indirizza provvedimenti disciplinari. Ottima cosa spezzarlo in due: di qua gli accusatori, di là i giudicanti. Il punto più controverso è il metodo di nomina dei membri dei due organi di autogoverno. L’elezione libera appare il meccanismo migliore, ma la forza della correntocrazia giudiziaria ha dato prove pessime. Il governo ha scelto il sorteggio. Ferita mortale per la democrazia e l’autogoverno, secondo molti, necessità prodotta dall’esperienza del passato per altri. Premesso che il sorteggio esiste in vari ordinamenti esteri, perfino ad Atene antica, culla della democrazia, fu scelto per combattere la formazione di opachi centri di potere. I sorteggiati sono comunque magistrati di ruolo, periti del diritto, non certo figure esterne. A mali estremi, estremi rimedi.
A patto, ovviamente, di dare un giudizio negativo sul funzionamento, la prassi, la gestione della macchina della giustizia. Questa è la divisione fondamentale dell’opinione pubblica, sulla quale si giocherà l’esito del referendum. Semplifichiamo al massimo: se pensate che la giustizia italiana, i suoi attori, le sue azioni, vadano valutate positivamente, voterete NO alla riforma. Se al contrario siete critici del sistema giudiziario e sperate che la riforma – benché parziale, incompleta e non decisiva – vada nella direzione di maggiore libertà, di maggiori garanzie per i cittadini e di più elevata specializzazione dei magistrati inquirenti e giudicanti, voterete SÌ’. Se non pensate, come Pier Camillo Davigo, accusatore implacabile e poi membro del CSM, che non esistono innocenti, ma solo colpevoli che la fanno franca, voterete SÌ’. Rimarrete nel solco del diritto romano: in dubio pro-reo. Nonostante tutto, meglio un colpevole assolto che un innocente condannato. Per imperizia, errore, pregiudizio, ideologia o altro. Non possiamo accettare l’eccesso di potere dell’accusa. Ma neppure l’eccesso di garanzie per i malfattori. Questo è il nodo che il referendum non scioglierà.

