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1776-1976: due dichiarazioni, una lunga trasformazione dell’ordine internazionale

di Tiberio Graziani - 04/07/2026

1776-1976: due dichiarazioni, una lunga trasformazione dell’ordine internazionale

Fonte: La Fionda

Il punto di partenza del mio intervento è una domanda apparentemente semplice: perché accostare due anniversari così distanti come i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e i 50 anni della Carta di Algeri? La risposta, credo, non può essere soltanto commemorativa.

La tesi che intendo sostenere è che questi due documenti acquistano oggi un significato particolare perché appartengono a due momenti decisivi della lunga trasformazione dell’ordine internazionale moderno: ci permettono di osservare, da angolazioni diverse, l’ascesa, l’apogeo e l’attuale ricomposizione di quell’ordine. Con questa espressione non mi riferisco soltanto alla distribuzione della potenza tra gli Stati, ma all’insieme dei principi di legittimazione, delle istituzioni, delle gerarchie e delle configurazioni spaziali attraverso cui la comunità internazionale organizza sé stessa.

La Dichiarazione americana del 4 luglio 1776 si colloca all’origine di una traiettoria storica che condurrà progressivamente gli Stati Uniti dalla condizione di nuova comunità politica atlantica alla funzione di principale organizzatore dell’ordine mondiale del secondo dopoguerra e, in seguito, del momento unipolare.

La Carta di Algeri del 4 luglio 1976 nasce invece in un contesto profondamente diverso: quello della decolonizzazione, dell’emersione dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, del Movimento dei Non Allineati e della richiesta di un ordine internazionale meno gerarchico e più rappresentativo della pluralità storica del mondo.

Accostare questi due documenti significa dunque osservare due momenti diversi di una medesima, lunga trasformazione: da un lato l’ascesa dell’ordine occidentale a guida statunitense, dall’altro l’emersione di soggetti, popoli e spazi geopolitici che hanno progressivamente rimesso in discussione la pretesa di un unico centro ordinatore.

In questo senso il 2026 non è soltanto una coincidenza di calendario, ma un punto di osservazione privilegiato per interrogarsi sulla fase storica che stiamo attraversando: una fase in cui l’egemone vede erodersi progressivamente la propria capacità ordinatrice, e in cui l’ordine internazionale appare sempre meno riconducibile alle categorie che ne hanno accompagnato la costruzione nel Novecento.

Le transizioni storiche mettono in crisi anche le categorie interpretative

Collocare i due documenti in questa prospettiva impone di soffermarsi su un aspetto che considero decisivo. Ogni ordine internazionale produce non soltanto una determinata distribuzione della potenza, ma anche l’insieme di categorie attraverso cui quella realtà viene osservata, descritta e interpretata — possiede, per così dire, una propria epistemologia: un lessico, delle rappresentazioni, una griglia concettuale che orientano il modo in cui comprendiamo il mondo.

Per questo ogni fase di transizione richiede anche un lavoro di riconcettualizzazione: comprendere un ordine che cambia significa, prima di tutto, interrogare criticamente il linguaggio con cui continuiamo a descriverlo. Le grandi trasformazioni dell’ordine internazionale non modificano soltanto i rapporti di forza tra gli Stati, ma mettono progressivamente in discussione anche gli strumenti concettuali con cui leggiamo la realtà, perché le categorie interpretative elaborate in una fase riflettono inevitabilmente gli equilibri dell’ordine che le ha generate e incontrano crescenti difficoltà non appena quell’ordine comincia a mutare.

È quanto accadde, ad esempio, durante la Guerra fredda. Il bipolarismo era una rappresentazione corretta della distribuzione della potenza militare e nucleare, e descriveva efficacemente il confronto strategico tra Stati Uniti e Unione Sovietica; non era però una rappresentazione falsa, bensì incompleta. Coglieva con precisione la struttura del confronto tra le due superpotenze, ma lasciava inevitabilmente in ombra altri processi storici che, per quanto apparissero allora periferici, erano destinati a modificare profondamente la composizione della società internazionale.

Mentre l’attenzione di studiosi e decisori restava concentrata quasi esclusivamente sul confronto tra i due blocchi, prendevano infatti forma fenomeni di lungo periodo che la sola logica bipolare non riusciva a spiegare: la decolonizzazione, l’emersione di decine di nuovi Stati, la Conferenza di Bandung, il Movimento dei Non Allineati, le rivendicazioni di un Nuovo Ordine Economico Internazionale, l’affermazione di un’autonoma soggettività politica dei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Il bipolarismo, insomma, permetteva di comprendere la distribuzione della potenza ma si rivelava meno efficace nell’interpretare la trasformazione dell’ordine: quella trasformazione era già in corso, erano le categorie disponibili a non consentire ancora di coglierne pienamente la portata.

La Carta di Algeri e l’emersione di una nuova idea di ordine

È proprio alla luce di queste considerazioni che, a mio avviso, la Carta di Algeri del 1976 acquista un significato che va ben oltre la sua dimensione giuridica o politica. Viene generalmente ricordata come una dichiarazione dedicata ai diritti dei popoli e, più in generale, come uno dei principali prodotti culturali della stagione della decolonizzazione: un’interpretazione certamente corretta, ma che rischia di coglierne solo una parte, perché la Carta costituisce anche uno dei primi tentativi di interpretare una trasformazione dell’ordine internazionale che le categorie dominanti dell’epoca non erano ancora pienamente in grado di descrivere.

Nel 1976 il mondo continuava a essere letto prevalentemente attraverso la logica del bipolarismo, ma i fenomeni appena richiamati avevano ormai raggiunto una massa critica tale da richiedere una codificazione politica e giuridica autonoma. È esattamente in questo scarto — tra una lettura del mondo ancora bipolare e una società internazionale già profondamente mutata — che si colloca la Carta di Algeri.

Da questo punto di vista la Carta di Algeri è qualcosa di più di una dichiarazione di principi: prende atto che il mondo non può più essere interpretato esclusivamente attraverso la relazione tra le grandi potenze, e per la prima volta i popoli diventano non soltanto destinatari di diritti, ma soggetti della storia internazionale. È probabilmente questo il suo contributo più originale. Non dispone ancora, certo, di una teoria della transizione dell’ordine internazionale, né tantomeno di una teoria del policentrismo; ma coglie con lucidità un elemento destinato a diventare sempre più evidente nei decenni successivi, ossia che l’ordine internazionale non può più essere pensato come l’espressione di un unico centro di organizzazione politica e culturale.

Più che proporre una nuova lista dei diritti, la Carta suggerisce implicitamente che la crescente universalizzazione della società internazionale renda inevitabile anche una progressiva pluralizzazione dell’ordine: la pluralità dei popoli, delle civiltà, delle culture e delle esperienze storiche non è più una condizione periferica del sistema internazionale, ma diventa uno dei tratti fondamentali della sua nuova configurazione.

Per questa ragione la Carta di Algeri non appartiene soltanto alla storia della decolonizzazione, ma anche a quella della progressiva trasformazione dell’ordine internazionale. Se il bipolarismo organizzava la lettura del mondo attorno alla competizione tra due superpotenze, la Carta spostava implicitamente il baricentro dell’analisi verso la crescente pluralità dei soggetti della vita internazionale: non si limitava a contestare un determinato equilibrio geopolitico, ma contribuiva a mettere in discussione la stessa cornice concettuale entro cui quell’equilibrio veniva interpretato.

Dalla crisi dell’egemonia alla ricomposizione dell’ordine

Se questa interpretazione è corretta, essa aiuta anche a comprendere la fase storica che stiamo attraversando. Nel dibattito internazionale si parla spesso del declino relativo degli Stati Uniti, dell’ascesa della Cina, del ritorno della Russia, dell’espansione dei BRICS+, del crescente protagonismo del cosiddetto Sud Globale: fenomeni reali, ampiamente documentati, destinati a incidere sugli equilibri internazionali. A mio giudizio, tuttavia, essi sono soprattutto le manifestazioni visibili di un processo più profondo.

Il fenomeno fondamentale, infatti, non consiste nella semplice redistribuzione della potenza, ma nella crescente trasformazione della struttura dell’ordine internazionale: non cambia soltanto chi la detiene, cambiano i principi con cui viene organizzata, le modalità con cui l’ordine viene prodotto e le forme della sua legittimazione. È probabilmente questa la vera novità della fase attuale.

Per lungo tempo abbiamo interpretato la storia delle relazioni internazionali come una successione di egemonie, in cui una grande potenza sostituisce la precedente e ne costruisce l’ordine. Questa rappresentazione appare oggi sempre meno convincente: ciò a cui assistiamo non sembra il semplice passaggio da un’egemonia all’altra, quanto piuttosto la progressiva dispersione delle capacità ordinatrici.

Lo Stato continua naturalmente a rappresentare il principale soggetto della politica internazionale, ma la strutturazione dell’ordine coinvolge ormai una pluralità crescente di livelli organizzativi e centri di iniziativa: organizzazioni regionali, grandi complessi geopolitici, reti infrastrutturali, piattaforme tecnologiche, sistemi finanziari, corridoi logistici e nuove forme di cooperazione internazionale partecipano, in modi diversi, alla configurazione dell’ordine mondiale. La ricomposizione dell’ordine internazionale non coincide dunque con il semplice trasferimento della leadership da una potenza a un’altra, ma con la ridefinizione dei principi, delle istituzioni e delle configurazioni spaziali attraverso cui l’ordine viene prodotto, mantenuto e legittimato.

Per questo preferisco parlare di ricomposizione piuttosto che di sostituzione dell’ordine: il termine suggerisce che la transizione in corso non comporti la scomparsa dell’ordine precedente e la sua sostituzione con uno nuovo, ma un processo più complesso, nel quale elementi di continuità e fattori di innovazione convivono, interagiscono e ridefiniscono, passo dopo passo, la struttura della società internazionale. Ciascun ordine attraversa infatti una fase in cui il principio che ne aveva garantito la coesione continua a operare, senza però riuscire più a organizzare l’intera realtà internazionale: è in questi momenti che emergono nuovi principi ordinatori, dapprima dispersi e frammentari, destinati a ridefinire, nel tempo, l’assetto del sistema. Cambia, in definitiva, il principio ordinatore stesso: se nella fase precedente esso era riconducibile alla capacità di un unico centro di organizzare la vita internazionale, oggi tende ad articolarsi attorno a una pluralità di centri, di livelli decisionali e di configurazioni geopolitiche.

Due livelli dell’analisi geopolitica

Le considerazioni appena svolte mi conducono a una conclusione di carattere teorico: ritengo che la fase storica attuale renda necessario distinguere due livelli analitici che nel dibattito contemporaneo vengono spesso sovrapposti. Il primo riguarda la distribuzione della potenza, il secondo la struttura dell’ordine internazionale: due prospettive complementari, ma non coincidenti.

La prima si concentra sulla localizzazione delle risorse materiali della potenza — capacità militari, economiche, tecnologiche, demografiche, finanziarie —, la seconda si interroga sulle modalità con cui tali risorse vengono organizzate, coordinate e trasformate in un principio di ordine. Questa distinzione mi sembra fondamentale per comprendere la fase storica che stiamo vivendo.

A questo punto emerge una conseguenza teorica di particolare rilievo. Se la trasformazione contemporanea investe insieme la distribuzione della potenza e la struttura dell’ordine internazionale, diventa necessario distinguere analiticamente due livelli che la letteratura tende spesso a sovrapporre: non tutte le trasformazioni della potenza producono infatti una trasformazione dell’ordine, così come una trasformazione dell’ordine può maturare progressivamente prima ancora che la distribuzione della potenza risulti pienamente ridefinita.

È proprio in questo scarto temporale, credo, che si coglie il nucleo della distinzione qui proposta: la distribuzione della potenza e l’organizzazione dell’ordine non mutano necessariamente allo stesso ritmo. Si può quindi avere una multipolarizzazione della potenza senza un corrispondente policentrismo dell’ordine, così come si può osservare un processo di policentrizzazione già in atto mentre la redistribuzione della potenza non risulta ancora pienamente compiuta.

Multipolarismo e Policentrismo

È precisamente in questa prospettiva che propongo di distinguere tra multipolarismo e policentrismo. Il multipolarismo riguarda la distribuzione della potenza e risponde a una domanda relativamente semplice:

“quali sono i principali poli della potenza mondiale e come si distribuiscono le loro capacità strategiche?”

Il policentrismo riguarda invece la struttura dell’ordine e si interroga su una questione differente:

“come viene concretamente organizzato l’ordine internazionale?”

La differenza è sostanziale: il multipolarismo descrive una configurazione della potenza, il policentrismo interpreta una configurazione dell’ordine.

In questo quadro gli Stati continuano naturalmente a rappresentare gli attori fondamentali della politica internazionale, ma operano sempre più all’interno di configurazioni spaziali, economiche, tecnologiche e istituzionali più ampie: organizzazioni regionali, grandi spazi geopolitici, reti infrastrutturali, sistemi finanziari, piattaforme tecnologiche, corridoi logistici e nuove architetture della cooperazione partecipano, insieme agli Stati, alla produzione dell’ordine. Per questo ritengo che il policentrismo non sia semplicemente un nuovo sinonimo di multipolarismo, ma una diversa prospettiva teorica attraverso cui interpretare la trasformazione dell’ordine internazionale.

In altri termini, multipolarismo e policentrismo non si collocano sullo stesso piano concettuale: il primo appartiene prevalentemente alla teoria della potenza, il secondo alla teoria dell’ordine. Confondere i due livelli significa attribuire alla sola distribuzione delle risorse materiali una capacità esplicativa che, da sola, non possiede: la distribuzione della potenza è certamente una condizione necessaria dell’ordine internazionale, ma non è sufficiente a spiegarne la forma, la stabilità e i principi di legittimazione.

Ripensare l’ordine internazionale

È proprio per questa ragione che ritengo significativo accostare, in questo convegno, la Dichiarazione d’Indipendenza americana e la Carta di Algeri: non perché i due documenti appartengano alla medesima tradizione politica o culturale, né perché perseguano gli stessi obiettivi, ma perché segnano due momenti fondamentali della lunga storia dell’ordine internazionale moderno.

La Dichiarazione del 1776 inaugura una traiettoria storica destinata a condurre, attraverso l’affermazione della potenza americana e dell’ordine occidentale, alla configurazione internazionale che ha caratterizzato buona parte del Novecento. La Carta di Algeri rappresenta invece uno dei primi documenti in cui emerge la consapevolezza che quella configurazione non fosse più sufficiente a rappresentare la crescente pluralità della comunità internazionale.

Non annunciava ancora il policentrismo, ma poneva implicitamente una domanda destinata ad accompagnare tutta la successiva evoluzione dell’ordine internazionale:

“come costruire un ordine capace di riconoscere la pluralità dei popoli, delle civiltà e delle differenti esperienze storiche?”

A distanza di cinquant’anni quella domanda conserva, a mio giudizio, tutta la propria attualità. Oggi la questione non riguarda semplicemente l’emergere di nuove potenze, ma, soprattutto, la possibilità di costruire un ordine internazionale capace di riflettere la crescente pluralità dei centri decisionali, delle identità politiche, delle configurazioni geopolitiche e delle forme di organizzazione della potenza che caratterizzano il XXI secolo.

Il compito della geopolitica

È qui che si colloca anche il compito della ricerca geopolitica, la quale non può limitarsi a descrivere gli equilibri internazionali, ma deve interrogarsi criticamente sulle categorie attraverso cui quegli equilibri vengono interpretati — il lessico e la griglia concettuale di cui ho detto poco fa, destinati anch’essi a mostrare i propri limiti non appena l’ordine che li ha prodotti muta. Comprendere una transizione significa dunque non soltanto osservare il mutamento della realtà, ma verificare se gli strumenti concettuali di cui disponiamo siano ancora adeguati a descriverla.

È proprio in questi momenti che diventa necessario elaborare nuove categorie interpretative: non per sostituire meccanicamente quelle precedenti, ma per comprendere fenomeni che esse non riescono più a spiegare in maniera soddisfacente.

La distinzione tra multipolarismo e policentrismo non è dunque una semplice precisazione terminologica, ma riflette l’esigenza di tenere separati i due piani dell’analisi internazionale di cui ho detto: la distribuzione della potenza e l’organizzazione dell’ordine. Confonderli significa rischiare di leggere il XXI secolo con le categorie elaborate per comprendere il XX.

Se il Novecento ci ha lasciato l’apparato concettuale con cui abbiamo interpretato l’ordine internazionale del secondo dopoguerra, il nuovo secolo ci assegna un compito diverso: non soltanto comprendere una trasformazione già in atto, ma contribuire a elaborare gli strumenti concettuali necessari per interpretarla. È per tali ragioni che i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza americana e i 50 anni della Carta di Algeri acquistano oggi un significato che va ben oltre la ricorrenza storica.

Non sono semplicemente due anniversari: sono due punti di osservazione privilegiati da cui riflettere sulla lunga trasformazione dell’ordine internazionale e sulla necessità di ripensare gli strumenti interpretativi con cui lo leggiamo. Ogni ordine internazionale nasce, del resto, da una ricomposizione della pluralità storica. Comprendere il nostro tempo significa allora comprendere non soltanto che un ordine si sta esaurendo, ma soprattutto quale principio di ricomposizione stia lentamente emergendo.

Comprendere la ricomposizione dell’ordine internazionale significa allora riconoscere che ogni grande transizione storica richiede anche una transizione concettuale. Quando muta l’ordine del mondo, mutano necessariamente anche le categorie con cui pretendiamo di interpretarlo. È forse questo il primo compito della riflessione geopolitica nel XXI secolo.

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Questo è il testo dell’intervento svolto da Tiberio Graziani in apertura del convegno “La ricomposizione dell’ordine internazionale. Libere riflessioni sul policentrismo a 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e a 50 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (Carta di Algeri)”, tenutosi il 2 luglio 2026 presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre (vedi locandina qui in basso).

Il convegno, promosso dal Dottorato Internazionale Law and Social Change del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, in collaborazione con Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses e la Società Italiana di Geopolitica, si inserisce nell’ambito delle attività scientifiche della Scuola di Dottorato ed è stato dedicato a una riflessione interdisciplinare sulla trasformazione dell’ordine internazionale contemporaneo.

L’intervento propone una lettura congiunta di due documenti appartenenti a momenti storici profondamente differenti ma che, considerati nella prospettiva della lunga durata, consentono di riflettere sulla genesi, sull’evoluzione e sulla progressiva ricomposizione dell’ordine internazionale moderno.

Attraverso il confronto tra la Dichiarazione d’Indipendenza americana e la Carta di Algeri, il testo sviluppa una riflessione sulla crisi dell’ordine internazionale a guida occidentale, sulla progressiva emersione di nuovi soggetti della politica mondiale e sulla necessità di distinguere, sul piano teorico, tra multipolarismo e policentrismo. Ne deriva una proposta di carattere metodologico: comprendere le grandi transizioni storiche richiede non soltanto l’osservazione dei mutamenti geopolitici, ma anche una revisione critica delle categorie concettuali attraverso cui tali mutamenti vengono interpretati.