Ottant'anni fa la strage di Vergarolla: «Giocavamo sulle bombe disinnescate, poi l’inferno. E Pola si svuotò»
di Lucia Bellaspiga - 18/08/2026

Fonte: Avvenire

L'ultima foto a Pola della famiglia Bronzin prima dell'esodo
«Al mattino in migliaia avevamo assistito alle prime gare di nuoto, poi noi bambini avevamo giocato cavalcioni su quelle enormi “bombole” abbandonate da mesi sulla spiaggia, lo facevamo sempre, nessuno sospettava che contenessero nove tonnellate di tritolo… A guerra finita, erano state disinnescate dal gruppo artificieri di Venezia comandato dal capitano Raiola e poi depositate su quella spiaggia, ricordo a terra gli spezzoni delle pesanti catene che un tempo le tenevano unite sotto l’acqua per non far entrare le navi nemiche nel porto di Pola. Tolti gli inneschi, ormai erano innocue ma Tito le pretendeva come bottino di guerra per utilizzarne il contenuto. E quel giorno lo fece…». Claudio Bronzin, 91 anni, parla con accento toscano, ma è nel suo dialetto, l’istroveneto di Pola, che torna a quel 1946, 18 agosto, una domenica assolata, quando le 28 cariche di profondità esplosero simultaneamente tra la folla assopita dopo il pranzo, in attesa delle gare pomeridiane. Sono passati esattamente 80 anni dalla strage di Vergarolla (la spiaggia di Pola, in Istria, oggi Croazia), il primo attentato terroristico della Repubblica italiana (Pola nel 1946 era ancora Italia e la Repubblica era nata dal referendum del 2 giugno di quell’anno), un anniversario che quest’anno viene celebrato intensamente non solo nelle tante iniziative sorte in Italia, ma soprattutto a Pola, con una Messa solenne e poi accanto al duomo con l’inaugurazione del grande cippo che per la prima volta reca incisi i nomi e l’età delle 64 vittime identificate (un numero imprecisato di altri italiani furono disintegrati e sepolti in bare collettive).
Claudio Bronzin quel giorno aveva quasi 12 anni e ricorda ogni particolare della «immane tragedia che ha colpito la mia terra, la mia famiglia e tutta la nostra gente. In quei giorni a Parigi le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale tracciavano i nuovi confini orientali d’Italia, e Pola, al 90 per cento italiana, manifestava in tutti i modi la sua volontà di non diventare jugoslava. Anche quelle gare natatorie a Vergarolla erano una manifestazione patriottica. Solo tre giorni prima in ventimila eravamo andati all’Arena romana con il tricolore a gridare disperatamente “Italia, Italia, Italia…”, c’ero anch’io, ma l’Italia non ci poteva ascoltare. Ci ascoltò, e bene, la Ozna, la polizia politica di Tito... il 18 agosto capimmo che non ci restava altro che partire».
Claudio Bronzin a 8 anni a Pola
Claudio si salvò perché poco prima aveva lasciato gli amichetti per pranzare con i genitori poco oltre i micidiali ordigni, che una mano assassina la notte precedente aveva collegato a nuovi inneschi: «Mio padre Bruno, mia mamma Anna e io, con lo zio Anci e la sua famiglia, ci siamo sistemati davanti allo specchio di mare dove si tenevano le competizioni, mentre purtroppo le altre zie con i cugini sono andati nella pineta più ombreggiata e fresca, ma anche vicinissima all’esplosione – racconta oggi nella sua casa di Firenze –. I miei amichetti erano rimasti a giocare sulle “bombole”, anche Carlo e Renzo Micheletti», i figli del famoso chirurgo Geppino Micheletti, che quel giorno perse i suoi due bambini ma trovò la forza di operare giorno e notte senza sosta le centinaia di feriti gravissimi che giungevano in ospedale. «Finito il pranzo al sacco, mentre tanti riposavano io e la cuginetta Marisa di sei anni siamo andati a pescare sul pontile in legno che era il terminale delle gare di nuoto e da quel punto avevamo un’ampia veduta sul mare e sulla pineta…», continua Bronzin. Alle 14.10 un colpo secco come di fucilata proveniente dal cumulo di ordigni – era l’innesco –, «alzo gli occhi e vedo salire al cielo un’immensa colonna di fuoco con un tremendo boato e un fumo nero, mentre una pioggia di oggetti ci cadeva addosso. Ho preso per mano la mia cuginetta e siamo corsi dai nostri genitori. Trovai mio padre chino su mia mamma che era incinta al sesto mese ed era stata sbalzata dallo spostamento d’aria, ma per fortuna era illesa. Poi papà ci ha affidati allo zio Anci ed è corso verso il punto dell’esplosione a cercare le sue sorelle Francesca e Unda, la zia Gina, il nipotino Mario di soli 3 anni…». Sono immagini indelebili per tutta la vita: la folla in fuga, le urla di chi invoca i propri cari, le ambulanze, i carri militari che portano in città feriti e morti insieme, il mare rosso, i resti umani sparsi anche sugli alberi. «Finalmente vedo tornare mio padre tutto imbrattato di sangue e nero di fumo, singhiozzava come non l’avevo mai visto, “tuti go ciamado, ma solo la Unda me ga risposto, nisun altro dei nostri! Solo ela go trovado, la xe tuta sbregada. Go aiutado tanti metendoli sui camion, anche fioi pici, senza gambe, mani, testa, quanti morti!”». Poi il ritorno in città, in mezzo a quel popolo che camminava allucinato verso l’ospedale di Pola, dove si sperava di trovare tra i feriti gli scomparsi: «Ricordo il mesto silenzio di tutti noi che percorrevamo in fila indiana quelle strade polverose, ipotizzando in cuor nostro le tristi notizie che dovevamo aspettarci sul destino delle tre zie e del cuginetto. Davanti all’ospedale era una disperazione generale, le persone piangevano fra i camion con i pianali coperti da teli che, ogni tanto, qualcuno alzava per cercare parenti e amici. L’ho fatto anch’io. Ho visto resti umani, arti senza corpo e altro che non voglio descrivere. Poi negli occhi di mio padre ho percepito una tragica sentenza: aveva trovato la zia Francesca per terra nel corridoio dell’ospedale, morta. Le zie Unda e Gina erano gravi, in attesa di essere portate in sala operatoria dal dottor Micheletti. Del cuginetto Mario, nessuna notizia, si pensava fosse tra i morti disintegrati». Lo ritroveranno dopo due giorni: aveva vagato nudo e terrorizzato, incapace di dire il suo nome alla coppia che lo aveva trovato e portato con sé. Oggi vive a Firenze, e a Pola non è mai voluto tornare.
Proprio mentre operava una delle due zie, Micheletti fu avvertito che il suo piccolo Carlo, 9 anni, era stato trovato morto mentre di Renzo, 4 anni, restava solo un calzino. «Mio papà e mio zio Giuseppe erano davanti alla sala operatoria e hanno visto la sua reazione – continua Bronzin –. Si è accasciato, era un padre annientato dallo strazio, ma poi si è rialzato ed è rientrato in sala operatoria. Entrambe le zie sono rimaste pesantemente invalide per le ferite riportate e con il corpo ricucito dalle gambe fino al collo, ma salve grazie a lui». Alla fine le vittime identificate furono 64, ma alcune bare portarono sotto terra i resti di chissà quante persone sparite nel nulla: «Pola dal 1945 era protetta dagli inglesi per preservarla dai rastrellamenti e dalle morti in foiba già toccate al resto dell’Istria – spiega – quindi clandestinamente arrivavano in città istriani delle altre zone per salvarsi dai titini. Anche papà nelle cantine nascondeva tre uomini, li chiamavamo Sior 1, Sior 2 e Sior 3, nessuno ne conosceva il nome, era troppo pericoloso per le loro famiglie. Noi eravamo agiati, tra tutti gli zii avevamo cinque negozi e tanti terreni, così aiutavamo volentieri chi era nel bisogno».
Ma Vergarolla fu uno spartiacque. Dei 32mila polesani, 30mila si prepararono a partire per non subire la ferocia del nuovo regime che presto (ormai era chiaro) si sarebbe preso anche Pola. Pure il piccolo Claudio con il padre e il nonno portarono tutti i loro mobili alla stazione ferroviaria per caricarli sul vagone assegnato. Ma dove andare? «Era la prima volta che vedevo mio padre smarrito…». Fu il ferroviere a riportarlo alla realtà, «che città scrivo sui vostri cassoni? Dove li inviamo?». «Nella città italiana più lontana dai confini», fu la sua risposta, e il ferroviere scrisse con un pennello “Firenze”: «Fu così che diventammo fiorentini, quell’uomo aveva deciso il nostro futuro. Negli anni poi mio papà ha detto che si era sbagliato, avrebbe dovuto specificare meglio: la città più lontana dai confini purché sul mare… La nostalgia del suo mare lo ha sempre abbattuto».
Partiti i treni colmi di masserizie, seguirono gli umani. Era il 12 febbraio 1947 quando la motonave “Pola” si staccò dal porto con a bordo anche i Bronzin e li portò a Trieste, in un centro profughi gestito dagli americani. «Lì successe una cosa terribile. Mia madre aveva in braccio il mio fratellino di 40 giorni, quello che aveva in grembo quando era stata investita dall’esplosione, gliel’hanno tolto e lo hanno dato a me, poi hanno spogliato letteralmente nudi mio papà e mia mamma e li hanno irrorati di una polvere gialla, come fossero appestati. Ricordo ancora lo sguardo di mia mamma che con le mani cercava di coprire le sue parti intime che mai mi aveva mostrato! Tutto accadeva davanti a me, era disperata. Dopo pochi giorni in treno abbiamo raggiunto Firenze, quartiere Baracca, e lì subito alla scuola media ho fatto nuove amicizie. Anche in Istria, sfollato in campagna durante i bombardamenti, ero sempre andato d’accordo con i bambini croati, quanti giochi! E mio padre, nel suo avviatissimo negozio di alimentari, comprava dai contadini slavi i loro prodotti e a loro rivendeva ciò di cui avevano bisogno, mai uno screzio, si viveva in armonia… Oggi nella nostra bella casa di Pola vivono dei serbi e al negozio di papà si riparano televisori, è tutto troppo triste».
Claudio Bronzin, il sesto da sinistra nella seconda fila, in una foto scattata nel 1946 quando frequentava la prima media
A Firenze Claudio farà una bella carriera professionale e sposerà Marcella. Il primo ritorno nella sua Pola è stato nel 1960, c’era ancora la dittatura, ore di perquisizioni al confine, «quando il poliziotto jugoslavo leggeva sul passaporto che ero nato a Pola, estraeva un registro nero e controllava che non fossi nella lista. Alcuni miei zii erano tra i rimasti, non avevano voluto staccarsi dai loro terreni, e ricordo che andavano a Messa di nascosto alle 5 del mattino dalle suore nella chiesa di San Francesco, dove un prete entrava in abiti civili e celebrava clandestinamente, il regime vietava anche Dio. Zii e cugini ci vennero ad accogliere al confine, ma restarono distanti mezzo chilometro per non farsi vedere insieme a noi, si viveva ancora nel terrore. Mia mamma aveva domandato alla zia Maria che cosa desiderasse in dono dall’Italia e lei aveva chiesto un ditale, tutto era introvabile. La mamma portò alcune scatole da dodici ditali e la zia impazzita di gioia foraggiò tutti i vicini».
Nella sua luminosa casa fiorentina, Bronzin conserva ancora una piccola parte dei tanti oggetti partiti con l’esodo. Tra questi, l’“album dei ricordi” che tutti gli alunni di ogni epoca alla fine di un ciclo scolastico riempiono di disegni e pensierini dei compagni da non dimenticare. Nel disegno del suo compagno di banco, però, non c’è la spensieratezza in rima delle dediche in tempo di pace, a Pola anche i bambini anziché un arrivederci si davano un addio, consci di partire e disperdersi nel mondo… Il disegno ritrae la chiesa di Sant’Antonio, quella che spunta dietro l’Arena romana, nel cielo l’arcobaleno ha solo tre colori, verde bianco rosso, e termina in una colomba bianca. Sotto un grande sole che illumina il futuro, la speranza è rappresentata dallo studio (penna, calamaio e quaderno) e dagli strumenti di lavoro di un Claudio ritratto già adulto… E, sotto, raccomandazioni troppo amare per essere scritte da Sergio, un bimbo di 12 anni: “Quando sfoglierai queste pagine ricordati della tua cara Pola e dei bei giorni che hai trascorso in essa”. Firmato Sergio Endrigo, il grande cantante, esule anche lui da Pola in quel febbraio 1947 (“1947” è il titolo di una tra le sue più struggenti canzoni).
Il disegno e la dedica di Sergio Endrigo
Tra i tanti ricordi, infine, Bronzin sceglie di affidarci il Natale del ’44, quando Pola era occupata dai nazisti e gli angloamericani bombardavano dal cielo, in città c’era il coprifuoco e si viveva chiusi in casa al buio. «Mancava tutto, da mangiare, da vestire, ma quello che a me mancava era il mio papà, prelevato dai tedeschi e mandato ai campi di lavoro a Vodice a scavare trincee in un inverno gelido». Sua mamma in bottega faceva miracoli per trovare qualcosa da vendere ai clienti, «io muleto la aiutavo come potevo, attaccavo i bollini delle tessere annonarie, c’era nell’aria una profonda tristezza per tutti. Mamma andò a Vodice per vederlo, ma non la fecero passare, per lo meno gli consegnarono il pacco che aveva portato per lui…». Quell’anno era come se il Natale non fosse arrivato, «per la prima volta non raccolsi il muschio né costruii la grotta per le bellissime statuine in terracotta con cui l’anno prima avevo vinto il premio del presepe più bello», rammenta Claudio. Due notti prima di Natale sentì grattare alle sue finestre e qualcuno che parlava sottovoce… «Mamma guardò dalla fessura della persiana e vide uno sconosciuto con in mano qualcosa di grosso ed ebbe paura. Si armò del manico di scopa e gli urlò di andarsene, ma quello a voce bassa insisteva nel dire qualcosa… Finché di colpo mia mamma ha piantato un urlo lunghissimo, “Brunooo”, e poi mi ha urlato “papà xe tornado”. Lui da fuori la supplicava di tacere, guai farsi sentire. Corremmo ad aprirgli ed entrò un uomo magrissimo, con la barba lunga, scavato e con il cappotto strappato, ma ricordo che gli vedevo i denti bianchi perché sorrideva. Era magro come un’acciuga ma era il mio papà!». Il mistero su quel pacco grosso fu presto svelato: «Era un albero di Natale per me, lo aveva tagliato in pineta sulla via di casa sfidando i divieti del coprifuoco – si commuove per la prima volta Claudio Bronzin –, quell’albero è stato al centro del nostro magnifico Natale, ci appendemmo tutto quello che trovammo in casa e sotto i suoi rami tornarono quei personaggi di terracotta, a vivere con noi il più bel Natale di tutta la mia vita».
