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Nel paradigma Epstein la perversione è struttura, non deviazione

di Roberto Manzi - 22/02/2026

Nel paradigma Epstein la perversione è struttura, non deviazione

Fonte: Roberto Manzi

Il caso Jeffrey Epstein lo vediamo raccontato come una vicenda di scandalo: una storia estrema, sordida, eccedente, buona per indignare, per occupare pagine e schermi, per produrre quella forma di adrenalina morale che dura il tempo di una notizia e non lascia più traccia. È il destino di quasi tutte le grandi vicende pubbliche contemporanee, da Epstein al Me Too, passando per il lungo romanzo italiano del potere erotizzato che – rotto il vaso di Pandora – da Tangentopoli arriva sino ai giorni nostri. Si grida allo scandalo, ci si ferma lì. E ci si guarda bene dal fare un passo ulteriore. Ma andiamo per gradi.
Epstein non è stato un incidente del sistema di potere contemporaneo. Ne è stata invece una parte integrante. Dai dossier appare come un soggetto di difficile messa a fuoco. Egli non produceva, non costruiva, non innovava. Insomma, non aveva un’attività economica riconoscibile nel senso classico del termine. Eppure disponeva di ingenti capitali, di immobili strategici, di accessi privilegiati alle élites vitali della politica, della finanza, dell’accademia globale. Epstein non era un imprenditore: era un’infrastruttura, un sistema. Un punto di snodo. Un luogo dove denaro, relazioni e segreti trovavano protezione reciproca.
Proviamo allora a darne una chiave di lettura politica. Il paradigma Epstein dimostra che nella deriva del mondo post-industriale, il potere non risiede più nella produzione o nel capitale tout-court, ma nella gestione dell’opacità. Governa chi rende possibile ciò che ufficialmente non dovrebbe esistere, chi costruisce zone grigie. Chi è al di là del bene e del male. Governa chi permette alle élite di muoversi senza lasciare traccia. Epstein non faceva rendere capitali: faceva rendere il silenzio. E il silenzio, in certi ambienti, è la merce più preziosa.
Si è parlato molto delle sue ricchezze e sorprendentemente poco della loro logica. Il paradigma Epstein procede a mo’ di ossimoro. Egli si presentava come gestore di patrimoni di individui ultraricchi, ma senza una struttura di governance trasparente, senza una famiglia di riferimento, senza rendicontazioni verificabili. Un family office senza famiglia, un intermediario senza volto. La domanda allora non è come abbia utilizzato il denaro, ma perché qualcuno abbia continuato ad affidarglielo. La risposta è evidente: non per ottenere rendimenti finanziari, ma per garantire discrezione, protezione, intermediazione del non-dicibile. In questo schema il capitale non serve a creare valore, ma a neutralizzare il conflitto e a sospendere la responsabilità.
Da qui emerge il grande equivoco del nostro tempo. Di fronte al caso Epstein si invocano nuove regole, più controlli, più compliance, come se il problema fosse l’assenza di norme. È esattamente il contrario. Le norme c’erano. Procedure volte a prevenire riciclaggio di denaro e reati finanziari, AML e KYC di rito, controlli reputazionali: tutto è formalmente operativo. Ecco allora che il paradigma Epstein dimostra che il problema non è tecnico-giuridico, ma teleologico e politico. L’attuale regolazione funziona verso il basso, non verso l’alto. È severa con i deboli, flessibile con i potenti. Non ignora il potere: lo serve. Ecco allora che muovendosi nell’amoralità – che è cosa ben diversa dall’immoralità – ogni azione per quanto lurida possa essere, ne è la conseguente declinazione. È l’albero da frutto del male.
In questo contesto si inserisce anche il confronto, spesso strumentale, con la Chiesa cattolica. Anche nella Chiesa ci sono stati scandali gravissimi, pietre di inciampo reali e dolorose, che hanno ferito persone e minato la credibilità dell’Istituzione. Ma qui la differenza è sostanziale. Nella Chiesa la perversione è una contraddizione, un inciampo e caduta rispetto a uno scopo fondativo e dichiarato. È scandalo proprio perché tradisce un télos, un fine, una direzione che resta normativamente valida anche quando viene violata. Nel paradigma Epstein, invece, la perversione è struttura, non deviazione. È sistemica. Non interrompe il funzionamento dell’apparato, lo alimenta. Non è scandalo, è metodo. Non è pietra d’inciampo, è testata angolare. È l’anticristo. Questo è il discrimine politico che troppo spesso viene eluso. Il nodo centrale, allora, non è semplicemente morale ma teleologico. Epstein incarna un potere privo di scopo, un denaro senza destinazione, un accumulo che non mira al bene comune né alla costruzione di alcunché. È il capitale che diventa fine a se stesso, che non risponde a nessun orizzonte se non la propria perpetuazione. Ecco allora che quando il potere perde il télos, non si limita a diventare cinico: diventa il male.
Anche la filantropia, in questo quadro, rivela la sua ambiguità di significato. Università prestigiose, centri di ricerca, fondazioni culturali hanno accettato fondi da Epstein quando i sospetti erano già noti. Non per superficialità o distrazione, ma per convenienza evidentemente. La filantropia, svuotata di un fine, diventa uno strumento di legittimazione, una sofisticata lavatrice morale (e non solo morale). Il denaro compra accesso, silenzio, rispettabilità. E lo fa – sul piano formale – legalmente. Il vero scandalo, allora, non è Epstein. È il sistema che lo ha reso possibile e che continua a produrre figure simili, magari meno esposte, più efficienti, meglio protette. Un capitalismo senza limite, un’élite senza radicamento, un potere che non risponde a nulla se non a se stesso.
Il paradigma Epstein non ci chiede di indignarci. Ci chiede di capire. Ci obbliga a porci una domanda eminentemente politica: cosa accade quando il potere si separa dallo scopo? La risposta è davanti ai nostri occhi. Il vero scandalo non è ciò che Epstein ha fatto, ma ciò che il sistema ha accettato in cambio del suo silenzio. E finché il potere continuerà a muoversi senza télos, Epstein non sarà un’eccezione del passato, ma un paradigma del presente.