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Contro la retorica dell'immigrato-disperato

di Antonio Catalano - 24/08/2026

Contro la retorica dell'immigrato-disperato

Fonte: Antonio Catalano

I fatti di Ceuta gettano una luce importante sulla natura dei moderni flussi migratori. Flussi migratori che hanno nulla o quasi a che vedere con quelli passati, in quanto quelli originavano da accordi inter-statali che definivano quote e funzioni lavorative. Gli emigranti partivano quando la loro pratica era stata perfezionata e quindi si poteva andare a occupare il posto di lavoro concordato (come avvenne per i miei zii emigrati in Usa). Si trattava di una migrazione interna a un mondo dominato dal capitale industriale, in cui v’era necessità di disporre di abbonante forza-lavoro per far funzionare la filiera produttiva. Così, i nuovi arrivati andavano ad integrarsi nelle realtà di fabbrica della nazione ospitante secondo le regole contrattuali ivi previste dalle normative. Poteva succedere che andati in pensione tornavano in patria, ma molti rimanevano, ormai integrati, assimilati, nella nuova realtà, nella quale registravano cognomi foneticamente adattati.

Questo tipo di emigrazione conclude la sua parabola a partire dalla fine degli anni ’80, quando, con la fine dei blocchi e la caduta dell’Urss (’89), si apre la nuova stagione della globalizzazione che decreta il trionfo del capitale finanziario sul quello industriale. Si avviano quindi processi di delocalizzazione internazionali e cominciano a presentarsi nuovi e caotici flussi migratori (nel 1991 arriva nel porto di Bari la nave “Flora” con circa 20mila albanesi).

Questa massa immigrante si configura spesso come “esercito di riserva industriale” disposto a sostituire la manovalanza autoctona a prezzi di vendita della propria forza-lavoro decisamente concorrenziali, favorita in ciò da un quadro normativo sul lavoro che va strutturalmente cambiando, perdendo quelle caratteristiche di “rigidità” attaccate pesantemente da una lunga campagna denigratoria contro il “posto fisso”.

Ma non possiamo ridurre la funzione di questa massa immigrante solo a quella di esercito di riserva. La classe dominante globalista capisce bene che questa massa migrante non solo azzera la contrattualità della forza-lavoro autoctona, rendendola sempre più flessibilizzata e precarizzata, con un potere d’acquisto che veleggia verso il basso, ma diventa decisivo strumento di scombussolamento dei popoli, se non addirittura di veri e propri progetti di “sostituzione”, grazie anche a una denatalità "controllata". Popoli verso i quali inizia una vera e propria aggressione. Contro le sue identità, sia culturali che religiose. Non a caso, si comincia a demonizzare la stessa nozione di stato-nazione. Comincia quindi quella fitta propaganda tesa ad affermare la superiorità morale del multi-culturalismo e del multi-etnicismo, sostenuta dalla retorica del politicamente corretto, poi tralignato in woke.

Retorica (ideologica) che dipinge il “migrante” come disperato, degno quindi di cure, premure e attenzioni umanitarie. Nascono ong (affiliate all’internazionale finanziaria globalista) che praticano la strada dell'occupazione dello spazio istituzionale e addirittura dettano tempi e modalità del “soccorso” ai migranti, grazie a una potente rete associativa ramificata in tutti i gangli dell’assistenza cooperativistica (legale, ricettiva, medico-sanitaria…). Impunemente navi battenti bandiera estera diventano padroni delle nostre acque territoriali nullificando e mortificando gli interventi della marineria (vedi caso “Sea Watch” della globalista Carola Rackete che nel giugno 2019 forza il blocco navale e sperona un’unità della nostra Guardia di Finanza).

Si registrano perciò sul territorio masse sempre più numerose di nuovi immigrati, che in prevalenza vanno a sostituire lavori a basso contenuto di competenze tecniche (agricoltura, fabbrica, servizi…), che quindi distruggono le attività, tradizionalmente gestite da autoctoni, grazie all’impossibilità di competere di questi con i costi bassissimi della forza-lavoro immigrata e a una pressione fiscale e di controllo spesso inesistente sulle attività esercitate dai nuovi imprenditori immigrati (che spesso sfruttano in modo semi-schiavistico gli stessi connazionali). La giustificazione ideologica di questa sostituzione è fornita dal ritornello che gli immigrati “fanno lavori che gli italiani (o, chi altri) non vogliono più fare”. Se poi ci mettiamo la menzogna che grazie agli immigrati si può tenere in piedi il sistema previdenziale…

A seguito dell’inserimento nel sistema produttivo e di percezione di reddito e servizi forniti dallo stato sociale, il numero degli immigrati cresce, anche grazie a ricongiungimenti familiari resi abbastanza facili da una normativa lasca sul tema. Ma non tutti i “migranti” riescono, o vogliono, inserirsi nel sistema produttivo, molti, attratti dai facili e cospicui guadagni, vanno a rimpolpare le fila della extra legalità (spaccio, prostituzione…) se non della vera e propria criminalità. Molti di quelli che non riescono a inserirsi a qualsiasi titolo, finiscono invece nel circuito degli sbandati, di quelli che spesso si danno ad escandescenze o, peggio, a violenze contro cose e persone, spesso donne (molestie sessuali e stupri) di cui la cronaca quotidiana e piena, e per i quali spesso vale il principio della sospensione della pena, con incredibile accondiscendenza degli immigrazionisti i quali, invece, non sono disposti a tollerare neanche una sbavatura commessa da autoctoni, specialmente se maschi e bianchi…

L’immagine del migrante disperato che va soccorso e assistito è un falso, figlio di un ipocrita umanitarismo (coltivata anche da una certa chiesa ridotta a ong) che nasce da una precisa impostazione ideologica. Quella tesa a giustificare, se non a sostenere, il sistema liberista globalista che trae, come abbiamo visto, benefici economici e sociali abbastanza evidenti da questi processi.

La stragrande maggioranza di questi “migranti” è rappresentata prevalentemente da giovani maschi, robusti e intraprendenti, i quali decidono di mettersi in viaggio lungo le varie rotte (marittime e terrestri), sborsando migliaia di euro (c’è un tariffario apposito per le varie rotte), quasi sempre messe a disposizioni da famiglie che vedono in ciò un investimento (vedi, per esempio, l’enorme e quotidiano flusso di denaro costituito dalle rimesse).

C’è una parte politica, quello della sinistra estrema, orfana del mito della rivoluzione proletaria, che, delusa dall’integrazione della classe operaia nel sistema, ritiene che il soggetto rivoluzionario sul quale puntare sia oggi quello migrante, in quanto espressione del nuovo proletario che non ha altro da perdere che le proprie catene. Una vera e propria visione idealistica, campata in aria cioè, che la storia si è incaricata di smentire più volte. Nessuna classe decide di essere rivoluzionaria, quando le rivoluzioni appaiono sulla scena storica è perché determinate condizioni le hanno (quasi) rese inevitabili (rivoluzioni francese, russa, cinese…), non perché si volesse fare la rivoluzione, quasi fosse un “pranzo di gala” (Mao).

Ma poi, quando mai gli esseri umani decidono di non voler migliorare le proprie condizioni di vita? La classe operaia non ha tradito niente – solo i visionari rivoluzionari l’hanno vissuta così – essa ha, e giustamente, lottato per conquistare sacrosanti diritti sociali. I visionari “rivoluzionari” quindi vedono nei loro migranti idealizzati quella classe operaia che avrebbe dovuto trainare i processi rivoluzionari. Migranti come nuovo soggetto rivoluzionario. Ignorano, costoro, e proprio a causa di una collocazione di classe spesso privilegiata, quindi estranea alla conoscenza della realtà sociale del mondo popolare, che l’immigrato tende, ed è giusto e comprensibile che sia così, ad integrarsi e a migliorare la propria condizione economica e sociale. Il paradosso è che questi presunti rivoluzionari “puntano” non sull’immigrato in generale, ma su quella fascia di immigranti marginalizzati e “sbandati”, che Marx sprezzantemente avrebbe definito sottoproletariato. Il sottoproletariato, per sua stessa natura, è infido e refrattario a qualsiasi prospettiva sociale. Il suo obiettivo è piazzarsi, comunque sia, per godere di quelle gioie, effimere, ma considerate importanti, che la società dello spettacolo elargisce.

Nota finale. Ceuta ci ha mostrato immagini di giovani maschi africani forti, robusti, aggressivi, cresciuti nel mito occidentale del successo e della ricchezza, a qualunque costo. Non di disperati.