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Una tragedia trasformata vergognosamente dai media in un processo mediatico ai non vaccinati

di Luciano Tovaglieri - 24/08/2026

Una tragedia trasformata vergognosamente dai media in un processo mediatico ai non vaccinati

Fonte: Come Don Chisciotte

 Una bambina di quattro anni è morta a Palermo. È una tragedia terribile, davanti alla quale la prima reazione dovrebbe essere il rispetto: rispetto per una vita spezzata e una cristiana solidarietà per una famiglia che ha perso una figlia.

E invece, quando ancora gli accertamenti non hanno chiarito definitivamente tutti gli aspetti della vicenda, l’informazione di regime, in pieno stile orwelliano, ha già trovato il colpevole, pronunciato la sentenza e individuato la morale da impartire agli italiani: la bambina non era vaccinata.

 Da qui titoli, servizi televisivi, commenti indignati e processi sommari ai genitori. La tragedia individuale diventa immediatamente un caso nazionale e, soprattutto, un formidabile strumento per rilanciare una campagna a favore delle vaccinazioni, che dopo la truffa dei sieri sperimentali spacciati per vaccini anti Covid, sono in calo non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Tu puoi anche raccontare tutte le palle che vuoi, con la potenza di fuoco di tutti i media mainstream, ma poi la gente parla, sente di amici, parenti e conoscenti che hanno avuto effetti avversi in seguito alle vaccinazioni e quindi comincia a farsi domande, a dubitare a temere per la propria salute e per quella dei propri figli, quindi sono stati proprio i media corrotti ad avere fatto, con il loro atteggiamento omertoso e complice, i danni peggiori alla fiducia vaccinale nella gente.

Prima di utilizzare la morte di una bambina per impartire lezioni alla popolazione sarebbe opportuno fermarsi ai fatti.
Oltre mille bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno in Italia. Ogni morte di un bambino è una tragedia. Proprio per questo bisognerebbe domandarsi perché alcune morti diventino improvvisamente casi nazionali mentre moltissime altre rimangano confinate nelle statistiche.

Secondo le stime internazionali sulla mortalità infantile, in Italia muoiono ogni anno oltre mille bambini prima di raggiungere i cinque anni di età, per cause estremamente diverse. La maggior parte dei decessi si concentra nel primo anno di vita.
Non vediamo per ciascuno di questi casi giorni di prime pagine, dibattiti televisivi e accuse rivolte alle famiglie.
Questo naturalmente dimostra quanto sia necessario interrogarsi sui criteri attraverso i quali l’informazione decide quali tragedie trasformare in simboli nazionali, perché lo faccia e soprattutto su pressione di chi. Cui prodest?

 Una diagnosi che deve essere ancora ricostruita fino in fondo

 C’è poi un elemento fondamentale che rischia di essere soffocato dalla contrapposizione ideologica fra vaccinisti e non vaccinisti.
La bambina sarebbe stata portata una prima volta in ospedale e successivamente dimessa con una diagnosi di tonsillite. Le sue condizioni sarebbero poi peggiorate fino al successivo ricovero.
La Procura sta verificando la vicenda e saranno gli accertamenti medici e giudiziari a stabilire esattamente cosa sia accaduto.
La domanda, pertanto, è legittima: la malattia poteva essere riconosciuta prima?
La difterite non è una malattia per la quale la medicina moderna non disponga di alcuno strumento terapeutico. Esistono antibiotici e, soprattutto, l’antitossina difterica. La tempestività del trattamento è molto importante perché l’antitossina può neutralizzare la tossina ancora circolante, ma non cancellare il danno già provocato ai tessuti.

Questo non significa affatto poter affermare che una diagnosi immediata avrebbe certamente salvato la bambina, significa però che il momento della diagnosi e dell’inizio della terapia è una questione essenziale.
Per quale motivo, allora, una parte del dibattito pubblico sembra molto più interessata a giudicare la decisione vaccinale dei genitori che a conoscere nei dettagli l’intero percorso clinico?

 Vaccinazione e possibile errore sanitario sono due questioni diverse.

 Possono essere contemporaneamente vere due cose: una vaccinazione avrebbe potuto ridurre il rischio della malattia e, nello stesso tempo, potrebbe esserci stato un ritardo diagnostico o terapeutico che ha contribuito all’esito.
Stabilirlo non spetta ai giornalisti, né ai commentatori dei social e nemmeno a noi. Spetta ai medici incaricati degli accertamenti e, per gli eventuali profili di responsabilità, alla magistratura.

 Il problema sanitario che passa in secondo piano

 C’è infine una contraddizione che meriterebbe molta più attenzione.
Mentre si concentra il dibattito nazionale sulla scelta vaccinale di una singola famiglia, l’Italia affronta da anni problemi strutturali del Servizio sanitario nazionale: carenza di personale in numerose specialità, difficoltà dei pronto soccorso, liste d’attesa, medicina territoriale sotto pressione e medici di famiglia che in molte zone devono assistere un numero crescente di pazienti.
Sono questioni documentate e che riguardano milioni di italiani.
Quando un sistema sanitario è sotto pressione, chiedere se abbia funzionato correttamente nel caso concreto non significa accusare preventivamente medici e infermieri. Significa pretendere che venga esaminata l’intera catena degli eventi, senza decidere in anticipo quale parte della storia debba essere raccontata.

 La paura non può sostituire l’informazione

 La questione vaccinale, dopo gli anni dell’inganno, del ricatto e della coercizione pandemica, è diventata estremamente divisiva. Una parte della popolazione manifesta una crescente diffidenza verso istituzioni sanitarie, industria farmaceutica e comunicazione pubblica.
Liquidare automaticamente queste persone come ignoranti o irresponsabili non ricostruisce la fiducia: spesso produce l’effetto contrario.
I vaccini sono prodotti farmaceutici e, come tutti i medicinali, possono provocare eventi avversi.

Per questo esistono sistemi di farmacovigilanza, ma sappiamo anche che in taluni casi questi sistemi sono stati bypassati con il pretesto dell’emergenza o per inconfessabili interessi economici di big pharma, per questo è importante, anzi imprescindibile discutere seriamente della sicurezza dei vaccini, utilizzare dati verificabili, raccogliere non una ma tutte le segnalazione di tutti gli eventi avversi e non cercare di nasconderli con il pretesto che altrimenti cala il tasso di vaccinazione.

Dobbiamo pretendere la massima trasparenza dalle autorità sanitarie e soprattutto organismi di controllo realmente indipendenti, non ricattabili o corruttibili dalle case farmaceutiche, a questo proposito è legittimo ricordare che l’industria farmaceutica è un settore economico enorme e che la sanità muove interessi miliardari, i conflitti d’interessi, negli ultimi anni sono stati evidenti a tutti quelli che non avevano fette di salame sugli occhi.

 Prima gli accertamenti, poi le sentenze

La morte di una bambina di quattro anni non dovrebbe diventare un’arma nelle guerre ideologiche degli adulti.
Se gli accertamenti dimostreranno che la mancata vaccinazione è stata importante, ne prenderemo atto, ma se emergeranno errori diagnostici o ritardi terapeutici che hanno avuto un ruolo nell’esito, bisognerà raccontare con altrettanta evidenza anche quelli, se entrambe le circostanze avranno contribuito alla tragedia, bisognerà avere l’onestà di raccontarle entrambe.
Quello che non è accettabile è emettere la sentenza prima dell’indagine.
La bambina di Palermo merita la verità completa, non di essere trasformata nel pretesto di una campagna ideologica di odio nei confronti di chi non vuole vaccinarsi e di terrorismo mediatico per tutti.
Prima di processare pubblicamente suo padre e sua madre, aspettiamo di sapere esattamente perché quella bambina è morta, quando la malattia avrebbe potuto essere riconosciuta, quali terapie siano state somministrate e se tutto ciò che poteva essere fatto sia stato realmente fatto. Queste sono domande. Le risposte devono ancora arrivare.

 

Di Luciano Tovaglieri