Paganesimi per il XXI secolo
di Alberto Giovanni Biuso - 24/08/2026

Fonte: GRECE Italia
Con il paganesimo antico è finita una forma di incantamento del mondo ma, poiché l’essere delle cose rimane un enigma, le domande alle quali la religione antica e il suo sentire aprivano rimangono domande essenziali per ogni esistenza umana.
Per il paganesimo del XXI secolo non si tratta di reinventare improbabili culti neo-pagani o di indugiare in un paganesimo estetico e letterario; si tratta di comprendere le ragioni per le quali ancora oggi l’Europa non può non dirsi pagana e da questa comprensione far discendere delle coordinate esistenziali differenti, davvero nuove perché radicate in una identità ancora viva. I paradigmi che oppongono cristianesimo e mondo antico sono infatti numerosi ed evidenti e si riferiscono in particolare ai temi del tempo, della natura, delle strutture sociali.
Tempo
Il cristianesimo ha inventato lo storicismo, una temporalità lineare e irreversibile che postula un significato intrinseco della storia, intrinseco poiché radicato nella volontà del Dio. Da qui discendono le concezioni progressive, rivoluzionarie, utopiche del tempo storico, alle quali si oppone quanto viene definito passatismo, reazione, tradizionalismo. In realtà progresso e regresso sono dei termini che acquistano senso soltanto in una prospettiva del tempo e della storia che sia monolineare. Per il cerchio pagano (come quello raffigurato nel logo di questo sito) non si dà alcun inizio assoluto del tempo e ogni passato è ancora da venire.
Natura
La visione ebraico-cristiana ha posto il luogo del divino nel totalmente Altro, al di là e al di fuori della natura, delle cose, del mondo. La visione pagana respinge, invece, ogni dualismo e sente nell’essere la forza del divino; Dio si dispiega nel mondo e la sua profondità non abita nel nulla rispetto a questo mondo bensì nell’immanenza stessa della materia. Anche per questo, essere pagani non significa affatto essere atei, anzi implica una fede radicale nella sacralità della natura, la quale esalta e intensifica l’essere nel mondo mentre la santificazione ebraico-cristiana allontana Dio dal mondo impoverendo entrambi. La santità, inoltre, è legata alla dimensione morale mentre il sacro è consustanziale alla religione.
Strutture sociali
È anche per questo che la Bibbia ha moralizzato la storia, la politica, il secolo, trasformando ogni conflitto in un giudizio universale, in una lotta senza quartiere tra il bene e il male. Il paganesimo, invece, privilegia l’opposizione politica amico-nemico rispetto a quella morale-giuridica di innocente-colpevole. In confronto alle guerre di conquista e di potenza, in confronto ai conflitti politici, quelli condotti in nome di princìpi morali, religiosi, ideologici sono atroci e implacabili poiché di nulla di meno in essi si tratta che della lotta contro l’impero del male.
La prima vittima della guerra ideologico-morale è stata proprio la cultura pagana, i suoi luoghi (templi, biblioteche, accademie), i protagonisti (Simmaco, Giuliano, Ipazia e molti altri), le istituzioni (giochi, feste, misteri).
La ferocia abita infatti nel cuore stesso della santità ebraico-cristiana in quanto Yahweh vuole essere l’unico Dio da adorare. Non ne vuole né permette altri. Il politeismo, di contro, lascia aperto lo spazio a ogni nuova divinità, a ogni culto, a ogni moltiplicarsi del Sacro. L’elezione ebraica (la convinzione che Israele sia il popolo eletto da Dio) implica la guerra. La neutralità pagana accetta la varietà degli dèi come espressione stessa della potenza del divino, anche perché la contraddizione sta in ogni società; la differenza significa ricchezza, confronto, arricchimento reciproco; la vita stessa è molteplicità di forme, obiettivi, strutture.
Il precetto dell’unità giustifica invece ogni inquisizione ed è una delle radici dei moderni totalitarismi, i quali «non hanno fatto altro che laicizzare, trasformare in teodicea profana, il sistema della verità unica, del modello unico al quale qualsiasi diversità deve essere ricondotta» (A. de Benoist, Come si può essere pagani? [Comment peut-on être païen? Éditions Albin Michel, Paris 1981], trad. di A. Anzaldi, Basaia Editore, Roma 1984, p. 139).
Il racconto della Genesi contrappone Abele a Caino. Il primo è un allevatore-nomade che rappresenta l’infinità del tempo e l’assenza di ogni radice nello spazio; il secondo è un agricoltore interessato ai luoghi e al radicarsi nella loro totalità. La condanna inflitta a Caino consiste proprio nel togliergli ogni radice, nel rendere anche lui un nomade, nel privarlo dell’orgoglio e della forza che nascono dalla conquista dello spazio.
Al radicarsi pagano sulla terra, all’essere confitti di uomini e dèi nello spazio sacro della bellezza e della fecondità, la Bibbia oppone il deserto di un tempo infinito, di un vagare senza meta verso una direzione imposta da una volontà arbitraria, capricciosa, dispotica. È questo uno dei significati del racconto di Abramo.
Alla bellezza molteplice e tutta umana del tempio greco il monoteismo oppone la desolazione di un tempio vuoto. Il limite del cristianesimo non consiste quindi nel difendere il debole oppresso ma nell’esaltare la sua debolezza quale veicolo di santità, nel vedere in essa un segno di elezione e di amore da parte del Dio, un Dio che si compiace della inoltrepassabile inferiorità delle sue creature. Il Divino pagano è invece profondamente unito all’umano e costituisce di esso la più forte intensificazione.
Dal punto di vista antropologico nella concezione pagana la cultura è inseparabile dalla natura ma non si riduce a essa. La cultura è la possibilità anche evolutiva della specie di attingere il massimo delle proprie possibilità di ominazione, è lo Über rispetto a ogni condizione data.
Corpo e anima, materia e spirito, mondo e dio, natura e cultura non sono pertanto degli opposti irriducibili ma sono delle realtà complementari che affondano il loro essere in una unità ancora più fonda che è la Terra stessa e la inesauribile fecondità della vita. Ecco perché i paganesimi sono consapevoli dell’innato, del limite che condiziona ogni evento ma che non per questo lo determina estrinsecamente. Il cosiddetto eroismo pagano sta in gran parte in questo gioco difficile tra l’accettazione del finito e la tensione ad andare oltre, fino ai limiti ultimi della propria identità, fino allo Über-Mensch.
L’antropologia pagana è un’antropologia integrale proprio perché lontana tanto dal peccato originale quanto da ogni originaria innocenza; essa si pone invece alla ricerca di una soluzione forte all’enigma che l’umano rappresenta.
In ogni caso il paganesimo è ancora vivo in ogni sforzo di comprendere la sacralità e insieme la finitudine del mondo, la forza della Terra e di chi la abita, la materia animata e quella inanimata, i mortali e i divini.
