Daddy Donald va alla guerra
di Enrico Tomaselli - 09/01/2026

Fonte: Giubbe rosse
Quando l’amministrazione Trump ha iniziato una parabola di sganciamento dal conflitto in Ucraina, a spingerlo non era certo un improvviso amore per la Russia, ma semplicemente il timore che una sconfitta militare della NATO potesse ripercuotersi negativamente sulla reputazione degli Stati Uniti. Il desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, e di appropriarsi delle sue risorse, non era assolutamente venuto meno, ma solo contingentemente accantonato. Quando però sono cominciate ad emergere le difficoltà, hanno cominciato a riconsiderare l’ipotesi.
Fondamentalmente, il progetto di disimpegno prevedeva innanzitutto la possibilità di porre fine al conflitto attraverso una trattativa, che vedesse Washington passare elegantemente dal ruolo di principale sponsor di Kiev a quello di mediatore tra le parti, e soprattutto che il negoziato portasse al risultato di sminuire il più possibile il vantaggio russo, ed amplificare il ruolo statunitense (e personale di Trump) come risolutori. Questo progetto però si è scontrato con alcuni fattori, tra i quali le resistenze opposte dalla leadership ucraina – spalleggiata da quelle europee – e di parte della stessa amministrazione USA, ma soprattutto dalla fermezza russa. Mosca si è detta più volte aperta al negoziato, ma di fatto non ha mai riconosciuto a Washington un ruolo terzo, considerandola semmai il vero decisore, ed al tempo stesso non ha mai ceduto sulle questioni fondamentali. In pratica, a messo a nudo sia l’incapacità statunitense di comandare effettivamente il proxy ucraino, sia il tentativo di far accettare alla Russia un risultato minore. Da un certo momento in poi, quindi, Trump è stato portato a pensare che aumentando la pressione su Mosca sarebbe stato possibile ottenere ciò che la semplice offerta negoziale non riusciva ad ottenere.
L’attacco alla triade nucleare russa, organizzato e portato a termine da CIA ed MI-6, è del 1° giugno. Il 13 giugno, Israele, con la piena copertura statunitense, lancia un attacco contro l’Iran – che da poco stretto un patto strategico con la Russia – che vede tra l’altro una perfetta replica dell’operazione Spider Web lanciata dodici giorni prima contro la Federazione Russa. Un modo chiaro per sottolineare la stessa firma. Due mesi dopo, il 14 agosto, Trump e Putin si incontrano ad Anchorage, in Alaska. Sebbene il vertice sia poi stato pompatissimo dalla propaganda statunitense, tanto che gli allocchi europei vi hanno visto una sorta di patto Molotov-Ribbentrop alle loro spalle, la verità è che in quella sede non ci fu alcun accordo, se non appunto sul fatto di enfatizzare una comune volontà di andare avanti col negoziato. La posizione russa, infatti, era rimasta sostanzialmente identica.
A partire da quel momento, quella che era stata avviata come una forma di pressione negoziale su Mosca, si trasforma via via in una vera e propria campagna ostile. La serie di attacchi coi droni contro le raffinerie russe, che aveva visto un rallentamento nella prima parte del 2025, ricomincia a partire da luglio, e si intensifica sempre più, accompagnata stavolta anche da attacchi alle petroliere, sia nel mar Nero che nel Mediterraneo. Tutte operazioni sempre a doppia guida CIA+MI-6, che puntano a colpire il settore petrolifero russo, sia per indebolire la capacità di sostenere economicamente i costi della guerra, sia per incidere sulle forniture alla Cina. Il petrolio, infatti, viene visto come la giugulare su cui colpire l’asse russo-cinese, anche grazie al fatto che gli Stati Uniti hanno nel frattempo raggiunto la piena autonomia grazie all’estrazione col fracking. Un’eventuale impatto sul prezzo al barile ha persino un parziale ulteriore vantaggio, poiché il fracking è un metodo estrattivo assai costoso, e quindi al di sotto di un determinato prezzo risulta non conveniente.
Sostanzialmente, quindi, quanto meno a partire dall’autunno dello scorso anno, l’opzione negoziale perde smalto, e la si mantiene in piedi più che altro per ragioni tattiche, mentre l’idea di intensificare la guerra ibrida contro Mosca diventa sempre più focalizzata a colpire realmente la Russia, più che ad una forma di pressione in funzione della trattativa.
A cavallo con l’inizio del nuovo anno, l’intenzione bellicosa degli Stati Uniti raggiunge il picco. Attacco alla residenza presidenziale russa di Valdai [1], a dicembre, poi ai primi di gennaio l’attacco al Venezuela, paese amico di Russia e Cina. E soprattutto, il disegno strategico tratteggiato nella National Security Strategy, pubblicata a novembre, viene repentinamente messo in atto, mentre scompaiono i toni dialoganti, sostituiti da una aggressiva ed assertiva arroganza nella postura statunitense. Il conclamato disprezzo verse il diritto e le istituzioni internazionali, con il rappresentante statunitense all’ONU che al Consiglio di Sicurezza dichiara apertamente: “il presidente Donald Trump continuerà a ignorare questa ridicola organizzazione chiamata ONU”, viene accompagnato da una sfrontata rivendicazione del superiore diritto degli Stati Uniti a fare ciò che vogliono, ovunque vogliono, in virtù della propria capacità di esercitare la forza.

Tutta l’operazione condotta contro Caracas, soprattutto per i messaggi che l’hanno accompagnata, è di fatto una dichiarazione di guerra, alla Cina ma anche alla Russia. E segna un passaggio ad una fase in cui non si tratta più di contenere gli avversari, attraverso un mix di azione politico-diplomatica e dispiegamento militare, ma bensì di aggredirne la capacità espansiva, mettendo in campo lo strumento bellico come principale leva dell’azione statunitense – che Trump agita come una clava, e con uno stile che ricorda quello di Milei e la sua motosega. L’ormai imminente attacco all’Iran, la cui data probabilmente dipende da come andranno le proteste in corso nel paese, deve intendersi come un secondo colpo al ventre molle petrolifero della Cina, ed ancor più come una estensione dell’effetto shock and awe prodotto dall’attacco al Venezuela, sfruttando – e possibilmente amplificando – il disorientamento russo e cinese, che stanno ancora valutando come rispondere.
La decisione, appena annunciata da Trump, di elevare il budget 2027 per il Dipartimento della Guerra dal previsto 1 trilione di dollari ad 1 e mezzo, con una impennata clamorosa (+ 66% rispetto agli attuali 901 miliardi di dollari), dice chiaramente che Washington ha imboccato decisamente la via dello scontro.
È possibile che questo aumento stratosferico sia in parte legato all’idea – già usata verso l’URSS – di trascinare gli avversari in una corsa al riarmo, che si rifletta poi in una crescente difficoltà di sostenerla e, alla fine, metta in crisi interna i rispettivi paesi. Ma data la situazione economica degli Stati Uniti, data la natura capitalistica dell’industria bellica americana, ed i vantaggi di cui dispongono Russia e Cina, è improbabile che questo possa incidere più di tanto. L’accelerazione, quindi, vale per un verso come deterrenza – se non volete soccombere, dovete comunque dirottare la vostra economia verso un modello di guerra, e quindi (soprattutto la Cina) frenare la vostra crescita economica – anche tenendo conto che un investimento per il 2027 darà i suoi frutti su tempi ancora più lunghi, ma indica comunque una intenzione di usare la minaccia militare come principale strumento per rintuzzare la crescita dei principali competitors degli USA. E tutto questo, porta inevitabilmente ad elevare moltissimo la già concreta possibilità che si arrivi ad un primo scontro diretto, di reciproco assaggio, entro un tempo relativamente breve; probabilmente, già entro quest’anno.
I tempi ed i modi in cui Mosca e Pechino reagiranno a questa escalation, ed il maggiore o minore coordinamento tra i due che emergerà, indicheranno quale sarà l’avversario verso cui Washington farà il primo test di confronto non mediato da proxy. Se sarà la Russia, il terreno potrebbe essere la Siria, o la stessa Ucraina; se, più probabilmente, sarà la Cina, assisteremo ad uno scontro aeronavale, forse nel mar Cinese Meridionale, o nel mar delle Filippine.
Gli Stati Uniti, in ogni caso, al momento stanno viaggiando a passo spedito verso la guerra, come ultima chance per non uscire dalla Storia. Come dice Chris Hedges, “tutti gli imperi, quando stanno morendo, adorano l’idolo della guerra.”
1 – Di fatto, questo attacco sancisce la rottura dei negoziati. Mosca consegna agli USA un chip tolto ad uno dei droni abbattuti, dal quale risulta la complicità americana nell’attacco, e dichiara che i negoziati non potranno più proseguire sulle stesse basi (e poiché sono con gli Stati Uniti, non con l’Ucraina, il messaggio è alla Casa Bianca). A seguito dell’atto di pirateria contro la nave Marinera, battente bandiera russa, il Ministero degli Esteri russo ha definito le relazioni russo-americane come “già gravemente tese”.
