La coalizione dei toy boy di Epstein
di Matteo Martini - 06/03/2026

Fonte: Matteo Martini
Che le cose non stiano volgendo al meglio per la Coalizione dei toy boy di Epstein, al netto della censura e della nebbia di guerra, credo che lo possiamo dire con un buon grado di confidenza.
Il fatto che la campagna missilistica iraniana abbia spazzato via o almeno fortemente logorato le basi, le sedi diplomatiche, i compound dell'intelligence, la rete radar e le infrastrutture militari, sta infliggendo un colpo fondamentale che virtualmente si avvicina a cancellare, letteralmente, la presenza americana in Medio Oriente. Soprattutto se andranno avanti ancora con questo successo. Il livello di logoramento che stanno infliggendo è pesante e può diventare cruciale. Agli americani servirebbero mesi, se non anni, per ricostruire certe infrastrutture (non scordiamo il solo radar strategico in Qatar è costato più di 1 mld di dollari).
Non va poi dimenticato da questo bilancio strategico la ricaduta politica e persino psicologica: alle classi dirigenti, all'aristocrazia compradora e agli emiri degli Stati del Golfo potrebbe balenare in testa, alla fine della giostra, che la copertura politica e di alleanza degli Stati Uniti è ormai disfunzionale esattamente come il loro ombrello anti-aereo.
Se questa equazione politica verrà fatta è ancora presto per dirlo, ma se dovesse avvenire, la guerra del 2026 potrebbe cambiare gli equilibri e le geometrie di alleanze della regione per gli anni a venire.
Torniamo agli aspetti operativi.
Il fatto che gli USA abbiano perso 4 caccia e diversi droni pesanti (Reaper, Hermes) dal costo spropositato e che oggi, dopo aver affondato nei giorni precedenti una fregata iraniana nell'Oceano indiano e altre imbarcazioni minori nei porti (non è chiaro però se affondate o solo danneggiate), si sono visti affondare una petroliera, dimostra che al momento non hanno raggiunto né il controllo del mare né la supremazia aerea.
L'impressione non mia, ma di diversi analisti, è che gli USA siano in crisi, crisi soprattutto logistica e di mancanza di munizionamento pesante adeguato (fra l'altro non facilmente rimpiazzabile dato che le capacità industriali dell'Occidente sono praticamente anelastiche).
Il punto centrale è che per ora, se anche l'Iran non stia vincendo di certo sta facendo emergere la Coalizione Epstein come la parte in difficoltà netta. Questo non perché l'Iran con stia ricevendo e incassando colpi anche pesanti. Tuttavia la Repubblica Islamica sta semplicemente giocando la sua guerra d'attrito esattamente come aveva pensato di giocarla: una guerra alla quale si era preparata per almeno vent'anni e a cui aveva dedicato pianificazione strategica e un accumulo di risorse offensive ridondanti.
E impone a Israele e Stati Uniti di combattere una guerra diversa da quella che avevano in testa, che doveva prevedere un attacco di decapitazione e un regime change (ormai sfumato) o al massimo una bliztkrieg aerea. Invece si ritrovano a dover reggere il peso anche economico di una guerra prolungata e di "logoramento" di cui la guerra dei Dodici giorni di agosto 2025 è stata praticamente un'anteprima.
Ora molto dipenderà dalla capacità dell'Iran di incassare e di avere scorte sufficienti a prolungare la guerra indefinitamente, oltre la capacità di sopportazione "interna" americana. Su questa incognita pesa ciò che capiranno di
dover fare russi e cinesi.
Sia Mosca che Pechino avrebbero la possibilità di trasformare l'Iran nell' "Ucraina del Medio Oriente" di questo nuovo Grande Gioco del XXI secolo, per sovraestendere le forze americane, assorbirne le risorse e avere mano libera per chiudere la partita ucraina una volta per tutte, e magari quella di Taiwan. Allora in questa chiave Mosca e Pechino, cinicamente, dovrebbero fare in modo che la guerra duri più a lungo possibile e che imponga un logoramento devastante agli Stati Uniti, agendo al contempo in una guerra ibrida sui mari (Mosca dovrebbe attuare strategie di contro-pirateria per rendere troppo costosi, per gli occidentali, gli attacchi alla propria flotta di petroliere-ombra).
In questo senso sarebbe necessario che russi e cinesi mantengano i canali di rifornimento logistico e materiale verso l'Iran e il sostegno di intelligence. In altre parole: dovrebbero simmetrizzare il sostegno all'Iran facendo ciò che occidentali e "volenterosi" hanno fatto in termini materiali giocando la partita ucraina.
Il punto è se vi sia la volontà politica di farlo. Questo lo vedremo nel tempo, ed esula da una sitrep operazionale e strategica di settimana.
Riporto altri punti minori ma non trascurabili: molte notizie di droni che avrebbero colpito Turchia (in realtà la cosa si rivelò falsa) o l'Azerbaijan rientrano in una campagna di fase flag per danneggiare le relazioni fra l'Iran e i vicini, e sperare in un allargamento del conflitto. I vicini tuttavia lo hanno compreso.
Resta da vedere che valore avrà la carta "curda"; nel mentre Israele ha intrapreso una campagna di bombardamenti terroristici contro la popolazione civile di Beirut (in sostanza dichiarando un crimine di guerra) con l'obiettivo dichiarato di piegare l'esercito libanese a dichiarare guerra ad Hezbollah. Che al momento afferma di aver distrutto diversi carri armati con la stella di David, i preziosi Merkavà.
Che le cose stiano andando male, come diciamo, alla coalizione Epstein, si legge infine fra le righe delle dichiarazioni politiche americane. Si è passati da un impegno di due settimane dichiarate dalle forse quattro come detto poi da Trump e da Hegseth (lui però convinto di poter reggere la guerra all'infinito, bontà sia, forse dimentico che nessuna guerra è mai durata all'infinito). Infine oggi Trump a Politico dichiara che forse serviranno cento giorni.
Ora, 100 giorni sono più di tre mesi. Il sistema legislativo americano permette che il presidente possa disporre azioni militari (senza dichiarare guerra, e senza passare per le forche caudine del Congresso) per un massimo di 30-60 giorni. A cui si possono sommare altri 30 necessari al ritiro. Saremmo proprio oltre i limiti. Dunque si prevede che la cosa sia andata talmente fuori dai piani politici da dover ricorrere al voto.
In effetti a questo punto è chiaro che l'amministrazione Trump e i suoi falchi sono stati trascinati dall'avventurismo militare israeliano in una scenario non calcolato, che forse piace solo ai crociati ideologici e agli apocalittici come Hegseth. Rimane che probabilmente in termini strategici non sappiano che pesci prendere: si trovano a dover ricalibrare la campagna strategica, essendo arrivati con mezzi inadeguati e la coperta troppo corta e rischiando di ricevere una sconfitta epocale dalle ricadute in incalcolabili.
Nel mentre, Trump al Senato ha respinto una mozione democratica per togliergli i poteri di guerra. Ma chissà se avrà la stessa fortuna fra due mesi di possibili batoste militari infruttuose, quando dovrà andare a chiedere il voto, stavolta di necessità. E poi ci sono le forche caudine della campagna elettorale, con la sua base isolazionista tradita, che non ama troppo i sionisti, e lo aspetta al varco.
Agli Stati Uniti non sta andando affatto bene, il quadro strategico è quantomeno minaccioso, e la partita è solo all'inizio.

