Cambio di regime? Sì, ma negli Stati Uniti
di Pino Arlacchi - 06/03/2026

Fonte: Pino Arlacchi
Tutto già visto. Fin dalle sue prime battute, l’attacco all’Iran si è avviato lungo la strada prevista dalla maggioranza degli osservatori più onesti.
Abbiamo davanti agli occhi l’ennesimo fiasco militare e politico della potenza americana, la liquidazione quasi definitiva della propria egemonia, nonché la conferma dell’incapacità degli Stati Uniti di imparare dalle lezioni della storia. Dal Vietnam in poi, Washington ha perso tutte le guerre che ha fatto ignorando il verdetto consegnato da ciascuna di esse. Verdetto sempre uguale: è ora di tirare i remi in barca, l’impero è al tramonto, superato dagli eventi della storia profonda, quelli ineluttabili, che non si possono ribaltare con strategie di contrasto frontale. E che è saggio affrontare con misura e dignità.
Uhm, facile a dirsi. Lo vedete voi il leader di una potenza europea che assimila la lezione di una sconfitta bellica campale e disegna un futuro radicalmente diverso per il suo paese?
Lo avete mai visto? La risposta è si. Perché fu proprio questo il caso della Svezia, una potenza tra le più aggressive nel XVI e XVII secolo. Nonostante la sua modesta popolazione, il Regno di Svezia era dotato di un esercito possente, superiore numericamente a quello britannico, austriaco e prussiano. Ebbene, la Svezia perse il suo dominio dell’area baltica nel 1709, dopo la sua sconfitta a opera della Russia nella battaglia di Poltava. L’artefice di un nuovo corso storico del paese, basato sul ritiro dalla guerra e sulla scelta della pace come asse della sua politica internazionale, fu il re Carlo XI.
Nelle parole del prof. Roberts “…La Svezia si era inebriata di vittoria ed era gonfia di bottino. Carlo XI la guidò all’indietro, nella luce grigia di una esistenza qualunque, dotandola di politiche proporzionate alle sue risorse e ai suoi interessi effettivi, dandole gli strumenti per sostenerle, e preparandola a un futuro del peso e della dignità che si convengono a una potenza di seconda fila”. Da allora, la Svezia ha cercato di evitare di essere coinvolta nelle guerre europee. I suoi re tentarono qualche sortita guerresca tra il 1741 il 1814, ma il corso prescelto dal paese – il ritiro dalla pratica della guerra in politica estera – non è cambiato fino ai nostri tempi.
Ma non sembra questo essere il caso degli Stati Uniti di oggi. Anche la presidenza che sembrava aver accettato l’idea del declino americano dentro un mondo divenuto troppo grande per poter essere predato a volontà, la presidenza che aveva predisposto una strategia di sopravvivenza pacifica, di tramonto incruento, senza guerre e massacri, è finita col piegarsi sotto il peso del male oscuro dell’Occidente. Bombardando, assassinando, sequestrando ricattando, e ingannando oltre ogni limite leadership di paesi non graditi. Violando e disprezzando tutte le norme del diritto internazionale. In un’orgia di hubris sempre più squallida, alla Epstein files.
Il presidente americano, considerato fino a ieri in Occidente un simbolo di governance democratica parte di uno Stato di diritto, si è trasformato, soprattutto agli occhi dei suoi ex-alleati, in un tipo pericoloso, un attaccabrighe e un prepotente da cui tenersi alla larga. L’aggressione all’Iran, immotivata, cieca, e condotta senza vergognarsi della partnership con il regime più odiato della Terra, quello di Tel Aviv, sarà l’ennesimo fallimento di un impero che si trova nella fase terminale della sua vita.
Sarà difficile, questa volta, costruire la narrativa di copertura della sconfitta. Il precedente più rilevante è l’invasione dell’Iraq nel 2003, preparata dalla narrativa di un Iraq complice-autore dell’11 settembre 2001 e detentore di armi di distruzione di massa. Il 70% dei cittadini americani condivise questa invenzione del Pentagono, che costò un milione di morti all’Iraq e che produsse dopo un periodo di caos l’attuale governo filo-iraniano, una coalizione precaria che vive sotto il ricatto delle milizie sciite e che ha chiesto e ottenuto il ritiro delle truppe Usa dall’Iraq.
Non sono queste le condizioni di oggi, né in America né in Iran. Quasi l’80% dei cittadini disapprova l’attacco all’Iran. La propaganda sul pericolo degli Ayatollah che starebbero per bombardare gli Stati Uniti con i loro programmi missilistici e nucleari non attacca più. Il Pentagono ha escluso l’invasione di terra, cioè l’unica misura che renderebbe possibile pensare a un cambio di regime in Iran.
Teheran, inoltre, sta reagendo con una forza inaspettata e con una strategia sofisticata ed efficace, che consiste nel blocco dello Stretto di Hormuz, nella menomazione delle infrastrutture vitali dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari americane. I droni iraniani hanno già colpito le mega-raffinerie saudite ed è evidente che in caso di escalation i pasdaran non esiteranno a compiere l’azione più estrema, che consiste nel disabilitare i grandi impianti di desalinizzazione dell’Arabia saudita e dei paesi del Golfo.
È anche evidente che Teheran riserva a una fase successiva l’attacco su larga scala a Israele. La possibilità di poter bucare l’Iron Dome, il tanto decantato sistema difensivo di Tel Aviv, è stata già dimostrata nello scontro del giugno scorso.
L’Iran si prepara ad affrontare questa guerra da oltre 20 anni. Ha scelto di non modernizzare le sue forze armate tradizionali, ridotte ora a piccola cosa, investendo largamente nella produzione di droni e missili di ogni tipo, occultati in hangar sotterranei sparsi dentro un paese grande 5 volte l’Italia, con 92 milioni di abitanti e un’economia non completamente dipendente dal petrolio e dal gas.
L’ Iran è, dopo la Turchia, il paese più industrializzato della regione e può sopportare a lungo una chiusura dell’arteria di carburanti più importante del mondo, anche perché ha costruito una ferrovia che sbocca in Cina, attiva da oltre un anno, può contare sulla flotta di navi ombra proprie e di bandiera russa. Oltre che, ovviamente al boom dei prezzi del petrolio post-Hormuz.
Trump si trova così incastrato dentro le sue stesse fantasie. Deve concludere entro poche settimane un attacco all’Iran. Cioè un’operazione che gli si sta rivoltando contro, e che non potrà essere conclusa con la solita truffa di ritirarsi dopo aver dichiarato una vittoria impossibile da dimostrare. Questa volta, per giunta, la complicità dei media americani nel celebrare i successi militari è molto bassa.
L’Iran non ha bisogno di vincere. Gli basta mostrare di poter difendere la propria integrità politica e territoriale infliggendo costi sempre meno sostenibili all’aggressore, sopportando perdite, sconfitte e distruzioni anche enormi.
Il tempo è dalla parte di Teheran. Il paese è in grado di sostenere l’attacco aereo per mesi e per anni, come ha fatto il Vietnam. E come il Vietnam, può permettersi di perdere anche tutte le battaglie, per poi vincere la guerra.
L’aggressione, infine, ha finito col compattare e non disintegrare la leadership. La decapitazione di quest’ultima è fallita miseramente, come altrove. L’unica forza di opposizione organizzata, quella dei riformisti eredi di Khatami e Rouhani che ha animato le rivolte di piazza dei mesi scorsi, è schierata adesso dietro la bandiera rimandando al dopoguerra la resa dei conti con la destra clericale al governo.
L’unico cambio di regime in vista, perciò, è quello di Washington. E Trump sta facendo del suo meglio per attuarlo.

