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Dopo la Terza Guerra del Golfo: verso un Nuovo Ordine Mediorientale?

di Lorenzo Maria Pacini - 03/05/2026

Dopo la Terza Guerra del Golfo: verso un Nuovo Ordine Mediorientale?

Fonte: Strategic Culture Foundation

Se gli Stati Uniti dovessero prendere le distanze da Israele – per quanto remota possa sembrare questa possibilità – ciò consentirebbe loro di stringere un accordo regionale vantaggioso per tutte le parti coinvolte.

 

Menzogne ed opportunità

Una delle poche certezze di questa Terza Guerra del Golfo è che niente sarà più come prima. Gli eventi del conflitto stanno modificando gli equilibri di intere regioni del pianeta.

L’accordo di cessate il fuoco della durata di due settimane tra Iran e Stati Uniti, sebbene in apparenza possa essere interpretato come un segnale di attenuazione delle tensioni e come una potenziale apertura verso il dialogo diplomatico, si configura, a un’analisi più approfondita, quale espressione di una più complessa riorganizzazione delle dinamiche conflittuali e di una gestione indiretta dello scontro da parte di Washington. La coincidenza temporale tra l’annuncio della tregua e l’intensificarsi di operazioni militari riconducibili al cosiddetto regime sionista, in particolare contro il Libano e contro infrastrutture energetiche iraniane, unitamente al possibile rafforzamento del ruolo degli Stati arabi alleati degli Stati Uniti nell’area del Golfo Persico, suggerisce che il conflitto non sia in fase di risoluzione, bensì stia assumendo una configurazione multilivello e multi-fronte.

In tale contesto, la guerra tende a riprodursi sotto forme indirette e decentrate, mentre le divisioni interne al fronte interventista ne compromettono la coesione strategica. Parallelamente, si osserva come attori statali che rivendicano una posizione autonoma sul piano internazionale sembrino orientarsi verso un approccio pragmatico, fondato su principi umanitari e sulla necessità di contenere l’escalation. In questa prospettiva, tali attori potrebbero svolgere un ruolo determinante nella progressiva de-escalation della crisi.

L’annuncio del cessate il fuoco, avvenuto alla vigilia del quarantesimo giorno di conflitto, è stato inizialmente accolto come un’opportunità per ridurre le tensioni in uno dei momenti più critici per la regione dell’Asia occidentale. La mediazione di attori terzi, quali Cina e Pakistan, e gli obiettivi dichiarati dell’accordo — tra cui la prevenzione di un allargamento del conflitto, la mitigazione delle pressioni economiche legate alla crisi energetica globale e la salvaguardia della sicurezza dello Stretto di Hormuz — hanno contribuito a una sua rapida legittimazione sul piano internazionale. Tuttavia, gli sviluppi successivi sul terreno delineano un quadro significativamente più complesso e contraddittorio.

Gli attacchi su larga scala contro il Libano, inclusi quelli diretti verso aree civili, e la prosecuzione delle tensioni nel Golfo Persico immediatamente dopo l’entrata in vigore della tregua, pongono interrogativi fondamentali circa la natura stessa dell’accordo. In particolare, emerge il dubbio se esso rappresenti un’autentica iniziativa di de-escalation orientata alla pace, oppure se costituisca un semplice mutamento nella modalità di conduzione del conflitto, caratterizzato da una crescente esternalizzazione delle operazioni militari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali.

Il cessate il fuoco in questione appare, infatti, intrinsecamente limitato sia sotto il profilo temporale sia sotto quello sostanziale. Esso prevede la sospensione degli attacchi diretti contro il territorio iraniano per un periodo circoscritto, con l’obiettivo di favorire l’avvio di colloqui diplomatici a Islamabad. Tuttavia, le profonde divergenze tra le parti e la persistente sfiducia reciproca indicano chiaramente che tale tregua non può essere interpretata come una conclusione del conflitto, bensì come una pausa tattica all’interno di una contesa ancora aperta.

L’elemento più significativo che rende questo cessate il fuoco oggetto di particolare interesse analitico risiede nella sua concomitanza con l’intensificazione delle ostilità in altri teatri operativi. A poche ore dall’annuncio, infatti, le operazioni militari contro il Libano sono proseguite, evidenziando una separazione funzionale dei fronti di guerra. Tale dinamica consente di mantenere una pressione costante sull’asse della resistenza, evitando al contempo una violazione formale dell’accordo.

In parallelo, attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane nelle isole di Lavan e Sirri suggeriscono che il conflitto non solo non si sia arrestato, ma stia progressivamente ampliando la propria portata geografica e coinvolgendo nuovi attori. Questo processo può essere interpretato come parte di una più ampia strategia statunitense volta non alla conclusione del conflitto, bensì alla sua gestione attraverso strumenti indiretti e a costi ridotti.

Cambio di stile

L’esperienza maturata dagli Stati Uniti nei conflitti in Afghanistan e Iraq, nonché negli interventi in Siria, ha evidenziato i limiti dell’intervento militare diretto in termini di costi umani, economici e politici. Di conseguenza, l’adozione di strategie basate sull’impiego di attori regionali e su forme di guerra indiretta appare come una soluzione più sostenibile. In tale schema, il cessate il fuoco temporaneo assume la funzione di strumento di ricalibrazione strategica, consentendo di evitare escalation incontrollate pur mantenendo attiva la pressione militare.

Questa configurazione si inserisce in un paradigma definibile come “esternalizzazione del conflitto”, in cui gli oneri operativi vengono trasferiti a partner regionali, spesso meno vincolati da normative internazionali. La prosecuzione delle operazioni militari da parte di Tel Aviv, nonostante la tregua, rappresenta una manifestazione evidente di tale strategia, fondata sulla distinzione tra diversi teatri operativi e sulla gestione selettiva delle ostilità.

L’eventuale coinvolgimento di paesi come gli Emirati Arabi Uniti nelle operazioni contro infrastrutture iraniane suggerisce inoltre la possibile formazione di una coalizione informale caratterizzata da una distribuzione diffusa delle responsabilità, evoluzione che segna il superamento di una logica bipolare e l’emergere di un conflitto reticolare, contraddistinto da una pluralità di attori e da modalità operative ibride, che includono sia azioni militari convenzionali sia operazioni cibernetiche. Cambia lo stile della guerra. Le tregue temporanee non determinano la cessazione delle ostilità, ma contribuiscono piuttosto alla loro riconfigurazione. Per l’Iran, ciò comporta sfide strategiche rilevanti, tra cui la gestione simultanea di più fronti, l’ambiguità circa l’identità degli attori ostili e il rischio di un progressivo logoramento delle proprie capacità. Al contempo, questa situazione alimenta le aspettative del blocco avversario di ottenere vantaggi strategici attraverso una pressione continua e diffusa.

Nonostante tali difficoltà, si possono individuare alcune dinamiche favorevoli all’Iran, tra cui il rafforzamento della coesione interna, un parziale riallineamento dell’opinione pubblica internazionale e una crescente integrazione tra strumenti militari, economici e diplomatici. Parallelamente, emergono significative fratture all’interno del fronte avversario, sia nei rapporti tra Stati Uniti e Israele, sia nelle relazioni tra questi ultimi e i paesi del Golfo.

Inoltre, si osservano tensioni anche in ambito transatlantico, con un progressivo distacco dell’Europa dalle posizioni statunitensi, nonché divisioni interne agli stessi Stati Uniti, accentuate da dinamiche politiche interne e da pressioni elettorali. In tale quadro, appare improbabile che strategie basate esclusivamente sull’uso della forza possano condurre a risultati duraturi.

Alla luce di queste considerazioni, l’opposizione alla guerra e la promozione di soluzioni diplomatiche emergono come imperativi fondamentali per la comunità internazionale. In questo processo, anche le istituzioni religiose possono svolgere un ruolo significativo nel promuovere valori di pace e nel contrastare le logiche belliche.

Se gli USA riuscissero a smarcarsi da Israele, per quanto possa sembrare una opzione remota, ciò permetterebbe loro di stabilire un accordo regionale profittevole per tutte le parti in gioco.

L’Iran si presenta come un attore potenzialmente rilevante nel futuro assetto regionale, non solo per le proprie capacità strategiche, ma anche per la sua posizione geopolitica e per il suo peso economico e demografico, e potrebbe offrire opportunità di cooperazione, in particolare con l’Europa, contribuendo alla costruzione di un ordine regionale più stabile e sostenibile. Forse quello che abbiamo davanti è il Nuovo Ordine Mediorientale.