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La rappresaglia di Barbanera

di Lucio Caracciolo - 03/05/2026

La rappresaglia di Barbanera

Fonte: La Repubblica

«Siamo pirati!», ridacchia Trump e si felicita con se stesso perché le sue navi da guerra sequestrano greggio abbordando petroliere nelle acque di Hormuz. Abituati al funambolismo del comandante in capo delle Forze armate Usa potremmo classificare anche questa tra le sue fatue sparate. Sbaglieremmo.
In due parole, The Donald coglie il punto: gli Stati Uniti d’America si comportano da emuli di Barbanera, il pirata dei Caraibi. Solo che, a differenza del leggendario schiumatore settecentesco dell’Atlantico settentrionale, il suo plagiario dovrebbe guidare la massima potenza del pianeta. Il condizionale esprime dubbi sia sulla guida sia sulla potenza.
Negli ultimi giorni Trump ha dato sfogo alla rabbia contro gli “alleati” (virgolette d’obbligo) atlantici, vili e scrocconi, che non lo soccorrono nell’avventura di Hormuz. Disco rotto, non fosse per l’annuncio di rappresaglie operative contro la Germania. Della quale talvolta si trascura che in quanto grande sconfitta nella seconda guerra mondiale gode della presenza delle più importanti basi militari americane in Europa.
Washington le ha sempre considerate perno della proiezione nel nostro continente. Ma ieri (sabato 2 maggio) un alto dirigente del Pentagono ha annunciato che entro sei mesi, massimo un anno, gli Stati Uniti ritireranno 5mila dei 35mila soldati schierati nella Bundesrepublik. Mossa analoga a quella da Trump già annunciata nel primo mandato, poi boicottata dallo Stato profondo come molte altre sue bizzarrie.
È possibile, anzi probabile, che anche stavolta l’annuncio del parziale ritiro resti lettera morta. Perché questa mossa sarebbe un autogol. Tanto che ai vertici delle Forze armate Usa cresce l’insofferenza per il pirata. Via pittoresco ministro della Guerra Hegseth la Casa Bianca sta purgando i vertici del Pentagono. Conta la presunta lealtà al presidente. Il merito viene dopo, se viene. Scontro sordo dalle conseguenze incalcolabili, essendo tra l’altro in gioco il governo delle armi strategiche.
Nel caso tedesco, intervengono anche antipatie e simpatie di Trump. Forse per le origini bavaresi, lui detesta la Germania. E non ama gli sia ricordata la terra degli avi paterni. Quando il cancelliere Merz venne per la prima volta a trovarlo nello studio ovale Trump ne accolse con visibile fastidio il regalo: il certificato di nascita del nonno Friedrich, nato nel 1869 a Bad Dürkheim. Nulla in confronto al trattamento riservato ad Angela Merkel, cui aveva rifiutato di stringere la mano.
All’opposto, Trump e i suoi manifestano trasporto per i vertici russi — non sempre ricambiato. La punizione della Germania è anche un gesto di attenzione nei confronti di Putin. Ora che svoltando di 180 gradi rispetto al recente passato Berlino si offre avanguardia dei “volenterosi” decisi a tenere la Russia sotto pressione via resistenza ucraina, Trump non perde occasione per dimostrare comprensione al Cremlino.
Ad esempio cancellando l’annunciato spiegamento in Germania del sistema missilistico ipersonico Dark Eagle quale risposta agli Iskander e agli Oreshnik russi. E ordinando di piazzare un colonnello dell’Esercito nella catena di comando della Bundeswehr quale vicecapo della divisione operativa. Per collaborare con l’alto comando germanico, dicono. Per controllarlo, di fatto.
Washington non apprezza la proclamata intenzione tedesca di ergersi potenza convenzionale e tecnologica numero 1 in Europa entro il 2039. Trump è contro la Nato perché come è ridotta oggi non gli serve. Non per abbandonare gli europei a se stessi. Magari ai cinesi.
Le generazioni passano, ma il riflesso germanofobo all’origine del Patto Atlantico, tra le cui missioni spiccava quella di «tenere i tedeschi sotto», è ancora attivo in America e non solo. A Washington condiviso da due correnti opposte: quella che vorrebbe recuperare la Russia in funzione anti-cinese e quella che vorrebbe finire di liquidarla via Ucraina ma teme che la Germania, dopo aver legittimato il suo riarmo in funzione antirussa, ci si metta d’accordo. Ipotesi concreta se l’Afd, il partito neonazionalista in buona parte filorusso oggi in testa nelle intenzioni di voto, salisse al governo nei prossimi anni.
Può la rappresaglia anti-tedesca anticipare analoga misura contro l’Italia della «deludente» Meloni? Da Barbanera aspettiamoci di tutto. Persino che alle parole seguano fatti.