Smarrimento
di Pierluigi Fagan - 03/05/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
Leggevo ieri notizia di una ricerca in US che mostrava un circa 37% circa degli intervistati che denunciavano una forte generica angoscia per l’intensità e velocità dei cambiamenti nella società in cui vivono, un preciso senso di “perdita di controllo”, “imprevedibilità” e quindi smarrimento. Non so se ci sono e ci saranno ricerche di tal fatta in Europa ma sono convinto che il risultato sarebbe simile se non maggiore.
Negli ultimi anni, l’economia europea ristagna, poi abbiamo avuto il Covid e l’impatto della sua problematica gestione, una forte pressione di minaccia dal problema climatico-ambientale, poi è scoppiata la guerra in Ucraina, abbiamo tagliato le forniture energetiche, ci siamo messi improvvisamente a parlare di armamenti e improbabili eserciti europei, è tornato a far titoli sui giornali addirittura l’eventualità atomica, poi gli americani ci hanno messo dei pesanti dazi, abbiamo assistito al massacro di Gaza, poi è iniziata la guerra in Iran, hanno chiuso Hormuz, ci troviamo improvvisamente con forniture strategiche tagliate per varie produzioni, gli incubi panoptici di controllo da parte degli strateghi dell’A.I. aumentano e così via.
Se si volge lo sguardo alla politica, che dovrebbe essere il modo per gestire la posizione nel mondo delle nostre società, vediamo che i principali governanti europei sembrano uniti nell’essere paralizzati. C’è una gestione day by day delle problematiche, silenzi assensi come nel caso di un imbarazzante Israele scatenato, una unione mai prima registrata tra italiani, francesi e tedeschi nel non sapere cosa fare verso Washington, Mosca, Pechino, il Golfo, Tel Aviv etc. Certo, ormai è chiaro a tutti che le “élite” sono inadeguate ai tempi, ma ditemi voi quali intellettuali abbiamo oggi in Europa ad aiutare il sorgere di nuovi pensieri e soprattutto strutture di pensiero. Arrivando poi a noi, i popoli, presso i quali il senso di smarrimento, conscio o inconscio che sia, è diffuso e ai massimi della storia recente.
Un po’ per la sindrome sociale per la quale ci sentiamo tutti commentatori e analisti del giorno, un po’ forse per l’enigmaticità che favorisce la nostra libera proiezione di senso, un po’ forse anche per l’inconscio piacere di parlare di una opera d’arte, arte che negli ultimi decenni sembra esser venuta meno come manifestazione dello spirito umano, abbondano i commenti all’ultima opera dell’artista che si fa chiamare Bansksy.
Nell’opera, un uomo normale e vestito da integrato, marcia convinto ma verso dove non sappiamo ma, pare, neanche lui sa. La bandiera delle sue convinzioni lo acceca. Le sue convinzioni son forti al punto da farlo marciare verso qualcosa, ma cieche ovvero coltivate al netto dello sguardo sulla realtà.
Alle volte fermarsi a riflettere fa bene e forse, più che altro, è necessario.
L’opera di Bansksy mi ricorda Kant quando diceva che i sensi forniscono i dati grezzi organizzati nello spazio e tempo, mentre l'intelletto ordina tali dati attraverso le categorie, unendo intuizioni e concetti a formare immagini di mondo. Ecco, sembrerebbe che le nostre sensibilità sono sovraeccitate dalla fenomenologia della fase storica che, come tutte le transizioni, è assai ricca e problematica mentre le nostre immagini di mondo, rischiano di astrarsi da questo tumulto poiché impossibilitate a dargli un senso coerente al punto da permetterci di sapere dove andare.
Questa mancanza di relazione tra le nostre percezioni sensibili e il modo con il quale le pensiamo e consociamo porta al celebre: “i pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche". Cieche come l’uomo che marcia non si sa verso dove.
Una grave mancanza delle nostre forme di conoscenza, un problema che condividono tutte le ideologie (qui in senso neutro ovvero sistemi di idee a immagine di mondo, una forma dell’intelletto naturale e necessaria) è il fatto che non tendono a mettere a fuoco l’intera complessità del mondo. Sono tutte settoriali: sociali, politiche, geopolitiche, economiche, finanziarie, ecologiche, tecnologiche, etiche, culturali o altro ma mai tutte queste cose assieme come assieme sono nel mondo reale.
Il punto critico più importante della nostra transizione storica è che le forme delle immagini del mondo provengono da un mondo che non c’è più e sta cambiando in altro, ma abbiamo insormontabili difficoltà a cambiarle e comporle con tutti gli elementi - vecchi e nuovi- che compongono il reale.
L’Umano è una forma vivente evolutasi per tre milioni di anni tramite una intenzionalità che tra l’istinto e l’atto ha frapposto la mente. È per questo che quella roba gelatinosa che abbiamo nel cranio pur essendo solo il 2% della nostra massa corporea consuma il 20% dell’energia che dobbiamo continuamente rabboccare (50% negli adolescenti, 60% nei bambini). Mente per raccogliere dati di realtà, collegarli tra loro, elaborarli, compararli con le memorie acquisite per esperienza o tramandante, condividere questa immagine del mondo con altri tramite il linguaggio, giungere infine ad una intenzionalità.
La nostra cultura moderna non aiuta a collegare tra loro i dati di realtà perché anche quando siamo ultra-certificati in qualche conoscenza specifica siamo bambini ignoranti verso tutte le altre. Una ricerca di Microsoft Canada avrebbe rilevato che il nostro tempo di attenzione media è sceso a otto secondi che è meno di quanto rilevato per i pesci rossi. La nostra propaggine del parallelepipedo che teniamo in mano ci sta trasformando in phombie (phone+zombie). Le memorie vengono continuamente sovrascritte e non leggiamo la catena causale degli eventi, percepiamo foto sgargianti e urlanti ma non vediamo il film.
Affoghiamo il cervello in un bagno permanente di dopamina.
Il post non conclude. Invita solo a riflettere.

