Epstein Saga: ricatti incrociati fra servizi segreti e falsi oppositori di sistema
di Lorenzo Maria Pacini - 06/02/2026

Fonte: Strategic Culture Foundation
Una premessa necessaria
Di solito non scrivo di questi argomenti, ma stavolta la faccenda si sta facendo interessante. Il caso Epstein è un vaso di Pandora che permette di svelare molti intrighi di potere e rivelare il funzionamento di alcuni meccanismi geopolitici attualmente in funzione. Per questa ragione, dedicherò alcuni articoli – la Epstein Saga – ad approfondire alcuni rilevanti aspetti della complicata vicenda.
Bisogna osservare, anzitutto, che le fonti risultano viziate almeno in parte sin dal principio. I file rilasciati ufficialmente dal Dipartimento di Giustizia statunitense sono perlopiù fotografie di poco significato, una grande quantità di elementi in formato .pdf di ciò che è stato trovato nella residenza di Epstein; la maggior parte dei file sono oscurati, riportando strisce o quadrati neri che occultano le identità e i dettagli significativi del materiale. Questo rende molto difficile l’interpretazione corretta ed esaustiva del materiale disponibile.
L’intento, però, non è quello di fornire un reportage esauriente su tutta la vicenda – un lavoro che lasciamo volentieri ai giornalisti d’inchiesta –, bensì quello di suscitare la riflessione sulla strategia, a breve e lungo termine, che si cela dietro questo caso.
Il rilascio di questi file rientra in una programmazione di cui ancora oggi non abbiamo capito l’importanza. Si tratta di una trasformazione in atto all’interno di tutto l’Occidente, una transizione da un vecchio mondo della politica ad uno nuovo, attraverso la caduta di molte maschere.
Il problema più grande, però, resta cosa verrà dopo.
Il contesto: cosa sta accadendo in questi giorni
I documenti più recenti pubblicati sul caso Epstein, a dicembre 2025, includono migliaia di nuovi registri, foto e fascicoli investigativi del Dipartimento di Giustizia e della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti. Questi documenti contengono immagini di personaggi di spicco legati a Epstein, dettagli sui suoi viaggi e sulle sue proprietà, trascrizioni del gran giurì e rapporti investigativi, tra cui una denuncia dell’FBI del 1996 su presunti casi di pedopornografia e molestie. Molti dei fascicoli sono stati pesantemente censurati per proteggere le vittime, ma alcune pagine sono state completamente oscurate, suscitando critiche sia da parte dei democratici che dei repubblicani per la mancanza di trasparenza.
Tra le nuove rivelazioni ci sono foto dell’isola di Little St. James di Epstein, e-mail dalla sua tenuta che fanno riferimento a personaggi di alto profilo e un minuto precedentemente mancante nel video del suo blocco cellulare prima della sua morte. La pubblicazione include anche una trascrizione e una registrazione audio di un’intervista con Ghislaine Maxwell, oltre a ulteriori documenti giudiziari e registri di volo. Il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato che diverse centinaia di migliaia di documenti saranno pubblicati in lotti, con altri previsti nelle prossime settimane.
Alcuni documenti, tra cui una foto associata al presidente Trump, sarebbero stati rimossi dalla pubblicazione iniziale, suscitando ulteriori polemiche e richieste di piena trasparenza. L’ultima serie di documenti continua ad alimentare il dibattito pubblico e politico sulla responsabilità e sulla portata della rete di Epstein.
Hey, Bill!
Il primo personaggio che merita di essere citato è l’ex presidente americano Bill Clinton.
In una fotografia è seduto su un jet privato, con un sorriso rilassato e il volto lievemente arrossato, mentre una giovane donna bionda è distesa sul bracciolo della sua poltrona. In un altro scatto appare disteso, a torso nudo, all’interno di una vasca idromassaggio, con le mani intrecciate dietro la testa; il volto della persona accanto a lui è coperto da un riquadro nero. In altre immagini lo si vede sorridere accanto a Mick Jagger, in camicia e giacca elegante. In un’altra ancora nuota in una piscina coperta di lusso, rivestita in marmo, insieme a Ghislaine Maxwell, figura chiave nell’organizzazione del traffico sessuale di Jeffrey Epstein. E poi, di nuovo sorridente, indossa una camicia di seta decorata ed è in piedi fianco a fianco con lo stesso Epstein.
Il potentissimo leader democratico americano è indiscussamente uno dei più menzionati VIP nei documenti Epstein. Nel quarto di secolo trascorso dalla fine del suo mandato alla Casa Bianca, Clinton ha lavorato con attenzione per lasciarsi alle spalle gli scandali personali che avevano segnato la sua presidenza. Oggi, a 79 anni, conduce la vita tipica di un ex statista: viaggia per il mondo per conferenze e commemorazioni, scrive memorie e romanzi politici e prosegue le attività della sua fondazione filantropica. Ma ciò non basta per scappare dalle pesanti accuse che, silenziosamente, i file di Epstein rivelano, ovvero aspetti meno istituzionali della personalità di Clinton, come l’inclinazione per le relazioni extraconiugali, decisioni avventate e una certa impulsività.
Già nel 2017, Clinton era stato al centro di numerose accuse, dalle molestie sessuali all’esibizionismo non consensuale, fino allo stupro, accuse che Clinton ha sempre respinto. Che dire però adesso con i fascicoli del caso Epstein?
Nel suo libro di memorie pubblicato nel 2024, Clinton ha scritto di aver avuto soltanto due “brevi incontri” con Epstein: uno nel suo ufficio di Harlem e uno nella residenza newyorkese del finanziere. Tra il 2002 e il 2003, Clinton ha ammesso di aver volato più volte sul jet di Epstein insieme al suo staff e alla scorta dei servizi segreti per sostenere le attività della sua fondazione. In cambio del volo, ha spiegato, dedicava “un’ora o due” a conversazioni su politica ed economia.
“Questo era il contenuto delle nostre conversazioni”, ha scritto. “Anche se quei viaggi mi hanno permesso di visitare progetti della fondazione, salire sull’aereo di Epstein non è valso gli anni di domande che ne sono seguiti”.
La sezione si chiude con una frase forse più rivelatrice delle immagini stesse:
“Avrei voluto non incontrarlo mai”.
Il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che ulteriori documenti saranno resi pubblici nelle prossime settimane. Le finalità politiche della prima tranche di divulgazioni, tuttavia, appaiono evidenti: spostare l’attenzione dal possibile coinvolgimento di Trump nello scandalo, concentrando invece i riflettori su Clinton.
È improbabile che la diffusione delle immagini ponga fine alle difficoltà politiche di Clinton legate al suo rapporto con Epstein. Per mesi, i Clinton hanno cercato di evitare una comparizione diretta davanti alla Commissione di Vigilanza della Camera nell’ambito dell’inchiesta Epstein. Un’audizione di questo tipo sarebbe eccezionale: nessun ex presidente ha testimoniato davanti al Congresso dal 1983, quando Gerald Ford lo fece in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della Costituzione.
La pubblicazione delle foto potrebbe aumentare la pressione dell’opinione pubblica affinché la coppia partecipi apertamente all’indagine e riaccendere interrogativi sulla versione fornita da Clinton, secondo cui non era a conoscenza dei crimini di Epstein e avrebbe interrotto ogni rapporto dopo le prime notizie sull’indagine emerse nel 2005.
In più occasioni, non solo le accuse, ma anche le stesse accusatrici sono state portate al centro della scena politica: nel 2016, a meno di due ore dal secondo dibattito presidenziale, Trump e il suo responsabile della campagna, Stephen K. Bannon, organizzarono una conferenza stampa improvvisata con tre donne che sostennero di essere state screditate o ignorate dai Clinton dopo aver denunciato molestie sessuali. Nel 2019, poche ore dopo la morte di Epstein nella sua cella, Trump rilanciò sui social una teoria cospirativa, priva di prove, che collegava Clinton al decesso del finanziere. Da allora, Trump ha continuato ad affermare che Clinton avrebbe trascorso molto tempo sull’isola privata di Epstein, accusa che l’ex presidente ha sempre negato e che è stata smentita anche da Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, e dalla stessa Ghislaine Maxwell.
La presidenza di Bill Clinton è stata caratterizzata da diversi scandali di alto profilo, il più noto dei quali è stato il caso Monica Lewinsky. Alla fine degli anni ’90, Clinton, allora presidente degli Stati Uniti, è stato accusato di aver intrattenuto una relazione inappropriata con la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky. Dopo mesi di smentite, Clinton ammise infine di aver avuto “contatti intimi inappropriati” con la Lewinsky, definendoli un fallimento personale e un errore di valutazione. Le sue iniziali smentite sotto giuramento portarono ad accuse di falsa testimonianza e ostruzione alla giustizia, che culminarono con la sua messa in stato di accusa da parte della Camera dei Rappresentanti nel 1998. Clinton fu assolto dal Senato, ma rimase profondamente compromesso dallo scandalo.
Oltre alla vicenda Lewinsky, Clinton ha affrontato altre controversie. Lo scandalo Whitewater riguardava accuse di irregolarità finanziarie legate a un’impresa immobiliare fallita in Arkansas in cui Clinton e sua moglie Hillary erano investitori. Sebbene l’indagine non abbia portato ad accuse penali contro i Clinton, ha consumato gran parte del secondo mandato di Clinton e ha contribuito a creare un clima di sospetto intorno alla sua amministrazione.
Tra le accusatrici di Clinton si ricorda anche Paula Jones, che nel 1994 ha intentato una causa contro di lui per molestie sessuali. L’ex presidente ha risolto il caso fuori dal tribunale per 850.000 dollari senza ammettere la propria colpevolezza. Altre donne, come Kathleen Willey, hanno mosso accuse simili, anche se Clinton ha sempre negato qualsiasi illecito.+
Tuttavia, non sono solo i repubblicani a considerare le accuse di violenza sessuale e molestie come un fardello politico per Clinton. Anche all’interno del Partito Democratico, pur senza prese di distanza clamorose, si è progressivamente cercato di relegare l’ex presidente in secondo piano. La sua presenza nelle campagne elettorali è stata ridotta rispetto al passato, con alcuni candidati che hanno preferito evitarlo del tutto. Alla convention democratica del 2020, Clinton apparve per meno di cinque minuti in un intervento preregistrato trasmesso prima del prime time. Quattro anni dopo tornò sul palco, parlando per 27 minuti, superando di gran lunga il tempo previsto.
Con la recente pubblicazione delle fotografie, i critici di Clinton sembrano aver trovato un nuovo appiglio per riaprire un capitolo che l’ex presidente ha tentato a lungo di chiudere. Ed è solo l’inizio dello scoperchiamento del marciume presente nel mondo Dem americano… così come in quello Rep.
Epstein era sinceramente interessato all’intero ecosistema delle criptovalute, dalla loro progettazione e sviluppo agli investimenti e al loro utilizzo.
Boston, tanti anni fa…
Le criptovalute sono ormai una parte integrante della quotidianità di miliardi di persone nel mondo. L’Occidente collettivo ne sta addirittura facendo “scorta”, come riserva per il mercato globale nel momento del crollo delle valute occidentali. Ma chi mai penserebbe che Epstein ha avuto a che fare persino col famigerato Bitcoin?
Le informazioni emerse da email, documenti giudiziari e inchieste giornalistiche indicano che Jeffrey Epstein ebbe legami, indiretti ma reali, con l’ecosistema di Bitcoin nelle sue fasi iniziali, soprattutto attraverso donazioni al MIT di Boston e contatti con sviluppatori, investitori e figure politiche. Non risulta però alcuna prova che abbia influenzato direttamente il codice o le decisioni tecniche di Bitcoin Core, ma la sua rete di relazioni toccò alcuni snodi chiave di finanziamento e di networking nel mondo delle criptovalute.
Joichi Ito, direttore del Media Lab del MIT, si è dimesso nel settembre del 2022 dopo che The New Yorker ha pubblicato un’inchiesta sulle sue presunte manovre per occultare contributi finanziari provenienti dal pedofilo Jeffrey Epstein. Nonostante Ito abbia guidato uno dei laboratori più influenti del MIT, il suo ruolo e la sua eredità all’interno della comunità delle criptovalute sono rimasti in gran parte poco considerati.
Ito è stato il fondatore della Digital Currency Initiative (DCI) del MIT, un progetto che ha contribuito in modo decisivo alla sopravvivenza di bitcoin in uno dei suoi momenti più critici, nel 2015. In quell’anno, quando la Bitcoin Foundation — un’organizzazione non profit impegnata nello sviluppo della criptovaluta — si trovava ad affrontare gravi difficoltà di finanziamento, la DCI accolse sviluppatori chiave di Bitcoin Core come Gavin Andresen, Cory Fields e Wladimir van der Laan, offrendo loro posizioni a tempo pieno.
Successivamente, altri membri della DCI hanno lasciato l’iniziativa per lavorare su Libra di Facebook, mentre alcuni contributori di primo piano hanno dato vita a proprie criptovalute. Il professore associato Christian Catalini, ricercatore principale del progetto MIT Digital Currencies Research Study, è oggi capo economista di Calibra, il portafoglio digitale di Facebook; allo stesso modo, il professor Silvio Micali ha fondato Algorand, una valuta digitale basata su un meccanismo di consenso fondato su una sorta di lotteria.
L’uscita di scena di Ito dal MIT aveva subito sollevato interrogativi sia sui finanziamenti passati della DCI sia sulle sue prospettive future, perché, d’altronde, alla luce dei legami tra il Media Lab ed Epstein, è legittimo chiedersi cosa avesse a che fare un grande criminale sessuale condannato con lo sviluppo di criptovalute.
Al di là delle dimissioni – a cui l’università di Boston non ha fatto commenti –, appare opportuno riconsiderare anche le posizioni espresse da Ito sulle criptovalute, soprattutto alla luce delle rivelazioni sul caso Epstein. Le sue critiche agli imprenditori del settore riflettono non solo gli abusi nei meccanismi di raccolta fondi dell’industria blockchain, ma anche le sue stesse contraddizioni.
In un video pubblicato nel settembre 2017, in cui dialoga con Neha Narula, direttrice della DCI, Ito affronta i temi dello sviluppo open source e delle initial coin offerings, ossia le campagne di finanziamento in criptovalute. Dopo che Narula osserva come molti sviluppatori open source lavorino più per passione che per guadagno, esprimendo sorpresa per i miliardi di dollari raccolti tramite il crowdfunding cripto, Ito interviene sottolineando che il denaro tende a corrompere; inoltre afferma che il problema di fondo delle criptovalute risiede nel loro legame strutturale con il denaro, che spinge le persone a intraprendere percorsi in cui il lavoro può essere rapidamente trasformato in profitto, una tentazione difficile da evitare soprattutto quando entrano in gioco responsabilità familiari.
È facile immaginare come questa visione possa aver influito anche sulle giustificazioni personali di Ito nell’accettare fondi da Epstein. In un altro passaggio, riflettendo sugli abusi legati al crowdfunding cripto, osserva che molte iniziative nascono in modo problematico.
Resta tuttavia il fatto che, pur avendo accettato finanziamenti da Epstein, Ito ha anche fornito alla DCI un approccio critico e prudente nei confronti delle criptovalute. Nei suoi interventi pubblici e nei contributi editoriali, ha più volte messo in guardia contro l’eccesso di investimenti nella blockchain e contro i rischi di anteporre il profitto a ogni altra considerazione.
In un editoriale pubblicato su Wired nel febbraio 2018, Ito scriveva che le ICO contemporanee erano alimentate da una mentalità da corsa all’oro, venivano lanciate in modo irresponsabile e finivano per danneggiare individui e l’ecosistema di sviluppatori e organizzazioni, sottolineando come mancassero ancora adeguati strumenti legali, tecnici e normativi e come molti ne stessero approfittando.
Quando, nel pieno della bolla del 2017, una criptovaluta chiamata IOTA ricevette una copertura entusiastica da parte del MIT Technology Review, Ito ne analizzò criticamente le affermazioni, smontandone le pretese. Ciò che risulta deludente è che, pur avendo individuato abusi ed esagerazioni nel mondo delle criptovalute, Ito non sembra aver applicato lo stesso rigore critico al proprio comportamento.
Ma perché proprio le cripto?
Perché Epstein era interessato alle criptovalute? Dobbiamo cercare di rispondere a questa domanda. Sì, dai rapporti con Ico e l’MIT emerge chiaro che un qualche interesse c’era, altrimenti finanziare dei progetti di questo tipo sarebbe stato solo un investimento a perdere.
Consideriamo, quindi, alcuni elementi.
Per prima cosa, assumiamo almeno come possibile la teoria dei bitcoin come progetto creato dalla NSA. Un alto ufficiale della DIA americana mi ha lungamente parlato di questo tema diversi mesi fa. Nel mondo della informazione alternativa americana e dell’OSINT, è un argomento molto discusso.
La teoria nasce dal fatto che la NSA nel 1996 ha pubblicato uno studio dal titolo “How to make a mint” sul tema “elecrtonic cash” ed ha standardizzato SHA-256, l’agoritmo di hash usato in Bitcoin, fondamento del mining. Gli autori della pubblicazione sono tutti crittografi dell’agenzia di intelligence americana. Il white paper del Bitcoin venne pubblicato solo nel 2008, dodici anni più tardi. Lo scritto del 1996 introduceva nuovi concetti di crittografia, come la crittografia a chiavi pubbliche, le firme nascoste, i meccanismi di anonimato digitale, senza però ancora parlare di un sistema decentralizzato. Bisognerà aspettare il 2008 per veder introdotto il concetto di consenso decentralizzato proo-of-work e la cosiddetta blockchain.
Voi direte, giustamente, che queste informazioni da sole non bastano. È però accaduto che Edward Snowden abbia accusato la NSA di monitoraggio del traffico legato ai Bitcoin e del tracciamento approfondito di essi, a partire almeno dal 2013. Metadati, traffico di rete, exchange, tutto quanto è stato perfettamente tracciato, laddove veniva detto che le criptovalute erano “sicure” e “nascoste”. Ciò ha costretto il mondo degli appassionati a riconoscere che il sistema cripto, in particolare Bitcoin come prima moneta nata e più diffusa, non siano poi così sicuri. Tutte le transazioni sono verificabili, non con nome anagrafico ma con indirizzi e importi, per sempre; gli indirizzi sono collegabili alla storia finanziaria on chain di una persona; ci sono addirittura aziende, come Chainalysis o Elliptic, che offrono servizi di mappatura e distribuzione dei dati sensibili.
Un capolavoro della sorveglianza digitale, perché… non sembra sorveglianza, in quanto è pubblica, pressoché chiunque può farlo e, si dice, non esiste una stanza con dentro il grande bottone rosso che provoca lo spegnimento di tutto il sistema. Già, peccato che questo metodo della dispersione – un classico utilizzato per annebbiare la verità su alcune informazioni nel mondo dell’intelligence – non dice che “non è vero che la NSA ha creato i Bitcoin”, ma dice solo che la chiave per aprire lo scrigno con la verità è stata lanciata in mezzo all’oceano, e ora chi vuole capire qualcosa, deve farsi una bella nuotata. D’altronde, la trasparenza della blockchain è un compromesso di design: garantisce sicurezza e verificabilità, ma rende possibile, a posteriori, ricostruire movimenti se si riesce a collegarli a identità reali, ed autorità e aziende hanno imparato a sfruttare questa trasparenza per investigative e compliance, senza bisogno che Bitcoin nasca come “progetto di spionaggio”.
Quindi, ricapitolando: se siete un boss dei ricatti politici e sessuali e volete aiutare a sviluppare un sistema di pagamento che traccia alla perfezione ogni singolo bit, fate come Epstein.
Questa è Manahattan, Brock
Dalle email rilasciate, emerge che Epstein aveva ospitato in una sua casa a Manhattan il signor Brock Pierce, uno dei primi investitori in Bitcoin, e l’ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti Larry Summers. La discussione si è concentrata sul potenziale di Bitcoin, anche se Summers ha espresso preoccupazione per i rischi che avrebbe corso la sua reputazione in caso di calo del prezzo.
Pare che Pierce si presentasse a Summers come “l’investitore più attivo in Bitcoin” e come il dialogo vertesse sulle opportunità e sui rischi reputazionali legati alla volatilità del prezzo, mentre Epstein fungeva da facilitatore, mettendo in contatto l’ecosistema cripto nascente con esponenti dell’élite finanziaria tradizionale. Queste riunioni, collocate cronologicamente dopo la condanna di Epstein del 2008, suggeriscono che il suo interesse per Bitcoin non fosse solo teorico, ma parte di una strategia di networking e di posizionamento in un settore percepito come emergente.
In fin dei conti, se prendi accordo con un ex segretario del tesoro, puoi stare certo di aver ricevuto un ottimo consiglio di investimento finanziario, no? Quando progetti di ricattare uomini e donne molto importanti da tutto il mondo, bisogna chiedere ai migliori esperti o, perlomeno, a quelli che hanno le chiavi della stanza dei bottoni nei palazzi di chi comanda davvero.
Compare quindi un altro personaggio che sicuramente farà scalpore: Steve Bannon. L’ex stratega della Casa Bianca e figura influente della destra americana, venne contattato da Epstein per qualche consiglio di investimento in criptovalute. Le domande riguardavano in particolare la tassazione delle criptovalute, le modalità di ricezione, spesa e distribuzione dei token e il rispetto delle regole su donazioni e finanziamento politico, segno che Epstein era interessato anche alle implicazioni regolamentari e fiscali degli asset digitali. D’altronde, dopo che hai investito 850.000 dollari, è legittimo chiedersi se sono stati spesi bene o male, giusto?
Le fonti riportano che Bannon non si limitò a una risposta generica, ma lo mise in contatto con esperti della Federal Election Commission e professionisti del settore cripto, ampliando ulteriormente la rete di Epstein nel mondo delle valute digitali. Questo episodio conferma che, a distanza di anni dalle prime donazioni al MIT, Epstein continuava a cercare di posizionarsi rispetto alle criptovalute, valutandone sia il potenziale finanziario sia le conseguenze sul piano legale e politico.
E, ancora un altro inaspettato passo in avanzi: Amazon. Un ulteriore tassello proviene dall’analisi degli acquisti di libri effettuati da Epstein su Amazon, emersa nei leak delle sue email e nei resoconti collegati. I documenti indicano che nel 2017 egli acquistò diversi volumi relativi a Bitcoin, Ethereum, alla tecnologia blockchain e, più in generale, a temi finanziari e di negoziazione, a conferma di un interesse sistematico e non episodico verso il settore.
Le ricostruzioni citano questi acquisti come parte di una più ampia strategia di aggiornamento personale che Epstein portava avanti mentre tentava di ricostruire la propria rete dopo gli scandali, dedicando attenzione ai nuovi strumenti finanziari digitali. Alcune sintesi online parlano genericamente di pagamenti “in criptovalute” collegati a questi libri, ma i materiali pubblici menzionano soprattutto la natura dei testi e l’interesse tematico; in ogni caso, il quadro complessivo suggerisce un coinvolgimento intellettuale e operativo di Epstein con Bitcoin e le altre criptovalute ben più ampio di quanto fosse noto fino alla recente pubblicazione di email e documenti governativi.
Dunque, Epstein era davvero interessato a tutto l’ecosistema delle criptovalute, dalla loro progettazione e sviluppo, fino ad arrivare ad investire ed utilizzarle. Un ottimo sistema non per coprire le proprie attività ma, semmai, per tracciare le malefatte di altri, magari proprio sotto la sua guida, magari proprio in quello schema di ricatti ed estorsioni che aveva creato. E un altro tassello nel prossimo capitolo della nostra Epstein Saga ci aiuterà a comprendere meglio questa scelta strategica che proviene dall’intelligence.
Qualcuno deve fare il lavoro sporco
Una delle informazioni emerse dal materiale desecretato è all’apparenza marginale, ma pur sempre pittoresca: una maglietta del Mossad, uno dei servizi segreti di Israele. Subito la stampa ha cominciato ad attribuire al caro Jeffrey la patente di agente segreto, senza esplorare ulteriormente le ragioni di una maglietta nell’armadio. Nell’attesa dei prossimi documenti che verranno resi pubblici, ci occuperemo adesso di tracciare alcune linee interpretative a riguardo di quella equivoca t-shirt.
Cominciamo con una cornice storica. L’idea che Epstein fosse collegato al Mossad nasce già negli anni Duemila in ambienti investigativi e alternativi, ma si rafforza dopo il suo arresto del 2019 e, soprattutto, dopo la morte in carcere, quando l’opinione pubblica fatica a spiegare come abbia potuto operare per decenni quasi indisturbato. Commentatori e giornalisti notano che, storicamente, l’intelligence israeliana ha usato reti d’influenza economiche e politiche, creando un contesto in cui la figura di Epstein – ricco, con accesso a élite globali e coinvolto in pratiche di ricatto sessuale – appare plausibile come “asset”.
Verso la fine del 2025, diverse inchieste basate sull’analisi di documenti trapelati o resi pubblici di recente — tra cui materiali della House Oversight Committee e archivi di email — sono state riproposte e discusse come elementi indicativi di contatti ripetuti tra Epstein e ambienti israeliani, oltre a schemi di viaggio e flussi finanziari considerati atipici. La CNN ha riferito che i giornalisti hanno passato al setaccio oltre 23.000 pagine di documenti e migliaia di thread di posta elettronica nell’ambito di questo più ampio esame. Secondo commentatori e testate che hanno rilanciato tali materiali, da essi emergerebbero “collaborazioni estese con l’intelligence israeliana” o, quantomeno, interazioni frequenti con figure legate a contesti di intelligence.
Numerosi articoli richiamano legami personali e finanziari — incontri, comunicazioni e presunti riferimenti a trasferimenti di denaro — tra Epstein e figure israeliane di alto livello, in particolare l’ex primo ministro Ehud Barak, nonché voci presenti in agende ed email che, secondo gli investigatori, meritano attenzione. Common Dreams e alcune serie investigative hanno messo in evidenza modelli ricorrenti di interazione tra Epstein e Barak e hanno sostenuto che operatori o collaboratori israeliani avrebbero frequentato a lungo le proprietà di Epstein; tuttavia, l’origine esatta e l’interpretazione di tali documenti restano oggetto di contestazione.
I sostenitori dell’ipotesi di un legame con il Mossad descrivono Epstein come una risorsa reclutata o come un operatore di “honey-trap” incaricato di raccogliere materiale compromettente da utilizzare come leva. Questa narrazione, presente da tempo in vari articoli, è stata ulteriormente amplificata da commentatori e media di parte. Alcuni siti e opinionisti affermano esplicitamente un collegamento con il Mossad, sostenendo che la rete di relazioni di Epstein e la presunta presenza di operatori israeliani nelle sue residenze richiamerebbero pratiche tipiche dell’intelligence.
Esponenti israeliani di primo piano hanno respinto con decisione tali affermazioni. L’ex primo ministro Naftali Bennett — che ha dichiarato di avere avuto il Mossad alle sue dirette dipendenze durante il mandato — ha definito “categoricamente e totalmente falsa” l’idea che Epstein “lavorasse per Israele o per il Mossad”. Testate mainstream come Newsweek e Times of Israel hanno sottolineato la mancanza di prove conclusive che indichino Epstein come agente formale del Mossad e hanno messo in guardia contro letture complottiste, talvolta intrecciate a stereotipi antisemiti.
La risonanza del tema è stata disomogenea e spesso legata a orientamenti politici differenti: alcune testate investigative di area progressista hanno insistito sugli spunti d’indagine, mentre figure e commentatori conservatori hanno talvolta strumentalizzato l’accusa a fini politici. I critici avvertono che ciò favorisce cornici complottiste o narrative antisemite usate in modo opportunistico. Va inoltre rilevato che esponenti politici israeliani, tra cui Benjamin Netanyahu, hanno in alcune occasioni enfatizzato la copertura mediatica sui legami di Epstein con Israele per messaggi di politica interna, rendendo più complessa l’analisi delle motivazioni.
Ma non finisce tutto qui.
Fondi per tutti
Il 2 settembre 2025 la deputata Anna Paulina Luna ha scosso l’opinione pubblica con dichiarazioni esplosive, rilasciate dopo un incontro con alcune sopravvissute di Jeffrey Epstein durante una conferenza stampa al Congresso: «Dopo aver parlato oggi con le vittime di Epstein, è evidente che questa vicenda è molto più ampia di quanto si potesse immaginare: persone ricche e potenti devono finire in prigione. È possibile che Epstein fosse una risorsa di un servizio di intelligence straniero». Le sue parole, riprese in video, hanno innescato una tempesta mediatica: Epstein era soltanto un predatore o anche qualcosa di più? Era forse un agente del Mossad israeliano, incaricato di intrappolare le élite globali per finalità politiche sioniste? Gli indizi sono inquietanti e formano un quadro troppo coerente per essere ignorato. Nel 2025, tra fughe di notizie, trascrizioni e smentite, è arrivato il momento di affrontare la questione apertamente.
L’apparato costruito da Epstein potrebbe ancora oggi esercitare influenza sui vertici del potere. Steven Hoffenberg, suo socio nello schema Ponzi della Towers Financial, si spinse oltre. Prima di morire nel 2022, raccontò ai giornalisti che Epstein gli aveva confidato legami diretti con il Mossad, attribuendo a tali contatti la propria ricchezza e l’accesso ai circoli dell’alta società. Hoffenberg, che finì in carcere mentre Epstein rimase libero, non aveva nulla da guadagnare mentendo, semmai, un conto in sospeso.
C’è poi la testimonianza di Maria Farmer, una delle prime vittime di Epstein (identificata come Jane Doe 200 negli atti giudiziari). Farmer ha descritto la rete di Epstein come un sistema di ricatto a sfondo “suprematista ebraico”, collegato al Mega Group, un circolo riservato di miliardari filo-israeliani. Raccontando anche episodi di abuso razziale, indicò Les Wexner come figura centrale. Tre voci indipendenti — Ben-Menashe, Hoffenberg e Farmer — convergono tutte verso il Mossad. Coincidenza o disegno occulto?
La provenienza della fortuna di Epstein resta opaca. Come può un ex studente universitario diventare miliardario con un solo cliente noto? Seguendo i flussi finanziari, il collegamento con Israele appare evidente. Les Wexner, magnate di Victoria’s Secret e cofondatore del Mega Group, regalò a Epstein una villa newyorkese da 77 milioni di dollari — dotata di un sofisticato sistema di sorveglianza — oltre a ingenti somme di denaro. Il Mega Group, creato da Wexner e Charles Bronfman, è noto per finanziare cause filo-israeliane. La carriera finanziaria di Epstein iniziò nel 1976 alla Bear Stearns, grazie ad Alan Greenberg, anch’egli membro del Mega Group, nonostante Epstein non avesse credenziali se non un passato da insegnante di fisica. Parliamo di 77 milioni di dollari.
Documenti giudiziari indicano che Epstein ricevette oltre 7.000 bonifici, alcuni collegati al trafficante d’armi Adnan Khashoggi, a sua volta associato a reti del Mossad. Ben-Menashe sostiene che Epstein fosse coinvolto nel traffico di armi israeliano. Un’indagine privata del 2025, condotta da hedge fund legati al caso Epstein, ipotizza che una parte consistente della sua ricchezza provenisse da finanziamenti israeliani. Non beneficenza, ma il finanziamento di un’operazione di intelligence.
La cerchia di Epstein sembra un elenco di obiettivi d’intelligence. L’ex primo ministro israeliano Ehud Barak visitò decine di volte la residenza di Epstein tra il 2013 e il 2017, come mostrano registri e fotografie. I due furono anche coinvolti nella fondazione di Carbyne, una società tecnologica con numerosi ex membri dell’intelligence israeliana. Email trapelate mostrano Epstein mentre mette in contatto Barak con figure russe e israeliane. Nel 2004 Barak ricevette due milioni di dollari dalla fondazione Wexner per non meglio precisate attività di “ricerca”. Barak nega irregolarità, ma ammette che fu Shimon Peres a presentargli Epstein.
Epstein possedeva più passaporti — un tratto tipico delle operazioni clandestine — e si rifugiò in Israele dopo le accuse del 2008, prima di ottenere un patteggiamento estremamente favorevole. Nel 2025 Tucker Carlson, durante un discorso molto duro, lo accusò apertamente di essere un agente del Mossad. Perché tanti esponenti israeliani avrebbero frequentato un criminale sessuale, se non fosse stato una risorsa strategica?
L’accordo giudiziario del 2008, che garantì a Epstein una pena irrisoria, rappresenta forse l’elemento più rivelatore. L’ex procuratore Alexander Acosta dichiarò in seguito: «Mi fu detto che Epstein “apparteneva all’intelligence” e che dovevo lasciar perdere». L’intesa protesse anche i complici in più Stati, salvaguardando una rete che le vittime, come Virginia Giuffre, hanno descritto come una fabbrica di kompromat, con telecamere nascoste pronte a registrare politici e potenti in situazioni compromettenti. Una pratica che richiama le tecniche attribuite al Mossad, come nelle operazioni di Robert Maxwell (di cui parleremo nel prossimo “capitolo” della nostra Epstein Saga).
La morte di Epstein nel 2019, ufficialmente classificata come suicidio, appare a molti come un insabbiamento, con ipotesi di un coinvolgimento non ufficiale dei servizi israeliani. Nel 2025, la dichiarazione di DOJ e FBI sull’assenza di una “lista clienti”, sotto l’amministrazione Trump — che aveva promesso rivelazioni mai arrivate — non ha fatto che rafforzare i sospetti.
I tasselli combaciano: Epstein, introdotto attraverso reti sioniste, costruì un sistema di ricatto mirato a influenzare decisori politici e mediatici in senso filo-israeliano. I presunti legami con il software PROMIS (secondo alcune fonti modificato da NSA e Mossad per il monitoraggio) e con Palantir, azienda di sorveglianza avanzata, aggiungono ulteriori livelli di inquietudine. La giornalista Whitney Webb parla apertamente di una “operazione congiunta CIA-Mossad”. Ian Carroll spinge ancora oltre, collegando questa rete a eventi come l’omicidio Kennedy e l’11 settembre, individuando un filo conduttore nei servizi israeliani.
È vero: la rete di Epstein coinvolgeva anche Russia e Arabia Saudita. Tuttavia, i legami israeliani — Wexner, Barak, Maxwell, Mega Group — appaiono predominanti. Mancano prove definitive? Forse. Ma il fumo è così denso da rendere difficile ignorare l’incendio.
Le sopravvissute di Epstein hanno appena annunciato l’intenzione di pubblicare una loro lista di nomi: «Sappiamo chi ci ha abusate. Abbiamo visto chi entrava e usciva. Questa lista sarà guidata dalle sopravvissute, per le sopravvissute».
Lo Stato ha esitato. Le vittime no.
Naturalmente, le autorità israeliane respingono ogni accusa. Alan Dershowitz, avvocato di Epstein e noto sostenitore del sionismo, afferma che Epstein avrebbe deriso le accuse di spionaggio, sostenendo che avrebbe usato simili legami per ottenere un accordo ancora migliore. Ma queste negazioni appaiono fragili di fronte a testimonianze, flussi finanziari e connessioni politiche che conducono tutte a una stessa conclusione: l’operazione Epstein ha il sapore di un’azione di intelligence, e la pista porta dritta a Tel Aviv.
Le prove più compromettenti provengono da chi conosceva Epstein dall’interno, persone che hanno rischiato tutto per parlare. Ari Ben-Menashe, ex ufficiale dell’intelligence israeliana, sostiene che Epstein e Ghislaine Maxwell gestissero una “trappola al miele” del Mossad finalizzata al ricatto delle élite mondiali. Afferma di averli incontrati negli anni Ottanta, mentre lavoravano nel traffico d’armi sotto la supervisione di Robert Maxwell, padre di Ghislaine e noto collaboratore del Mossad, morto in circostanze misteriose nel 1991. Al suo funerale parteciparono diversi primi ministri israeliani, con Shimon Peres a pronunciare l’elogio funebre. Una semplice coincidenza? Difficile crederlo.
The Epstein Saga: il buon Robert
I legami di Epstein con i servizi segreti britannici e israeliani furono facilitati da una figura chiave nota come Robert Maxwell, padre di Ghislaine, moglie di Jeffrey.
L’uomo giusto al momento giusto
I collegamenti di Epstein con l’intelligence inglese e israeliana sono passati tramite il personaggio chiave noto come Robert Maxwell, padre di Ghislaine, moglie di Jeffrey.
Robert Maxwell è stato uno dei più controversi magnati dei media del XX secolo: sopravvissuto alla Shoah, arruolato nell’esercito britannico, divenne tycoon dell’editoria, parlamentare laburista e figura al centro di scandali finanziari e di ipotesi di legami con diversi servizi segreti, inclusi MI6 e Mossad. La sua biografia intreccia origine poverissima, ascesa vertiginosa, rapporti con capi di Stato e, dopo la morte in mare nel 1991, la scoperta di enormi frodi sui fondi pensione delle sue aziende.
Nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nel 1923 a Slatinské Doly (oggi Solotvyno, Ucraina), allora Cecoslovacchia, in una famiglia ebrea ortodossa yiddish‑parlante, emigrò in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale e combatté nell’esercito britannico. Dopo il conflitto entrò nell’editoria scientifica e fondò Pergamon Press, trasformandola in un grande editore di testi tecnici e accademici, base del futuro impero mediatico.
Negli anni ’80 controllava un vasto impero: Maxwell Communication Corp, Pergamon, Macmillan, il tabloid Daily Mirror e altre testate nel Regno Unito e all’estero, in competizione diretta con Rupert Murdoch.
Morì il 5 novembre 1991, cadendo dal suo yacht Lady Ghislaine al largo delle Canarie; dopo la sua morte emerse che aveva distolto centinaia di milioni di sterline dai fondi pensione del Mirror Group per coprire falle finanziarie.
Dunque… Vendeva libri di testo alle scuole americane. Frequentava re, regine, presidenti e papi. E, lontano dai riflettori, potrebbe aver contribuito alle attività di una delle agenzie di intelligence più riservate al mondo, impegnata a sorvegliare mezzo pianeta. Per alcuni era un innovatore geniale; per altri un impostore senza scrupoli. Per sua figlia Ghislaine — la cui vita successiva si sarebbe intrecciata a quella del trafficante sessuale Jeffrey Epstein — fu l’uomo che le spalancò le porte dell’alta società e forse, inconsapevolmente, anche quelle di una futura rovina.
Maxwell riuscì a scalare i vertici fino a diventare un potente imprenditore dei media nel Regno Unito, costruendo un impero paragonabile a quello di Rupert Murdoch. Quando fondò la Pergamon Press, casa editrice accademica specializzata in manuali di storia e scienze diffusi nelle scuole statunitensi, spesso criticati per un’impostazione filoisraeliana coerente con il forte sionismo di Maxwell, i suoi concorrenti non si sarebbero aspettati un tale successo.
Nel 1984 acquistò il Daily Mirror, trasformandolo in un colosso del giornalismo popolare. Nel momento di massima espansione controllava Maxwell Communication Corporation, Macmillan, Pergamon e numerose testate internazionali. Ghislaine, la sua figlia prediletta, fu educata a Oxford, preparata per i salotti dell’élite e spesso al suo fianco negli eventi mondani tra Londra e New York. Maxwell veniva fotografato in compagnia della regina Elisabetta, del principe Carlo, della principessa Diana, di Margaret Thatcher e persino di Madre Teresa. Altre immagini lo ritraggono accanto ai presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump.
Diverse fonti indicano che il Foreign Office britannico sospettasse Maxwell di essere un agente doppio o triplo, con collegamenti al MI6, al KGB sovietico e all’intelligence israeliana del Mossad… la mia fonte, che ho consultato per la scrittura di questo testo, conferma la sua appartenenza ai servizi britannici, con un ruolo chiave nelle relazioni con aziende ed altre agenzie, in particolare riguardo le attività con i politici (americani ma non solo).
Maxwell si muoveva con disinvoltura tra la Casa Bianca, il Cremlino, Downing Street e i vertici politici di Francia, Germania e Israele, una cosa che non è affatto facile, né tantomeno “comoda” da mantenere.
Negli anni Sessanta ricoprì per due mandati il ruolo di deputato laburista per Buckingham, conducendo al contempo uno stile di vita estremamente lussuoso. Nella sua residenza di Headington Hill, nei pressi di Oxford, organizzava feste sontuose che, secondo voci persistenti, sarebbero state utilizzate come trappole seduttive per raccogliere informazioni compromettenti su personalità influenti.
Le accuse più gravi lo collegano allo scandalo del software PROMIS, di cui abbiamo parlato nel Capitolo 3 della nostra Saga. Nato come programma del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, PROMIS sarebbe stato sottratto illegalmente, modificato con una “porta di servizio” israeliana e poi distribuito a numerose agenzie di intelligence, forze armate e aziende in tutto il mondo, consentendo a Israele di monitorare praticamente ogni paese che lo utilizzava. Secondo vari informatori, tra cui l’ex agente israeliano Ari Ben-Menashe, Robert Maxwell avrebbe svolto il ruolo di principale promotore globale di questo cavallo di Troia digitale. Queste accuse sono in parte corroborate da elementi indiretti: forte sostegno a Israele, affari in settori sensibili, rapporti stretti con la leadership israeliana e un funerale di Stato in Israele nel 1991, cui parteciparono il premier Yitzhak Shamir, il presidente Chaim Herzog e alti dirigenti dell’intelligence, con elogi pubblici sul fatto che Maxwell “fece più per Israele di quanto si possa dire”.
Gli ultimi anni della sua vita furono segnati dal collasso finanziario. Dopo la sua morte, gli inquirenti scoprirono un buco di 460 milioni di sterline nel fondo pensione del Mirror Group. Maxwell aveva sottratto i risparmi previdenziali dei suoi stessi dipendenti per sostenere un impero ormai sommerso dai debiti. I figli Ian e Kevin Maxwell furono arrestati e accusati di frode (per poi essere assolti), mentre l’opinione pubblica britannica esplose di rabbia per il tradimento subito da migliaia di pensionati.
Da un giorno all’altro, Maxwell passò da tycoon rispettato a figura detestata. I manifestanti lo ribattezzarono “Robber Bob”.
Il 5 novembre 1991 scomparve dal suo yacht di 180 piedi al largo delle Isole Canarie. Fu ritrovato morto poche ore dopo, a faccia in su nell’oceano. La versione ufficiale parlò di infarto seguito da annegamento accidentale. Sua figlia, invece, ritenne che fosse stato ucciso.
L’autopsia rivelò che Maxwell soffriva già di gravi patologie cardiache e polmonari.
Gli furono tributati funerali di Stato in Israele, alla presenza dell’allora primo ministro Yitzhak Shamir e di numerosi esponenti dei servizi di intelligence.
A braccetto, tanto da sposarne la figlia
Epstein conobbe Ghislaine Maxwell negli anni ’90, e la loro relazione iniziò come breve rapporto sentimentale prima di trasformarsi in un’alleanza professionale e personale molto intensa. Ghislaine divenne la principale assistente di Epstein, gestendo le sue proprietà, organizzando il suo staff e svolgendo un ruolo centrale nel reclutamento delle vittime per gli abusi sessuali.
I legami col padre, Robert, furono sin da subito importanti, anche se forse lo sono stati di più dopo la sua morte: Epstein è stato introdotto nella cerchia del Signor Maxwell, grazie ai contatti e alle reti della famiglia. Una ricostruzione riportata dal Telegraph nel 2022 sostiene che Epstein possa aver aiutato Robert Maxwell a nascondere parte del denaro sottratto dai fondi pensione del Mirror Group, utilizzando canali offshore.
Robert fu fondamentale per introdurre Epstein nel mondo dell’intelligence israeliana, dove fu bravo a farsi strada anche da solo.
La fonte consultata, proveniente dal mondo dell’intelligence, mi ha rivelato che anche Ghislaine è fondamentale in questa storia: lei, seguendo le orme del padre, si è fatta strada all’interno dell’intelligence britannica e israeliana, tessendo relazioni, coperture e favori anche per il suo amato Jeffrey.
D’altronde, niente di meglio che sposarsi la figlia di una “spia” con la garanzia di trarne “l’eredità”. Senza Ghislaine, Epstein non avrebbe avuto accesso a molti dei VIP con cui ha intessuto regolari relazioni, e soprattutto non avrebbe avuto la copertura necessaria per operare indisturbatamente per molti anni.
The Epstein Saga: l’uomo contro il sistema
Tra i volti forse più inaspettati che emergono dai documenti declassificati sul caso Epstein c’è quello di Noam Chomsky.
Quell’uomo di Philadelphia
Fra i volti forse più inattesi emersi nei documenti desecretati sul caso Epstein, è emerso quello di Noam Chomsky, in assoluto uno dei più importanti linguisti e intellettuali del Novecento e del XXI secolo, noto sia per la rivoluzione che ha introdotto nello studio del linguaggio sia per la sua critica radicale alla politica estera statunitense, ai media e alle strutture di potere. Nella nostra Epstein Saga non possiamo non dedicarli qualche pagina.
Noam Avram Chomsky nasce il 7 dicembre 1928 a Philadelphia, in una famiglia di ebrei ashkenaziti immigrati dall’Europa orientale. Il padre, William (Zev) Chomsky, era un rinomato studioso di ebraico, emigrato dall’area dell’odierna Ucraina per sfuggire alla coscrizione nell’esercito zarista, mentre la madre, Elsie Simonofsky, proveniva da una famiglia ebrea russa ed era politicamente attiva negli anni Trenta.
Cresce in un ambiente intellettuale e politicamente molto vivace, circondato da discussioni su socialismo, antifascismo e questione operaia, che contribuiscono a formare la sua precoce coscienza politica. Giovanissimo, frequenta scuole progressiste dove viene incoraggiato a sviluppare interessi autonomi e, a soli dieci anni, scrive un articolo sul giornale scolastico contro l’ascesa del fascismo in Europa dopo la guerra di Spagna.
Entra all’Università della Pennsylvania a soli 16 anni, dove studia linguistica, filosofia e matematica, e nel corso del dottorato, sviluppato in parte presso la Harvard Society of Fellows, elabora la teoria della grammatica trasformazionale, che gli vale il PhD nel 1955. Poco dopo inizia la sua lunga carriera al Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove diventerà professore di linguistica e una figura centrale nella nascita della scienza cognitiva contemporanea.
Il successo rivoluzionario
Chomsky è spesso definito il “padre della linguistica moderna” perché ha rivoluzionato l’idea di linguaggio opponendosi al comportamentismo dominante negli anni Cinquanta. In opere come Syntactic Structures e negli sviluppi successivi, sostiene che negli esseri umani esista una grammatica universale innata, una struttura mentale che rende possibile l’acquisizione del linguaggio e che sposta l’attenzione dalla mera osservazione del comportamento linguistico ai processi cognitivi interni.
Questa impostazione contribuisce in modo decisivo alla cosiddetta “rivoluzione cognitiva”, che trasforma psicologia, linguistica e filosofia della mente, influenzando l’idea moderna di mente come sistema computazionale. Parallelamente, Chomsky diventa una figura pubblica a livello mondiale per il suo impegno contro la guerra del Vietnam: già dalla fine degli anni Sessanta firma saggi e tiene conferenze in cui denuncia i crimini di guerra e la natura imperialista della politica estera statunitense, distinguendosi per l’uso rigoroso di documenti ufficiali e fonti primarie.
La sua celebrità cresce anche grazie a libri divulgativi e interviste che riescono a presentare argomenti complessi in modo accessibile, facendone un riferimento per generazioni di studenti, attivisti e movimenti sociali. È inoltre riconosciuto come uno degli intellettuali più citati al mondo, non solo in linguistica, ma anche in studi politici, comunicazione e filosofia.
Contro al sistema, ma…
Sul piano politico Chomsky si definisce libertario socialista o anarchico di tradizione socialista, critico tanto del capitalismo corporativo quanto delle forme autoritarie di socialismo di Stato. Il nucleo del suo pensiero è che le strutture di potere – Stati, grandi corporation, burocrazie militari e finanziarie – tendono a riprodursi e a giustificarsi attraverso il controllo dell’informazione e l’uso della violenza, spesso mascherata da “difesa” o “intervento umanitario”.
Un punto centrale della sua critica riguarda i media mainstream nelle democrazie liberali. Nel libro Manifacturing Consent, scritto con Edward S. Herman, propone il cosiddetto “modello della propaganda”: secondo gli autori, stampa e televisione non funzionano principalmente come strumenti di informazione neutrale, ma come meccanismi che filtrano notizie in modo sistematico, favorendo gli interessi economici e geopolitici di élite politiche e aziendali.
Questa analisi non si limita agli Stati Uniti, ma viene applicata a numerosi casi internazionali, come l’intervento americano in Vietnam, l’appoggio a dittature in America Latina o la copertura mediatica dei conflitti in Medio Oriente e dell’occupazione di Timor Est da parte dell’Indonesia. In tutti questi casi, Chomsky sostiene che il linguaggio politico – parole come “democrazia”, “sicurezza”, “ordine” – viene usato per nascondere rapporti di forza e interessi materiali, invitando i cittadini a un atteggiamento di costante scetticismo verso le versioni ufficiali.
Tutti, nella vita, abbiamo almeno una volta citato Chomsky quando abbiamo parlato di complotti e potere. La sua è una figura che è diventata iconica in questo contesto. Quando si pensa a Chomsky, si pensa a “quello che sfida il sistema”. Perché? È “semplice”: è stato una combinazione rara di alta autorità accademica in un campo tecnico, la linguistica, e un impegno politico radicale e costante contro la politica estera statunitense e il neoliberismo. Ha poi realizzato una produzione sterminata di libri, articoli e conferenze, che coprono temi come guerre, globalizzazione, ruolo delle multinazionali, crisi ambientale e diritti umani, sempre accompagnati da un ampio apparato di documenti e dati. Da ultimo, ma non meno importante, ha sempre tenuto una posizione fortemente minoritaria nel panorama mediatico statunitense, che lo ha reso un punto di riferimento per chi cerca una critica strutturale del sistema piuttosto che un semplice dibattito tra partiti.
…ma non con l’amico Jeffrey
E poi, sbam! Compare prima nella lista e poi nelle immagini di Epstein.
L’uomo contro il potere era, in realtà, un grande amico di quel sistema perverso, corrotto e disgustoso. Lui, il grande critico, aveva a che fare con i potenti della stessa società che criticava, con quelli che il potere lo usano per dominare e soggiogare.
Chomsky avrebbe incontrato Epstein più volte tra il 2015 e il 2016, spiegando che i colloqui riguardavano temi politici e accademici. Uno degli incontri avrebbe incluso anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. In un’altra occasione, Epstein avrebbe organizzato un volo per consentire a Chomsky di cenare con il regista Woody Allen e la moglie Soon-Yi Previn. Interpellato dal WSJ, Chomsky ha dichiarato che tali incontri rientravano nella sua sfera privata e che Epstein, avendo scontato la pena, era considerato riabilitato secondo la legge.
Vi ricordate gli 850.000 dollari investiti da Epstein al MIT? Sarà un caso, ma li ha devoluti proprio nel periodo in cui vi insegnava Chomsky. I resoconti, inotlre, indicano che Chomsky avrebbe chiesto a Epstein anche un aiuto di consulenza per la gestione di fondi comuni legati alla defunta prima moglie, con trasferimenti complessivi di circa 270.000 dollari da conti collegati a Epstein verso conti intestati a Chomsky, pur sostenendo che il denaro non provenisse dal finanziere ma da fondi già suoi.
Chomsky ha riconosciuto di aver conosciuto Epstein e di averlo incontrato “occasionally”, difendendo la scelta di frequentarlo dopo la prima condanna sostenendo che, avendo scontato la pena, avesse una sorta di “clean slate”, cioè fedina ripulita. Questa posizione chiaramente ha suscitato critiche, perché molte persone considerano moralmente inaccettabile intrattenere relazioni personali o finanziarie con Epstein anche dopo la condanna, soprattutto per un intellettuale che ha costruito gran parte della propria autorità morale sulla denuncia dei crimini e degli abusi di potere. Ma la verità è che…
Utili eroi
… no, non c’è mai stato nessun Chomsky nemico del sistema, paladino della libertà o teoforo della democrazia.
Chomsky è stato perfettamente funzionale al sistema, tanto da “andarci a letto” insieme.
Cresciuto nelle fila delle università americane Dem, luogo prediletto della sperimentazione dell’intelligence americana e luogo di cooptazione di molti “collaboratori”, si è fatto megafono a tempi alterni delle varie narrative democratiche, riuscendo sì a criticare il potere, ma sempre e solo dal profilo che risultava utile al potere – come quando, nel 2021, invitava a sostenere i Big Pharma e discriminare quanti criticavano la narrativa pandemica.
Sicuramente ha fornito un aiuto per molte persone per assumere consapevolezza riguardo alcuni meccanismi del potere, soprattutto nella comunicazione, ma ciò è sempre avvenuto nel perimetro della funzionalità del sistema. Ed ora che ne escono le evidenze, non si può che confermare ancora una volta quanto il sistema sia eccellente nel produrre i suoi stessi contestatori, rendendoli credibili e carismatici, ma pur sempre sotto il controllo del sistema, così che esso non venga mai veramente colpito.
The Epstein Saga: Cuomo
Cuomo. Sì, proprio lui. Un nome inevitabile nella lista di Epstein.
Tanti anni fa, a New York
Cuomo. Proprio lui. Immancabile nome presente nella lista di Epstein. Siamo al capitolo 6.
La famiglia Cuomo incarna in modo quasi paradigmatico l’ascesa dell’italo‑americanismo nella New York del dopoguerra, passando dal retrobottega di un negozio di alimentari al vertice dello Stato di New York. La loro storia intreccia immigrazione, politica democratica, stereotipi mafiosi e, nel caso di Andrew, anche le zone grigie delle élite che hanno orbitato attorno a Jeffrey Epstein.
I Cuomo sono originari della Campania: il nonno Donato emigra negli Stati Uniti nel 1896, mentre Andrea Cuomo, padre di Mario, nasce a New York nel 1901 e viene da bambino riportato in un villaggio vicino Salerno, per poi rientrare negli USA da adulto. La famiglia si stabilisce nel Queens, gestendo Kessler’s Grocery, un piccolo negozio di alimentari a South Jamaica che diventerà lo sfondo formativo dell’infanzia di Mario.
Mario cresce dietro il negozio, in un ambiente di immigrati poveri, dove lavoro manuale, famiglia e istruzione sono i pilastri di una mobilità sociale ancora incerta. Questa traiettoria – dai quartieri popolari del Queens ai grattacieli di Manhattan – alimenterà il mito politico dei Cuomo come famiglia “self‑made”, capace di trasformare il capitale sociale della comunità italo‑americana in potere istituzionale.
Fin dagli anni Ottanta Mario Cuomo viene bersagliato da insinuazioni su presunti legami con la mafia italo‑americana, in parte perché rifiuta a lungo di riconoscere pubblicamente l’esistenza di Cosa Nostra e perché, da governatore, insiste nel denunciare gli stereotipi sugli italiani come “mafiosi naturali”. Nel 1985, di fronte alle domande dei giornalisti, liquida la “mafia” come “a lot of baloney”, alimentando sospetti e dietrologie che circoleranno anche come spiegazione del suo mancato ingresso nelle primarie presidenziali del 1992.
Ciononostante, le indagini e la storiografia disponibili non documentano un coinvolgimento organico dei Cuomo in reti mafiose paragonabile a quello di alcuni politici locali italo‑americani dell’epoca. Anzi, nel 1992 la stessa Cosa Nostra siciliana avrebbe progettato di assassinare Mario durante una visita istituzionale in Italia, segno che il governatore, per la mafia, era un obiettivo da colpire e non un alleato da proteggere.
Mario Cuomo diventa una figura centrale del liberalismo democratico: dopo la carriera da avvocato, è eletto governatore di New York nel 1982 e resterà in carica fino al 1994, trasformandosi in un’icona della sinistra cattolica per i suoi discorsi sul sogno americano e la povertà urbana. È più volte considerato papabile candidato presidenziale (1988 e 1992), ma rinuncia a correre, guadagnandosi il soprannome di “Hamlet on the Hudson” per la sua indecisione.
Su questa base nasce la vera e propria “house of Cuomo”: i figli Andrew e Chris capitalizzano il cognome in politica e nei media, con Andrew come prosecutore e poi governatore, e Chris come anchor televisivo nazionale. New York Magazine descrive Andrew come l’“id” del padre, ovvero aggressivo, operativo, il braccio muscolare che traduce in potere concreto il capitale simbolico accumulato da Mario.
Arriviamo ad oggi, con un bel futuro spianato davanti
Arriviamo ad oggi. Andrew Cuomo inizia come consigliere e “enforcer” del padre, costruendo la propria rete nelle retrovie del Partito Democratico newyorkese. Dopo un periodo a Washington come segretario dello Housing and Urban Development nell’amministrazione Clinton, rientra in New York e viene eletto procuratore generale dello Stato nel 2006, posizionato come riformatore e “sheriff of Wall Street”.
Nel 2010 conquista il governatorato, che manterrà fino al 2021 con tre mandati, giocando abilmente tra retorica progressista e pragmatismo pro‑business, stringendo rapporti stretti con l’establishment finanziario, mediatico e immobiliare. La gestione della pandemia di Covid‑19 lo trasforma, per un breve momento, in figura nazionale quasi candidata alla presidenza, ma una serie di inchieste su molestie sessuali e gestione opaca dei dati sulle case di riposo porta alle sue dimissioni nell’agosto 2021, segnando la fine della sua parabola come governatore.
I collegamenti tra Andrew Cuomo e Jeffrey Epstein non sono di natura giudiziaria ma di ecosistema: emergono perché Cuomo si muove nella stessa élite newyorkese – finanziaria, immobiliare, filantropica – in cui Epstein opera e investe. Andrew Cuomo compare nel cosiddetto “black book” di Epstein insieme all’allora moglie Kerry Kennedy, il che indica l’esistenza di un rapporto di contatto o frequentazione mondana, ma non costituisce prova di complicità nei crimini di Epstein.
Più interessanti, sul piano strutturale, sono le intersezioni attraverso figure terze: alcuni grandi donatori e alleati di Cuomo, attivi nel real estate e nella finanza newyorkese, hanno intrattenuto rapporti d’affari con Epstein anche dopo la condanna del 2008, beneficiando di sue intermediazioni o donazioni a fondazioni collegate; avvocati e lobbisti vicini al network politico di Cuomo hanno difeso Epstein o i suoi partner, partecipando alla costruzione del “sweetheart deal” che nel 2008 gli garantisce un trattamento estremamente favorevole in Florida.
Negli ultimi mesi, il mandato di Donald Trump è stato scosso dalle continue polemiche relative alla sua stretta e lunga relazione con Jeffrey Epstein. Tuttavia, Trump non è l’unica figura politica di spicco di New York il cui passato legame con il finanziere caduto in disgrazia e condannato per reati sessuali solleva interrogativi scomodi. Anche l’ex governatore di New York Andrew Cuomo ha legami che sono stati oggetto di rinnovato scrutinio.
I legami di Cuomo con Epstein sono riemersi di recente dopo essere stati messi in evidenza dal suo rivale nella corsa alla carica di sindaco di New York, Zohran Mamdani, che li ha citati in un video elettorale incentrato sulle attività di consulenza privata di Cuomo. Mamdani ha sottolineato una transazione immobiliare nelle Isole Vergini del 2007 che ha coinvolto Epstein – proprietario dell’ormai famigerata isola privata dove sarebbero avvenuti alcuni dei suoi abusi – e l’erede del settore retail Andrew Farkas, un uomo d’affari la cui organizzazione no profit ha ricevuto ingenti donazioni da Epstein.
Così, l’attenzione si è concentrata sul rapporto di Cuomo con Farkas: a partire dai primi anni 2000, i due hanno sviluppato un rapporto finanziariamente redditizio in cui Farkas ha pagato a Cuomo più di 2,5 milioni di dollari per attività di consulenza, ha poi presieduto il comitato finanziario della sua campagna per la carica di procuratore generale e ha donato ingenti somme alle sue iniziative politiche.
Il rapporto con Farkas è solo uno dei tanti esempi che illustrano come persone vicine o sostenitrici di Cuomo abbiano avuto legami preoccupanti con il caro Jeffrey.
Lo stesso Cuomo era notoriamente presente, insieme alla sua allora moglie Kerry Kennedy, nella rubrica di Epstein. Sebbene questo fatto da solo non sia prova di alcun illecito, si inserisce in un quadro più ampio, per il quale nel corso della sua carriera, Cuomo ha annoverato tra i suoi donatori, alleati, collaboratori e amici diverse figure profondamente radicate nell’orbita sociale e professionale di Epstein.
A onor del vero, Cuomo non risulta essere stato direttamente accusato di reati sessuali che coinvolgono Epstein o minori.mI suoi scandali si limitano alle accuse di ripetute molestie sessuali nei confronti di membri adulti del suo staff, che alla fine hanno portato alle sue dimissioni da governatore nel 2021, accuse che lui continua a negare. Tuttavia, queste reti sovrapposte indicano la vicinanza di Cuomo agli stessi circoli dell’élite newyorkese che Epstein coltivava e frequentava, circoli che Cuomo dovrebbe sfidare se incaricato di affrontare i problemi radicati della città.
Forse il legame più diretto con Epstein nella cerchia ristretta di Cuomo è Dan Klores, da tempo potente agente di pubbliche relazioni per l’élite politica e aziendale di New York. Klores è stato uno dei primi e più stretti alleati politici di Cuomo, diventando il primo cliente importante della sua nuova società di pubbliche relazioni e fungendo da suo consigliere capo durante la fallita candidatura a governatore di Cuomo nel 2002. Su incoraggiamento di Cuomo, Klores ha poi contribuito a fondare il Committee to Save New York, un gruppo di pressione finanziato dalle aziende che ha svolto un ruolo chiave nel neutralizzare l’opposizione dei sindacati al primo bilancio di austerità di Cuomo. L’agenzia di Klores avrebbe poi fatto pressioni aggressive a favore dell’industria del gioco d’azzardo quando Cuomo ha sostenuto la legalizzazione dei casinò.
Al di là della politica, Klores e Cuomo erano legati da una stretta amicizia personale, frequentandosi spesso e festeggiando insieme i compleanni per anni. Klores è stato presente in momenti personali fondamentali della vita di Cuomo ed è diventato un fedele sostenitore politico, contribuendo sia all’attuale campagna elettorale di Cuomo a sindaco che alle sue precedenti campagne elettorali a livello statale.
Klores era anche un cliente di Jeffrey Epstein. Dopo l’arresto di Epstein nel 2006 in Florida, Klores si unì a un potente team di PR incaricato di gestire le conseguenze e difendere l’immagine pubblica di Epstein tra le accuse di abusi sessuali su ragazze minorenni. Come lo stesso Klores osservò all’epoca, il team di Epstein era ansioso di plasmare la narrazione.
