Cambio di regime a Teheran?
di Enrico Tomaselli - 05/02/2026

Fonte: Giubbe rosse
A prescindere da come evolva l'attuale crisi tra Stati Uniti ed Iran, è abbastanza evidente che siamo di fronte ad un problema strategico di primaria importanza, per Washington. Per come è strutturata storicamente la società iraniana, che è multietnica ma senza alcuna 'oppressione' delle minoranze, l'ipotesi di una balcanizzazione resta estremamente improbabile; ovviamente è possibile che, con una azione specifica, gli Stati Uniti (ed Israele) possano alimentare fastidiose guerriglie separatiste, soprattutto nelle regioni abitate da curdi e belucistani, ma nulla che possa seriamente minare la stabilità della nazione. La prospettiva quindi non può che essere il ribaltamento del regime, e la sua sostituzione con uno assolutamente vassallo. E questo obiettivo verrà perseguito sino a che una delle due parti non subirà una sconfitta strategica.
La questione iraniana è oggi assolutamente centrale, rispetto all'intera area del Medio Oriente allargato (dall'Africa orientale all'Asia centrale), ed è anche l'unico punto d'incontro strategico tra Stati Uniti ed Israele. L'obiettivo di medio termine, per gli USA, è stabilizzare la regione lasciandone il controllo ad un partner affidabile, che possa gestirne le tensioni senza richiedere più la presenza ed il supporto continuo americano; e questo significa dover eliminare l'unico ostacolo che impedisce ad Israele di divenire la potenza regionale egemone. Per Tel Aviv, che è consapevole come il processo di 'ripiegamento' statunitense comporta in prospettiva un sostanziale mutamento del supporto, eliminare la minaccia iraniana è la precondizione per poter sviluppare con sufficiente tranquillità il controllo politico-militare sull'intera area.
A parte il 'dente avvelenato' degli Stati Uniti verso l'Iran - dall'occupazione dell'ambasciata USA a Teheran, nel 1979 - il rovesciamento della Repubblica Islamica ha una valenza strategica molteplice, per Washington. Togliere di mezzo l'unico vero ostacolo che impedisca l'espansionismo israeliano, è innanzi tutto la precondizione che permetta l'abbandono della regione da parte delle forze statunitensi, delegandone il controllo ad un partner sicuro come Israele. Ma abbattere l'Iran significa anche insinuare un cuneo verso l'Asia centrale, espandendo la propria influenza in un'area decisiva per minacciare lo sviluppo di un blocco euroasiatico tra Russia e Cina, soprattutto verso i paesi ex-sovietici. Last but not least, un regime change a Teheran significa far saltare i progetti della New Silk Road cinese, minare i BRICS, e soprattutto riprendere il controllo di due giugulari del traffico energetico e commerciale est-ovest: lo stretto di Hormuz e lo stretto di Bab el-Mandeb.
Questo significa che molto semplicemente gli Stati Uniti non possono rinunciare al tentativo di rimuovere la pedina iraniana dalla scacchiera regionale. I tentativi si susseguiranno, in base alle opportunità offerte dalla situazione locale ed internazionale, ed in base alle disponibilità operative statunitensi. Il conflitto è strategico per entrambe le parti, e pertanto non terminerà sinché una delle due non verrà sconfitta in via definitiva. Il che, ovviamente, non significa la stessa cosa per l'una e per l'altra. Per Washington significa spazzare via la Repubblica Islamica, per Teheran significa spezzare la determinazione americana a perseguirne la distruzione.
A complicare le cose, dal punto di vista degli Stati Uniti, c'è la situazione mediorientale attuale. Come si vede proprio in questa crisi, la gran parte dei paesi arabi filo-occidentali, che pure per molte ragioni non amano l'Iran, sono decisamente contrari ad una guerra per eliminarlo, temendo di esserne travolti. A sua volta, Israele ha abbandonato l'idea di cercare un appeasement con questi paesi, e punta decisamente a porsi come potenza regionale attraverso la forza. La "nuova Sparta" di cui farnetica Netanyahu è precisamente questo. Un paese in guerra permanente, con una economia che si converte alla produzione bellica, e che recluta 'forza lavoro etnica' (i drusi in Siria, domani magari drusi e cristiani in Libano, egiziani dal Sinai, palestinesi 'domati'...) in un'area indeterminata e mutevole alla periferia dello stato ebraico, in cui i confini nazionali - che del resto non sono definiti giuridicamente - diventano elastici, espandendosi e contraendosi alla bisogna. Una proiezione extra-limes che serva ad un tempo da deterrenza, da controllo delle risorse e da acquisizione di profondità strategica.
Questo disegno israeliano, peraltro estremamente esplicito, è però un fattore di preoccupazione per tutti i paesi della regione, anche quelli amici di Washington. Turchia ed Arabia Saudita in primis, non vedono di buon occhio l'idea di una regione dominata da Israele, in cui non sarebbero più partner ma soggiogati, o quanto meno sotto costante minaccia militare. Portare a casa il risultato strategico, quindi, è una operazione estremamente complicata, per Washington. Non solo perché l'Iran è un osso duro, che oltretutto Russia e Cina non sono disposte a lasciare cadere con facilità, ma perché il contesto regionale è troppo articolato e complesso per accettare una 'soluzione' che veda un predominio israeliano. D'altro canto, Tel Aviv ha ormai imboccato una strada senza ritorno di radicalizzazione e militarizzazione, che la pone oggettivamente in rotta di collisione con tutti i paesi dell'area. Tenere insieme i pezzi di questa contraddizione, ed al tempo stesso portare a compimento l'obiettivo strategico su delineato, appare quindi come un'impresa a dir poco assai ardua, tanto più per gli Stati Uniti di questo secondo quarto di secolo, che si mostrano sempre più incapaci di una gestione 'conciliatoria' delle aree periferiche dell'impero.
E come sempre, il tempo lavora contro. L'Iran deve solo resistere più a lungo. Gli Stati Uniti e Israele devono fare in fretta, perché più il tempo passa più si chiudono le finestre di opportunità - in senso ampio, strategico. Entrambe questi paesi vivono oggi una sorta di ubriacatura di violenza. Storditi dai propri successi tattici, che oltretutto vengono percepiti come ancor più rilevanti di quanto siano in realtà, perdono di vista le prospettive strategiche, e si convincono di poter davvero conseguire "la pace attraverso la forza". Quando questa forza è agli sgoccioli. Sparta ebbe la sua stagione di egemonia non per la forza delle sue armi, ma per la determinazione che scaturiva da una società coesa e ferrea nella sua volontà di potenza. Israele e Stati Uniti sono società stanche, malate, impaurite, in cui di quella volontà non rimane che un barlume disperato. La fine, sarà comunque spaventosa.
