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Fine della civiltà

di Luca Leonello Rimbotti - 14/01/2026

Fine della civiltà

Fonte: Italicum

La crisi della civiltà entro il nostro ciclo storico è un fenomeno in atto da oltre un secolo e mezzo. In pratica, essa data in simultanea con l’apogeo dell’imperialismo occidentale e con la serie delle scoperte scientifiche della seconda rivoluzione industriale. È accaduto che l’acme, trasportando nel proprio ventre i germi dissolutivi di una necrosi irrisolvibile, ha coinciso con l’emergere degli agenti patogeni, mano a mano crescenti nell’affermarsi definitivo, su scala planetaria, del modello socio-economico atlantico/occidentale. La mancata gestione della tecnica in base ai bisogni dei popoli, l’arrendevolezza dei poteri politici nei confronti di quelli economico-finanziari, e infine il dilagare, senza più opposizione alcuna, dei principî cosmopoliti, gestiti al di fuori degli Stati, da agenzie mondiali prive di controllo, tutto questo ha portato alla crisi del modello di civiltà quale l’Europa ancora conosceva alla fine dell’Ottocento, allorquando il sistema degli Stati nazionali giunse a definitiva maturazione.
La lotta, allora, raggiunse un altro piano e, dietro lo schermo della competizione fra Stati – ciò che condusse alla Prima guerra mondiale – l’ideologia progressista sovranazionale, crescendo a dismisura dentro il corpo molle delle “democrazie” euro-americane, ne fuoriuscì alla fine in qualità di potere assoluto. Ciò che si verifica oggi, il tracollo finale dello Stato nazionale e il suo infeudamento a poteri internazionali dittatoriali, non è che il risultato postumo delle due guerre mondiali e dello sviluppo conclusivo delle loro nefaste conseguenze. La duplice vittoria della “democrazia” borghese di tipo angloamericano, ha comportato, alla fine, dopo un ulteriore travaglio di poco meno di un altro secolo, all’attuale avvento terminale dell’ideocrazia cosmopolita.
È precisamente questo potere mondiale che ha prima scatenato, poi gestito e finalmente imposto la lotta allo Stato nazionale legato all’identità biostorica dei popoli, pervenendo ad una situazione di egemonia da parte di istituzioni private, agenzie mondiali, centri decisionali snazionalizzati, che dettano le agende politiche al di sopra dei governi e dei popoli.
Questo tipo di crisi viene da lontano, da molto lontano.
In esso noi riconosciamo la debilitazione della volontà e l’intorpidirsi del decisionismo, che sono tipiche minorazioni di quelle civiltà che sono giunte al capolinea come organismi sfibrati, ormai inconsciamente desiderosi di morte.
È evidente che un certo, utile raffronto è possibile farlo – ed è stato fatto - col caso macrostorico dell’Impero romano antico e della sua rovina, ad esempio nel dato evidente per cui un potere centrale indebolito e, per mille ragioni, deprivato di carìsma, viene alla fine di un lungo processo rovesciato dalla prolungata infiltrazione di popolazioni e masse esogene, lentamente ma costantemente dedite all’erosione di istituzioni e poteri politici periferici, ma anche centralizzati come l’esercito, ciò che allora produsse il finale scollamento del sistema. Ma, ugualmente, è possibile richiamare il caso del tardo Impero di Roma anche come esemplare per il verificarsi di un intervento, per così dire, endogeno, all’origine dell’indebolimento cui accennavamo: una forza – anch’essa di provenienza allogena, ma ormai stabilizzatasi, diremmo meglio: incistatasi, come elemento di debilitazione interiore - che scardina per gradi le antiche certezze, su cui avevano sin lì poggiato il potere e la società, introducendo nuove prospettive. 
Da un lato, dunque, le cosiddette “invasioni barbariche”, dall’altro lato il contemporaneo prodursi dell’egemonia cristiana ai vertici della decisione: ed ecco spiegata la rovina dell’antico potere e l’avvento del nuovo. La fine di una tradizione e l’inizio – etimologicamente – di una sovversione: sub-vertere, scardinare dalle fondamenta.
Ma noi sappiamo queste cose per lo meno dai tempi del vecchio Gibbon, che per l’appunto con tali argomenti spiegò la rovina del mondo antico. Qualcosa che i classici della storiografia non hanno fatto che confermare. Ad esempio, il Mazzarino. Il quale si rifece al greco Polibio, osservatore precoce (secondo secolo a.C.) dei deragliamenti causati dall’avvento delle masse pilotate da oligarchie popolate da «accumulatori di ricchezze» e da soggetti «ambiziosi di magistrature». La geniale profezia di Polibio, circa la futura caduta di Roma, data come “necessaria” in presenza di quelle concause, indicava nella oclocrazia demagogica la centrale della corrosione. Le sette “democratiche” dedite alla seduzione e all’adulazione della massa venivano indicate come i poteri – o meglio: i contro-poteri – in grado di condurre all’abbattimento della Roma tradizionale. Ma Polibio gettava anche lo sguardo più lontano, studiava i movimenti delle popolazioni orientali, ne riconobbe il ruolo di elemento di destabilizzazione dei confini e dell’identità: «Su tutte le cose impende rovina e cambiamento … Ci sono, infatti, moltitudini non poche di nomadi … corriamo pericolo di fronte all’irrompere di essi: se dovremo sostenerne l’impeto, il paese sarà, senza dubbio alcuno, barbarizzato».
In pratica, si tratta della fotografia della nostra società mondialista, scattata verso il 120 avanti Cristo, addirittura un secolo prima della fondazione dell’Impero di Augusto.
Davanti a questi antecedenti, la tardiva prognosi lanciata con tanto successo nel 1918 da Spengler circa l’imminente tramonto dell’Occidente ci appare come l’ultima denuncia ancora possibile, proclamata coi piedi già sull’orlo del baratro. Infatti, dopo la sanguinosa liquidazione dei fascismi, i quali contavano di invertire il corso della storia e di distruggere il seme intellettuale della corrosione, il procedimento è andato avanti in maniera accelerata e sicura, ormai, di non patire più impedimenti sostanziali, ma solo, qua e là, qualche trascurabile ritardo organizzativo.
La presente situazione della civiltà europea – poiché di questa soltanto vorremmo parlare – è tuttavia molte volte peggiore di quella del tardo Impero antico. Basta pensare che nessuna nazione romano-germanica, nessuno Stato etnico “barbarico”, del tipo di quelli che raccolsero l’eredità di Roma, e la sua idea di sacralità imperiale, nessun potere intimamente europeo con qualche volontà di rinsaldamento dei valori costituzionali della tradizione è alle viste, ma sta per imporsi definitivamente proprio la sua radicale e violenta negazione: lo Stato mondiale nichilista indifferenziato, guidato con piglio autoritario da manipolatori oligarchici privi di radicamento nazionale e popolare ma, anzi, rigidamente ostili ad ogni connotazione identitaria.
L’impoverimento culturale, occorso in virtù della deleteria e interminabile egemonia dell’intellettualità progressista, ha preparato il terreno allo sfaldamento politico identitario. Il “gramscismo” come affossamento di un certo tipo di civiltà, abbandonata ad ogni involuzione liberale: materialista, tecnocratica, scientista, individualista. Questo impoverimento, che ha svuotato i popoli delle loro culture, è stato la materia corrosiva con cui si è formata la società liberale nel suo attuale ultimo stadio, che è già comatoso. 
Ciò che – per fare un esempio – Elémire Zolla, non meno di sessant’anni fa, andava dicendo circa l’eclisse dell’intellettuale, è oggi di piena attualità. La mercificazione dell’intellettuale la si è ottenuta con costante facilità, operando un’umiliante livellamento verso il basso della stessa categoria di individuo come uomo libero pensante: l’eclisse dell’intellettuale è l’eclisse stessa della società, così come l’intellettuale progressista l’aveva voluta, trascinandola nel fango di un nichilismo plebeo e privo di talenti. Così, finalmente, la società malata, dopo decenni di un simile trattamento, è diventata la società morente nella quale viviamo. Si è trattato di una ben congegnata congiura. Quando Ruskin, agli albori della crisi occidentale, diceva che il male della società era la pochezza estetica e la povertà immaginale, metteva il dito sul punto dolente di un’anima sociale distrutta dal trattamento subito: la setta mondialista intellettuale non ha lavorato per nulla, e la guerra da essa dichiarata per tempo alla bellezza, unitamente alla contemporanea glorificazione del brutto, hanno aperto il varco a tutto il resto. La distruzione della cultura – l’alta cultura così come la cultura popolare – ha comportato, come primo e immediato contraccolpo, la vittoria di Usura. 
Il labirinto d’inganni in cui è stato racchiuso il popolo – il popolo europeo – ha visto al suo centro l’enfiagione dell’ideologia bancaria e il predominio politico della sua applicazione sulla realtà. 
Proprio Zolla individuò assai bene il nesso fatale, il collegamento malvagio che ha comportato l’apertura del vaso di Pandora, da cui è fuoriuscito l’intero universo delle nefandezze liberali: «il rapporto tra la sanità sociale e la fioritura del gusto» era stato distrutto, rendendo vincente il rapporto tra industrialismo e speculazione privata politicamente egemone. Ruskin e Pound osservarono il fenomeno col medesimo sguardo, e videro l’origine del male epocale nel tradimento dell’idea di lavoro lineare (quale era esistita nella società tradizionale dei mestieri, delle arti e delle corporazioni, la società organica dei ranghi sociali) e nell’avvento della massificazione universale sotto la dominazione del produttivismo industriale a guida bancaria.
È stata la vittoria del ricco idiota ma astuto sull’uomo del popolo isolato e disarmato.
La penetrazione dell’Occidente in tutte le plaghe del pianeta ha significato la vittoria manifesta del suo modello progressista: non esiste più, al mondo, un modello alternativo a quello occidentale, il suo individualismo produttivista e acquisitivo l’ha avuta vinta dappertutto. L’Europa, nella gara tra algoritmi mondiali che senza posa creano spaccature sociali, ha avuto la parte della perdente, rimasta al nanismo politico cui era stata condannata nel lontano 1945. 
Come già rilevava un Guénon nella sua analisi della crisi del mondo moderno, il nòcciolo della questione ruotava attorno ad un unico dato, la riduzione di tutti i parametri all’individualismo, ciò che ha significato, scriveva, «la negazione di ogni principio superiore» e la riduzione della civiltà «ai suoi soli elementi puramente umani». E, aggiungiamo noi, e non di rado, anche francamente sub-umani, e sovente disumani.
La rivolta contro il progresso progressista, nel nome di un progresso misurato sui valori del popolo e sulla sacralizzazione della volontà superiore della sua aristocrazia, ha in passato avuto i suoi momenti di gloria. Oggi non sapremmo andare molto oltre la constatazione che – come affermava Huizinga nel suo celebre libro sulla crisi della civiltà, risalente a più di novant’anni fa, 1935 – il primo scossone che ha destabilizzato la certezza umana del suo contatto con la mano che lavora e con l’intelligenza di ciò che fa, dipese sostanzialmente dalla rivoluzione francese – la girondina, liberale e cosmopolita, più che la giacobina, nazionalizzatrice e populista – allorché si poté dire che il “primo Stato d’Europa” per forza politica venne «rovinato dalla demenza dei filosofi e dal furore della plebaglia». Come noto, quella nazione poté rialzarsi nel breve volgere di qualche anno solo grazie al rovesciamento radicale di tutti i presupposti illuministici, in virtù dell’affermarsi di valori nazionali, imperiali e militari.
Del resto, il trapasso da un’èra all’altra, come ben sapeva lo Huizinga storico dell’autunno del Medioevo, comporta sempre l’idea di un passaggio, e questa sottintende di per sé una fine, ma anche un reinizio. Ciò che rende perplessi è oggi l’immaginarsi un ingresso nella nuova società dell’intelligenza artificiale e del comando anonimo. Nelle sue meditazioni sull’Europa del 1949, Ortega y Gasset poteva ancora dare la colpa dell’allora recente catastrofe europea all’esasperazione dei nazionalismi. Ma non si accorse che ai nazionalismi avevano tenuto dietro immediatamente gli imperialismi planetari e la lotta tra i continenti? Di fronte ad essi la nostra Europa era ed è impreparata, proprio perché costretta con la forza e l’intimidazione a rinunciare alla politica e al culto nazionale propri.
La crisi della civiltà è oggi argomento per saggisti di qualche successo, a cominciare dal Todd della sconfitta dell’Occidente. Per la verità, l’Occidente inteso come spazio angloamericano ancora infuria al di sopra di ogni crisi, ed ancora infetta i quattro continenti con la sua incontinenza di potere. L’Occidente inteso come Europa è invece già molto oltre la propria crisi che, come abbiamo accennato, vanta una presa di coscienza che data da ben oltre il secolo. Noi oggi passiamo a interrogarci non sulla crisi, ma sulla morte dell’Europa. Proprio morte fisica, non politica, ma fisiologica, organica: la deculturazione progressista e l’egemonia del suo necrotico catalogo ideologico, dopo la paralisi del pensiero mitico e poetante, dopo l’annientamento della volontà di vita, stanno infine producendo l’isterilimento dell’utero europeo, la denatalità cronica, la fine antropologica della civiltà, l’estinzione fisica della nostra civiltà.