Il puzzle siriano
di Enrico Tomaselli - 19/01/2026

Fonte: Giubbe rosse
L'offensiva siriana ad est dell'Eufrate, che sta liquidando la questione curda, se da un lato chiude - almeno per lungo tempo - la prospettiva autonomista delle popolazioni curde, dall'altra ne apre di ulteriori. Innanzi tutto, il fatto che il via libera all'operazione sia stato dato dagli Stati Uniti (Al Jolani ha concordato i termini con l'inviato di Trump Tom Barrack) segnala non solo il prevedibile abbandono statunitense dei suoi proxy, ma anche il riallineamento USA rispetto alla Turchia di Erdogan. È infatti abbastanza evidente che questa soluzione risulta assai gradita ad Ankara, sia per quanto riguarda la liquidazione di una entità curda separata, sia per il rafforzamento dell'unità territoriale siriana. Meno contento sarà Israele, che ha sempre puntato sulla balcanizzazione del territorio siriano, ed a cui infatti si sono rivolti alcuni leader curdi per chiedere aiuto. Ma, vista la posizione statunitense, è presumibile che anche Tel Aviv si limiterà a dichiarazioni di sostegno, ma senza offrire alcun aiuto concreto.
Ora le questioni aperte rimangono tre. La più spinosa, almeno per il governo siriano, è quella dell'ISIS, che ha ripreso ad operare nelle zone desertiche dell'est e non solo, riaffacciandosi anche più a nord. La posizione ufficiale di Damasco è di contrasto alla formazione jihadista, ma a parte i noti trascorsi di Al Jolani, resta il fatto che molte delle formazioni confluite (più o meno) nell'esercito siriano sono a tutti gli effetti composte da elementi molto vicini ideologicamente ai gruppi dell'islamismo radicale, come appunto l'ISIS ed Al Qaeda. E si è già visto a Raqqa, appena sgomberata dalle SDF, dove i miliziani hanno liberato centinaia di prigionieri appartenenti all'ISIS. Tra l'altro, mentre nell'accordo (di capitolazione) offerto alle SDF si chiede l'espulsione dei militanti del PKK turco, le forze di Al Jolani sono ancora piene di miliziani provenienti dai più disparati paesi… Stante il quadro generale, è presumibile che il gruppo jihadista continuerà ad operare, contando su complicità più o meno evidenti anche nelle forze armate siriane.
Altra questione non meno complessa, è quella dell'occupazione israeliana del sud-est siriano, e della conseguente spinta all'autonomismo delle tribù druse. Chiaramente Damasco non ha né la forza militare né quella politica, per provare a liberare quella porzione di territorio. Su questo fronte, è evidente che il sostegno statunitense si ferma, mentre è prevedibile che la pressione turca affinché venga ripristinata la piena sovranità continuerà ad essere esercitata. La Siria, infatti, è lo spazio su cui maggiormente si esercita la frizione tra Ankara e Tel Aviv, che è destinata a perdurare. Realisticamente, il massimo cui i siriani possano aspirare, almeno sul breve termine, è una qualche forma di accordo con Israele, in base al quale tutta l'area meridionale drusa, dal Golan alle porte di Damasco, diventa di fatto una sorta di area cuscinetto demilitarizzata. Un compromesso che in fondo starebbe bene anche ad Israele, che potrebbe liberare forze da impegnare altrove.
Terza questione, quella delle minoranze alawite della costa occidentale. Non ci vuole molto a prevedere che, chiusa la questione curda, l'attenzione dei 'jihadisti buoni' tornerà a focalizzarsi su di loro - cui, tra l'altro, gli uomini di Al Jolani rimproverano di essere stati largamente pro-Assad. Data la collocazione geografica di queste popolazioni, che coincide con quella delle basi russe in Siria, una destabilizzazione dell'area creerebbe non pochi problemi a Mosca - e quindi, presumibilmente, non sarebbe poi troppo ostacolata da Washington. D'altra parte, i rapporti russo-siriani, e la necessità di preservare la presenza nel paese, renderebbero impossibile una difesa attiva degli alawiti. Il che rende possibile una ripresa dei pogrom già visti nel recente passato.
Ovviamente, il fragile governo jihadista, la cui sopravvivenza è legata ad innumerevoli fattori, nessuno dei quali è però relativo ad una sua forza e legittimità indiscussa, si trova nella condizione quasi obbligata di affermare la propria autorità proprio attraverso l'unico mezzo alla sua portata, e - come abbiamo visto - nell'unica direzione in cui può esercitarla. Il puzzle siriano, insomma, è ancora assai lontano da una qualsiasi stabilizzazione. E del resto, essendo un prodotto della strategia del caos, non potrebbe essere diversamente.
