Tra tuttologi ed esperti di tutto senza sapere quasi nulla? Perchè dimentichi della massima di Mark Twain: è meglio tacere e dare l’impressione di essere cretini che aprire bocca e togliere ogni dubbio, viviamo più che mai nel regno di Bouvard e Pécuchet, i due antieroi dell’omonimo romanzo di Gustave Flaubert.
Da giovane mi meravigliavo dell’umana supponenza, dell’incrollabile convinzione di sapere tutto o quasi, della tenace volontà di dire la propria su qualsiasi argomento, specialmente su ciò di cui non si sa nulla. Critico della democrazia quantitativa ( il ridicolo senno dei più) attribuivo ai tempi il chiacchiericcio ignorante che osservavo, alla mania della discussione vana, interminabile e mai seguita dalla decisione; Donoso Cortés già nell’Ottocento chiamava clasa discutidora la nascente borghesia. Sbagliavo: si tratta di una caratteristica umana permanente; i tempi la enfatizzano e oggi, nel trionfo delle reti sociali, dei commenti postati in rete e dei giudizi lapidari su cose, situazioni e persone di cui si ignora tutto, la prevalenza del Cretino Onnisciente con master in Dietrologia si è fatta soffocante. Vince lo sciocco universale, convinto di saperla lunga su tutto. Negli ultimi tempi assistiamo alla moltiplicazione degli esperti di geopolitica, dopo aver sopportato per un triennio fiumi di parole vane da legioni di autonominati virologi, conoscitori dei vaccini e risolutori di pandemie. L’icona di fine Novecento fu il ragionier Fantozzi di Paolo Villaggio, che, per imitare i ricchi, sperimentava l’ebbrezza della navigazione a vela, bloccato inesorabilmente dall’ordine incomprensibile del capitano: Fantozzi, cazzi la randa! Strologhiamo su tutto senza soluzione e senza mai fare silenzio, dimentichi della massima di Mark Twain: è meglio tacere e dare l’impressione di essere cretini che aprire bocca e togliere ogni dubbio. Viviamo più che mai nel regno di Bouvard e Pécuchet, i due antieroi dell’omonimo romanzo. La malattia della curiosità erratica, la fascinazione morbosa per ciò che ci è ignoto, oggi amplificata dalla tecnologia informatica, era stata denunciata più di un secolo fa in maniera sublime da Gustave Flaubert . Oggi si è diffusa a livello di massa. Siamo una generazione di tuttologi e, nell’era senza Dio, di Padreterni con pollice alzato o abbassato, simulacri del giudizio universale. Esperti di tutto senza sapere quasi nulla: non umili dilettanti alla ricerca, ma specialisti con laurea su Wikipedia. Per il tramite dei social media le panzane più strampalate vengono accolte come le lezioni magistrali dei saggi d’antan. L’ignorante globale è diventato una spocchiosa autorità. Bouvard e Pécuchet, in fondo, erano più umili. I due parigini di mezza età erano semplici copisti; vivevano di luce riflessa, della sapienza altrui che mettevano in bella scrittura per mestiere. Modesti impiegati d’ordine come gli odierni operatori informatici occupati a caricare dati, convinti di poter eccellere in qualsiasi campo si fossero cimentati, i due si ritirano nella campagna normanna forti di un’eredità e iniziano le più svariate attività. Dall’ agraria alla medicina, dalla chimica all’ astronomia, geologia, arte, ginnastica, religione, archeologia, antropologia, estetica, filosofia, porcellana, storia o politica, le provano tutte fallendo miseramente in ogni impresa per manifesta incapacità. Preso atto degli insuccessi, tornano al vecchio mestiere. Almeno così voleva Flaubert, che morì a soli cinquantotto anni prima di terminare il romanzo, lasciando però gli appunti per dargli un finale. In una lettera osservò che “la stupidità consiste nel voler concludere. Siamo un filo e vogliamo conoscere la trama”. Contro l’idiozia ( la “betise”) il gigante di Madame Bovary e dell’Educazione Sentimentale lottò una vita intera, trasfusa nell’amara ironia del Dizionario dei luoghi comuni, o Catalogo della idee chic. L’affascinante coppia letteraria formata dal pingue Bouvard e dallo smilzo Pécuchet era interessata a mille materie diverse. Oggi, grazie alle piattaforme digitali, milioni di epigoni inconsapevoli ( ah, la betise…) pontificano su ogni tema di fronte agli sfaccendati navigatori della grande rete. Prima si limitavano al mercato, all’osteria e alle conversazioni domestiche. Una dipendenza in più, la curiosità insaziabile unita alla convinzione di essere colti, riflessivi, capaci di rintracciare la verità nel mare magnum di “contenuti” che spesso nulla contengono. Tanta tecnologia informatica per arrivare fin qui. Più immondizia ingoiamo, più ne brama il nostro animo. Ciò che davvero muove il gregge umano, eterno fanciullo, non è la conoscenza ma lo spettacolo più stravagante. E, nell’era della fascinazione per il nuovo, il mai visto né udito. Omne ignotum pro magnifico, fa dire Tacito al generale britanno Calgaco. Tutto ciò che è sconosciuto sembra straordinario. Lungi dall’istruirci seriamente, la cacofonia di notizie, dati, opinioni senza riflessione riempie di incertezza e produce infantile credulità mista o scetticismo furbastro. Umberto Eco sviluppò il tema del caotico sovraccarico informativo nel Pendolo di Foucault, in cui l’eccesso di informazioni produce un cancro sociale che si metastatizza in cancro fisico. In virtù dell’infinito numero di canali informativi incontrollabili, moltiplicati dalla presunzione, si diffonde (“diventa virale”, dicono online) una bizzarra ignoranza iperinformata dagli effetti perniciosi. Disillusi dalla loro scienza superficiale, Bouvard e Pécuchet, dopo aver meditato il suicidio adottano due orfani e tornano alla normalità. Colpiti da bulimia informativa, convinti di sapere molto e di capire tutto, i loro eredi contemporanei non tornano sui loro passi. Bouvard e Pécuchet erano copisti, abituati a non usare mai la propria intelligenza o immaginazione. Potevano al massimo diventare discreti plagiari, come chi oggi scrive articoli e libri con l’ “aiutino”della scatola magica ChatGPT. Milioni di uomini trasformati in plagiari delle macchine. Che meraviglia il progresso tecnologico che chiude la mente mentre apre il motore di ricerca! Il primo passo verso l’ignoranza è presumere di sapere, avvertiva quattro secoli fa Baltasar Graciàn. Il successivo è l’ignoranza soddisfatta del signorino viziato di Ortega y Gasset ne La ribellione delle masse. Nella favola della francese Coline Serreau- che certo ben conosce Bouvard e Pécuchet- due strani personaggi, Tuttosà e Chebestia, dibattono di tutto rivelandosi alla fine le facce della medesima ignoranza, due figure fuse in un’unica persona, il soggetto convinto di sapere, capire, padroneggiare tutto mentre non è che un’inconsapevole pedina manipolata dal potere. E’ la grande, sorprendente differenza con le generazioni precedenti. Consce di non sapere, esortavano allo studio, cercavano maestri veri, serbando una diffidenza di fondo, una sfiducia popolana nei confronti di ciò che usciva dalla bocca dei “signori”. La saggezza di chi aveva subito inganni. Flaubert aveva intenzione di dare un seguito al suo romanzo; tornati copisti, i due amiconi si sarebbero dedicati a un formidabile obiettivo : raccogliere tutto il copiabile, trascrivendo la summa dell’idiozia umana di ogni tempo. Vasto programma lo sciocchezzaio universale, oggi realizzato per via tecnologica. Forse ai tronfi, dilaganti ceti semicolti basterebbe tornare alla saggezza dei nonni. Ofelè, fa ‘l tò mesté, pasticcere, fai il tuo mestiere, non intrigarti in ciò che non ti compete, dicevano a Milano. O se preferite la cultura alta, paludata, sutor ne ultra crepidam, calzolaio, non andare oltre le scarpe, l’aneddoto narrato da Plinio il Vecchio , l’invito del pittore Apellea un ciabattino a giudicare solo le scarpe, non l’intero quadro. Forse il problema è solamente che i Bouvard e i Pécuchet contemporanei ignorano le lingue dei padri, paghi del globish masticato in rete, il latinorum del Duemila. Copisti e copioni: la post cultura della postmodernità.

