Il superamento del capitalismo
di Antonino Galloni - 12/01/2026

Fonte: Italicum
Intervista al Prof. Antonino Galloni, autore del libro, a cura di Luigi Tedeschi
1) La svolta conservatrice del capitalismo avvenuta a fine anni ’70, fu resa possibile dal venir meno della rilevanza assunta dal contropotere dei sindacati e del movimento operaio. La crisi del capitalismo manifestatasi sin dagli anni ’60, esigeva un mutamento strutturale dei rapporti tra capitale e lavoro. Ci si chiede dunque se la sconfitta delle forze della sinistra non sia dovuta ad una sua carenza di progettualità riguardo al superamento del modello capitalista. Alla lotta di classe, non era già da tempo subentrata una economicizzazione del conflitto nel contesto di una dialettica interna al capitalismo stesso? Le rivendicazioni dei lavoratori ed il welfare erano infatti compatibili con il modello keynesiano, che prevedeva meccanismi di redistribuzione del reddito. Essi erano però estranei al capitalismo neoliberista, il cui avvento comportò la sconfitta dei sindacati e dei movimenti di emancipazione delle classi subalterne.
Il punto cruciale del problema è dato dal punto debole del capitalismo misto o keynesiano o espansivo: l'incremento di investimenti richiesti dall'economia reale supera quello dei profitti. Un certo Carlo Marx - nel III libro del capitale - aveva già sostenuto una tesi del genere (la cosiddetta caduta tendenziale del saggio di profitto), prevedendo uno sviluppo del capitalismo finanziario e la fine del capitalismo stesso; un "liberal" John Kenneth Galbraith aveva sposato la stessa tesi promuovendo un intervento sempre più esclusivo dello Stato nelle industrie; però, finchè i tassi di interesse sulle obbligazioni si tennero bassi - prima della metà degli anni '70 - le redini le avevano in mano i sindacati ed i managers, non i proprietari o capitalisti; tutto cambiò successivamente con gli elevati tassi d'interesse reali (depurati dall'inflazione) perché i proprietari poterono cominciare a dire ai managers e ai sindacati che si doveva investire di più nella finanza e di meno nell'economia reale. Per rendere quest'ultima più profittevole occorreva investire di meno, assumere di meno, ridurre i salari ed il potere dei lavoratori. Ma occorreva, altresì, che lo Stato non potesse più investire; quindi si intervenne sulla moneta (che non doveva più essere sovrana costringendo lo Stato stesso a indebitarsi come qualsiasi disgraziato); sindacati e movimenti operai caddero nella trappola di demonizzare la spesa pubblica e le forze politiche che avevano generosamente investito in precedenza.
2) Il fenomeno dei BRICS è sorto in concomitanza con la crisi dell’Occidente. Non sembra tuttavia che i BRICS siano un modello unitario, ma un gruppo unificato da un comune nemico: gli USA. Alla globalizzazione planetaria ormai al tramonto non potrebbe subentrare una molteplicità di capitalismi su base continentale anziché globale? Ma il sistema capitalista potrebbe rivelarsi inconciliabile con la società e lo sviluppo dei paesi emergenti del sud del mondo. Il globalismo capitalista ha prodotto ovunque diseguaglianze e fratture interne negli equilibri sociali. All’occidentalismo liberista delle classi dominanti fa riscontro la rivendicazione dei valori tradizionali e solidali delle classi subalterne. Non potrebbe sorgere dunque una conflittualità di classe su scala mondiale, scaturita dalla crisi del capitalismo ormai irreversibile, che implicherebbe la creazione di nuove forme di organizzazione sociale ancora tutte da inventare?
La cifra dei BRICS - se così si può dire - consiste nel fare meglio e non peggio il capitalismo di quanto avessero dimostrato le forze colonialiste e filostatunitensi; già Kissinger, per sconfiggere la classe operaia americana, britannica ed europea, aveva architettato un intervento commerciale della Cina (poi seguita anche da altri, ovviamente) basato su costi del lavoro insostenibili in occidente; ma anche i BRICS si fermeranno quando il rendimento nelle attività di produzione dei beni materiali languirà come da decenni accade in Occidente.
3) Il capitalismo sembra giunto alla sua fase di esaurimento, con l’inverarsi della previsione marxiana secondo cui «una formazione sociale non perisce finchè non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dar corso». La finanziarizzazione dell’economia si rese infatti necessaria per far fronte al declino progressivo del tasso di profitto nel capitalismo industriale. Attualmente il sistema capitalista si alimenta di profitti derivanti da regimi monopolisti, che hanno determinato la scomparsa della stessa economia di mercato, da cui il capitalismo trasse origine e si sviluppò. Le Big Pharma, quali azioniste dell’OMS, realizzano immensi profitti in virtù della loro influenza sulle scelte politiche degli stati nel campo della ricerca e della sanità, le Big Tech detengono il monopolio della innovazione tecnologica, i giganti dell’ e – commerce dominano il commercio mondiale, i fondi di investimento, quali detentori del risparmio mondiale, hanno monopolizzato i mercati finanziari. Il profitto, quale remunerazione del rischio, non si è dunque tramutato in rendita parassitaria? Non sono quindi venuti meno i principi ideologici della società e dell’economia liberale, con l’avvento di un post – capitalismo dominato da una oligarchia finanziaria, definito efficacemente da Varoufakis “capitalismo feudale”?
Certamente, ma il capitalismo non può alimentare la crescita delle produzioni immateriali senza immettere la moneta non a debito degli Stati che è osteggiata dai poteri finanziari e bancari che ne perderebbero l'esclusiva: essi la creano a costo zero, ma poi la rivendono agli operatori, alle famiglie, agli Stati stessi; finchè non si rompe tale catena non può esserci liberazione; e, allora, fino a quel momento, la gente sarà sempre più asservita dalla necessità di procurarsi un reddito; ma l'aumento dello sfruttamento non determinerà più un'adeguatezza dell'offerta se non nell'ambito - sempre più ridotto - della produzione dei beni materiali. Il sistema è comunque destinato ad implodere, ma con liberazione delle forze produttive oppure con coinvolgimento delle masse popolari nella caduta generale.
4) Vanno affermandosi nel mondo le valute digitali. L’adozione delle criptovalute come moneta per gli scambi internazionali è stata finora deludente. La valuta digitale non garantita da riserve, si è rivelata, come da lei affermato, uno strumento di speculazione finanziaria. Trump ha annunciato il lancio dello stable coin, una criptovaluta ancorata al dollaro e garantita dai titoli del Tesoro americano, creata al fine di far fronte alla crisi del dollaro quale valuta di riserva e all’insostenibile crescita del debito pubblico statunitense. Le strategie trumpiane sono comunque interne alla economia finanziaria dominante. Tuttavia, l’emissione diretta da parte di uno stato di una moneta a corso legale non a debito e munita di una garanzia sottostante (debito pubblico, riserve auree, o altro), non costituirebbe una svolta decisiva per una integrale riforma del sistema monetario? Tale riforma non comporterebbe la fine della moneta bancaria a debito e del ruolo esclusivo delle banche centrali nella emissione monetaria, con la parallela riaffermazione della sovranità politica degli stati?
Trump è stato molto furbo ad ancorar una stable coin all'elemento più pericoloso ed instabile che Egli deve governare, vale a dire il debito pubblico americano: questo allungherà i tempi dell'agonia. L'alternativa sembrano valute stabili ancorate all'oro, all'argento e ad altre valute; ma il meccanismo di funzionamento del sistema non è stabile; si può cercare di governare l'offerta e la domanda di risorse materiali; non quelle immateriali che non hanno una struttura dei costi compatibile con gli attuali meccanismi di mercato e nemmeno dello Stato (beninteso finchè i privati manterranno l'esclusiva della immissione di moneta).
5) Nei popoli dell’Occidente è assente la coscienza di questa crisi epocale del sistema capitalista. Non è possibile prefigurare nella psicologia collettiva un mondo diverso da quello attuale. Il modello americanocentrico ha generato una omologazione culturale che sembra oggi impossibile rimuovere. E’ dunque ipotizzabile che l’americanismo sopravviva alla fine del capitalismo e degli USA stessi? Riguardo alla genesi del capitalismo, Gian Matteo Corrias, in una intervista pubblicata da Italicum, col definire la “accumulazione originaria” di Marx un “simulacro del peccato originale”, ha affermato: «L’intuizione originaria è anzi, in un certo senso, di matrice schiettamente metafisica, e coincide con l’individuazione del principio del problema in quella “radix omnium malorum” che è l’avaritia (ossia l’“avidità”, la “cupidigia”) di cui parlano Paolo nella prima lettera a Timoteo, Agostino del De libero arbitrio e da ultimo Dante, che la emblematizza nella celebre lupa del primo canto dell’Inferno, la quale “non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide”». Certamente la cupidigia è un elemento insopprimibile della natura umana, ma nel mondo capitalista è assente il katechon, il necessario freno alla illimitata avidità individuale. Occorre quindi una rivoluzione culturale, affinché i valori comunitari solidali prevalgano sull’egoismo individualista, per sua natura conflittuale. Quali sono secondo lei le principali direttive da seguire per un riorientamento delle coscienze dei popoli per la loro emancipazione dall’economicismo capitalista, paradigma di un sistema in crisi, ma che potrebbe sopravvivere a se stesso?
Occorre ribadire che gli esseri umani abbisognano di un certo soddisfacimento dei bisogni materiali (qui c'entrano la coscienza, la consapevolezza, la religione e i buon senso); dopodiché avanzano i bisogni immateriali, spirituali e non solo, dove la dotazione innata a ciascuno di noi prevale sulla possibilità di acquisirne grazie al controllo delle ricchezze; intelligenza, senso artistico, creatività, grazia, amore presentano dei succedanei che si possono comperare; ma, fondamentalmente, è solo la piena liberazione delle forze innate (e variamente distribuite) che può portare ad un equilibrio degno della piena realizzazione della persona umana.
