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Il vaso di Pandora della Penisola arabica

di Filippo Bovo - 20/09/2026

Il vaso di Pandora della Penisola arabica

Fonte: Filippo Bovo

Quella in corso nella Penisola Arabica meridionale è ben più di una sola e semplice guerra civile tra due governi incompatibili tra loro, il Consiglio Politico Supremo di Sana'a (Ansar Allah ed alleati interni) e il Consiglio Presidenziale di Guida di Aden (sostenuto da Riyad). Il coinvolgimento in forma diretta dell'Arabia Saudita, infatti, lo rende molto più di un semplice conflitto interno, e a darne ulteriore riprova lo sottolinea l'entità dei danni che sin qui, anche passando sopra lo stesso governo di Aden, Ansar Allah e Arabia Saudita si sono tra di loro inferti. Ogni parte tende a dar risalto ai propri risultati e ai danni subiti, facendone motivo di nuove rappresaglie; ma, uscendo dalla sfera mediatica, la conta delle incursioni aeree dà l'idea che l'Arabia Saudita cerchi progressivamente di ridurle, tentando nel frattempo di riproporre una linea negoziale per la verità ricercata sin dai primi giorni.
Il 3 luglio, dopo un bombardamento dell'aeroporto di Sana'a da parte di aerei sauditi e del Consiglio Presidenziale di Guida, s'è rotto l'accordo che, precariamente, dall'aprile 2022, aveva riportato una certa pace nel paese dilaniato da anni di guerra. Mediato dalle Nazioni Unite, quell'accordo aveva tracciato un fragile equilibrio tra le due entità governative yemenite (Ansar Allah ed alleati sunniti e laici a Sana'a e CPG, con formazioni laiche, sunnite ed islamiste ad Aden, quest'ultimo secondo il diritto internazionale unico governo riconosciuto dello Yemen). La motivazione saudita e del CPG era di ribadire l'embargo aereo vigente su Sana'a, di fatto riaffermando il diritto: ma si trattava di una mossa miope, poco lungimirante. Non mancavano ragioni di natura umanitaria che impedissero ad aerei iraniani di trasportare una delegazioni yemenite a Teheran perché partecipassero ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei. Ciò ha fatto sì che Ansar Allah, rispondendo ai bombardamenti e agli attacchi da parte del CPG, abbia secondo quest'ultimo e l'Arabia Saudita nuovamente ed ulteriormente infranto l'accordo e il diritto nel suo insieme. Ma, poiché l'Arabia Saudita stava conoscendo un momento piuttosto costruttivo nelle sue relazioni con Teheran, ed aveva tutto l'interesse a garantirsi confini meridionali ed acque nel Mar Rosso tranquille, la sua azione su Sana'a è stata né più e né meno che una mossa autolesionistica.
Non a caso, da lì s'è di nuovo scoperchiato tutto il vaso di Pandora che oggi conosciamo. Gli attacchi alle varie infrastrutture saudite e il blocco della navigazione alle navi legate a Riyad ne sono prova. Chiudere un occhio, consentendo quel volo da e per Teheran che in ogni caso seppur fortunosamente è riuscito, sarebbe stato da parte saudita un atto molto più conveniente e lungimirante, e non solo in un'ottica di preservazione della fragile tregua con Sana'a; ma anche di una più ampia distensione col vicino iraniano, propedeutica a più ampie intese future, oltre che a protrarre il contenimento del rivale emiratino. Quest'ultimo, non a caso, ha approfittato della scoppiata crisi proprio per inserirvisi con un abile sostegno tattico dato da dietro le quinte ad Ansar Allah, così ottenendo pure maggiori spazi diplomatici con Teheran ed uscendo dalla "sacca" in cui si trovava almeno da dicembre scorso, allorché intervenendo su Aden l'Arabia Saudita aveva liquidato le sue milizie nello Yemen, a cominciare dal Consiglio di Transizione del Sud di Aidarus al-Zubaidi.
Perseverare nella linea attuale, per l'Arabia Saudita, è soltanto una scelta suicida. Si tratta di scegliere tra due diverse sconfitte: una di livello fragoroso, con la distruzione di una quota sempre maggiore delle sue infrastrutture non soltanto petrolifere, e conseguenze ad oggi non ancora pienamente quantificabili a livello sia energetico che finanziario; e una di livello più modesto, con un nuovo accordo che, più tardi arriverà, più sarà umiliante e sacrificante per Riyad. Tertium non datur. Se vi è ancora una possibilità di fermarsi, seppur senza il ritorno ad un accordo paragonabile a quello del 2022 ma con maggiori soddisfazioni per Ansar Allah, è concentrata in una finestra temporale che va chiudendosi d'ora in ora. La dinamica di questi ultimi giorni lo sottolinea impietosamente: 26 attacchi aerei sauditi, per un totale di 300 dall'inizio della settimana, che hanno avuto come bilancio ritorsioni sempre maggiori e più distruttive da parte di un rivale, Ansar Allah, capace nel frattempo d'avanzare in ampie aree fino a pochi giorni fa sotto il controllo di Aden. 
A poco serve bombardare Sana'a, oltretutto favorendovi un'azione terroristica dell'ISIS contro il locale governo, se il risultato è quello di ritrovarsi soggetti a più ondate di bombardamenti su Riyad, dove a venir colpiti sono stati l'aeroporto internazionale King Khalid e le basi Prince Sultan e King Salman, nonché Taif, Al Ula, Jizan, Abha, Jeddah, Farasan, Khamis Mushait, Yanbu, Al Kharij, con basi aeree e siti di ARAMCO. Se l'Arabia Saudita ha tutto da perdere, per Ansar Allah è l'opposto, e lotta fino all'estremo in una resistenza che lo vede molto più che vittorioso. Non manca infatti, tra le file di Ansar Allah, chi rivendica apertamente una revisione del Trattato di Taif del 1934, siglato al termine della guerra tra l'Arabia Saudita del Re Abdulaziz al-Saud e il Regni Mutawakkilita dello Yemen dell'Imam Yahya Mohammad Hamid el-Din, dove quest'ultimo fu costretto a rinunciare sulle aree contese di Asir, Jazan e Najran. Più s'andrà avanti e più verranno fuori storie di questo genere, mentre l'Arabia Saudita continuerà solo ad incassare sempre più danni da Ansar Allah, nel frattempo vittorioso anche sul debole e diviso governo meridionale.
Non a caso, tramite l'Oman, Riyad ha recapitato ad Ansar Allah una proposta di tregua di due settimane seguita da negoziati diretti, per discutere dei fabbisogni umanitari e perseguire una soluzione più complessiva. Ansar Allah, però, chiede e sa di poter chiedere di più, ovvero un accordo che elimini il blocco aereo, marittimo e terrestre a Sana'a, oltre al ritiro delle forze politiche, militari e di sicurezza di Riyad. Finché non si ridurranno le distanze tra proposte e richieste, non sarà possibile parlare di una tregua e il conflitto continuerà. Il Principe ereditario, Mohammed bin Salman, MBS, si trova dunque in una trappola già vista coi suoi predecessori, i Principi ereditari Khalid bin Sultan e Mohammed bin Nayef, allorché nel 2009 e nel 2015 varcarono i confini yemeniti. Gli esiti, nel loro caso, non furono dei migliori. MBS oggi, combattuto tra un accordo che sarebbe una ritirata umiliante che ridimensionerebbe il suo prestigio a Riyad e nella Corona saudita, e una guerra che può travolgerlo ancor di più e insieme a lui travolgere anche il Regno dei Saud, non si trova oggi in condizioni tanto migliori. Ancora qualche giorno e qualcosa, a livello diplomatico, darà senz'altro i suoi frutti: onestamente ho già un'idea, ma qui ho scritto già abbastanza.