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Il World Economic Forum a Davos al cospetto di Donald Trump

di Riccardo Paccosi - 19/01/2026

Il World Economic Forum a Davos al cospetto di Donald Trump

Fonte: Riccardo Paccosi

OGGI INIZIA IL FORUM DI DAVOS, CON LA PARTECIPAZIONE DI TRUMP E CON UNA CRISI DEL GLOBALISMO IN CORSO: BREVE ANALISI SULLA STORIA RECENTE DEL WEF E SULLE SUE PROSPETTIVE FUTURE.
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Oggi, 19 gennaio 2026, inizia l’annuale incontro del World Economic Forum a Davos: come sempre, senza che l’opinione pubblica vi presti interesse e, in misura anche maggiore, senza che neppure ne sia a conoscenza. 
Eppure sarà importante comprendere cosa verrà detto, in questi cinque giorni, fra le righe del linguaggio diplomatico. Il primo motivo d’interesse, naturalmente, riguarda la partecipazione diretta di Donald Trump a un’assise della quale, in teoria, egli sarebbe avversario politico. 
Ma procediamo con un breve riassunto dei fatti recenti.
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Il World Economic Forum esiste dal lontano 1971, ma è soprattutto negli ultimi tre decenni che il suo ruolo si accresce e che aumenta la sua capacità di fare sintesi fra i vertici pubblici e privati del capitalismo mondiale tanto da arrivare, negli anni più recenti, a esprimere un vero e proprio potere d’indirizzo politico. 
Come ben sanno coloro che si sono opposti alle politiche dell’emergenza pandemica – e come categoricamente negano coloro che, invece, tali politiche le hanno approvate – con la pandemia del 2020-2021 il World Economic Forum si ritrova a influenzare le decisioni della maggior parte delle nazioni del mondo con l’intento – dichiarato pubblicamente e per iscritto – di gettare in tal modo le fondamenta d’una governance globale permanente.
Gli strumenti con cui il WEF si propone di materializzare tale visione constano dell’acquisito controllo - completo o parziale - di tre istituzioni: OMS, ONU e Commissione Europea.
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Il progetto d’un nuovo mondo ultra-globalizzato - e concepito da Klaus Schwab, Bill Gates e altri esponenti dell’ala “di sinistra” delle èlite sovranazionali - contempla fra le altre cose:
a) il potere politico e globale delle corporation private a discapito degli Stati-nazione, presentando tale prospettiva sotto la dicitura di “governo degli stakeholder”;
b) una ristrutturazione generale del sistema capitalista mondiale e, in particolare, la fine della produzione diffusa e terziarizzata generatasi nella fase post-fordista e l’accentramento del sistema economico intorno a poche e grandi aziende Big Tech;
c) l’estromissione di almeno un terzo dell’umanità dal sistema di produzione e, quindi, dal lavoro;
d) il controllo completo sulla società e sugli esseri umani, con l’obiettivo di limitarne la facoltà di spostamento e d’interazione fisica; in aggiunta a questo, la possibilità di condizionarne coercitivamente pensieri e comportamenti attraverso un sistema di credito sociale; 
e) il controllo centralizzato delle risorse alimentari, con l’intento d’incrementarne la scarsità riducendo drasticamente le dimensioni della produzione agricola e zootecnica.
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Questo scenario in divenire, subisce una prima battuta d’arresto agli inizi del 2022: con la tensione geopolitica innescata dal conflitto NATO-Russia, infatti, è inevitabile che qualsivoglia processo di governance globale debba subire un rallentamento o un arresto.
Ma i problemi, per il WEF, non derivano soltanto dall’incorso caos geopolitico: nel gennaio del 2024, partendo dal britannico Times e proseguendo a cascata su tutti i media mainstream, prende il via una campagna scandalistica volta a denunciare l’enorme giro di prostituzione che allieta le serate di ospiti e delegati del Forum di Davos.
Forse per coincidenza o forse no, quattro mesi dopo il fondatore del WEF Klaus Schwab si dimette dalla carica di Presidente Esecutivo; nell’aprile 2025, infine, arrivano le dimissioni anche dalla carica onoraria di Presidente del Consiglio di Fondazione.
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Col ritorno di Trump alla Casa Bianca – e con il conseguente accrescimento d’influenza da parte dell’ala “di destra” delle èlite sovranazionali, rappresentata dagli uomini della “Paypal Mafia” e di Palantir nonché dai teorici del Dark Enlightenment – la prospettiva del WEF riceve i colpi più duri. 
Il Presidente degli Stati Uniti, infatti, si rende artefice di atti potenzialmente esiziali per il progetto ultra-globalista di Davos:
a) la fuoriuscita degli Stati Uniti dall’OMS e dai progetti del green deal;
b) lo spingere nel baratro dell’irrilevanza geopolitica l’Unione Europea, ovvero quell’istituzione che, negli ultimi anni, ha prodotto deliberazioni e normative facendo sostanzialmente copia-incolla dai documenti del Forum di Davos; 
c) il rendere al momento impossibile qualsiasi tipo di governance globale grazie alla provocazione di conflitti militari in ogni angolo del mondo, col dichiarato intento d’istituire nello scenario internazionale il primato informale della forza su quello formalizzato del diritto.
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Sulla base di quanto emerge dai documenti preparatori, in questo 2026 il Forum di Davos sembrerebbe ridimensionare i propri obiettivi, ovvero i suoi promotori prendono atto della situazione di stallo – e di potenziale scacco – che il progetto globalista si sta trovando ad affrontare.
La parola d’ordine dell’assise che oggi ha inizio, infatti, è “cooperazione”: il Forum intende cioè interrogarsi su quali forme di cooperazione globale siano possibili in un mondo che, almeno per il momento, si sta decisamente de-globalizzando. 
Tradotto dal diplomatichese: gli ultra-globalisti intendono discutere su quale strategia adottare per mantenere sottotraccia - ma non appena possibile rilanciare - il progetto di governo unico mondiale. 
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Sulla base di quanto detto, l’interrogativo che quindi si pone riguarda lo scopo per cui Trump abbia deciso di presenziare al Forum.
L’ipotesi che il Presidente degli Stati Uniti si scomodi ad andare in Svizzera soltanto per aggredire verbalmente il Forum - sulla falsariga di quanto messo in scena dal suo omologo argentino Javier Milei nel 2024 – ritengo sia poco probabile.
Più fondata, invece, mi pare l’ipotesi che Trump utilizzi la risonanza di Davos (risonanza quasi inesistente presso l’opinione pubblica di massa, ma certamente vigente presso le èlite politiche ed economiche) per dividere la platea facendo proseliti intorno alla propria visione nazional-imperialista e alternativa a quella finora promossa dal WEF: dunque, la visione non già di un mondo ultra-globalizzato e retto da un governo mondiale delle corporation, bensì quella di un mondo ancora composto da nazioni, ma tutte quante in vario grado sottomesse al dominio della nazione americana (e delle sue corporation). 
Va da sé che soltanto chi si senta predisposto alla sottomissione può tifare per l’una o per l’altra di queste prospettive, entrambe coniuganti assolutismo politico e liberismo economico.