In mare aperto
di Marcello Veneziani - 18/04/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Sono davvero rari i momenti in cui ti senti fiero di essere italiano e in sintonia con le istituzioni, la politica, i leader. Quello di martedì sera è stato uno di quei rari momenti. Ho condiviso la sobrietà e la determinazione con cui Sergio Mattarella ha difeso Papa Leone XIV e ha criticato senza citarlo Donald Trump. Ho condiviso la fermezza, dopo lunga esitazione, con cui Giorgia Meloni ha definito inaccettabile l’attacco di Trump al Pontefice romano e americano e ha sospeso l’accordo sulla cooperazione militare con Israele. E ho apprezzato l’intervento schietto e diretto di Elly Schlein in difesa dell’Italia e del suo governo, facendo valere sulle divisioni politica la comune appartenenza italiana; ha mostrato un senso delle istituzioni e della cittadinanza nazionale che non avevo finora sospettato. È stato bello, quasi toccante quel comune senso dell’Italia e per un momento non ho voluto pensare né al prima né al dopo, ovvero non ho voluto pensare ai comportamenti e alle dichiarazioni precedenti e alle successive posizioni che inevitabilmente scaturiranno nel travaglio politico. Intanto fa piacere vedere un paese unito quando viene attaccato, solidale nel rispetto verso il Papa, ma pronto a difendere la dignità italiana dall’oltraggio di un Prepotente Planetario, privo ormai di lucidità, che crede di essere padrone al centro dell’universo. Sul piano del consenso, credo che questa posizione gioverà alla Meloni ma anche alla Schlein e allo stesso Mattarella.
Ma dopo questo momento felice di concordia nazionale, resta la domanda: e ora che facciamo, quale sarà la linea del nostro governo, visto che siamo ormai in mare aperto? Qui precipitiamo nuovamente nello sconforto, in balia dei prepotenti e degli impotenti, tra l’America in mano a Trump, il Medio Oriente in mano a Netanyahu e l’Europa incapace di essere qualunque cosa. E la caduta di Orban che era l’unica voce veramente dissonante in Europa non è confortante, anche se il governo che gli succede si annuncia come una versione euro-compatibile ed eco-compostabile del governo precedente. Al di là del caso ungherese, dopo la frattura con Trump, ci sentiamo bloccati nello stretto di Ormuz e in quello di Gibilterra, schiacciati a ovest e a sud. Non si tratta di isolamento perché a ben vedere chi sta incamminandosi sulla via dell’isolamento internazionale è proprio Trump; e non si tratta del rispettabile isolazionismo della vecchia linea repubblicana che lo stesso Trump aveva preannunciato, ma di un ringhioso isolazionismo da Impero Autocratico contro il resto del mondo e almeno la metà del proprio mondo. Per l’Italia non resta nell’attesa di nuovi scenari che attivare il più possibile rapporti bilaterali, sia in Europa che fuori d’Europa, cercando – strada facendo – di costruire filiere e partnership su cui poter ritrovare promettenti comunanze. E allargandosi, come già stiamo facendo, almeno così sembra, all’Africa, al Medio Oriente, all’Asia e all’America latina. A questo punto non è più questione di destre e sinistre, di governi conservatori, liberali, popolari o progressisti. Trump è riuscito a far saltare anche questa linea di demarcazione bipolare, ha bruciato la prospettiva di un’Internazionale sovranista e nazional-populista e bisogna trarne le conseguenze. È piuttosto questione di geopolitica, di strategie fondate su comuni interessi, reciproci vantaggi e comuni valutazioni. Occorre liberarsi del fraseggio ideologico, che da quando è diventato un alibi comiziale, una messinscena pop per figurare sostanze e distanze che non ci sono, frulla a vuoto, non dice più nulla e non incide sulla realtà delle cose.
In questo contesto, sarebbe utile riprendere anche l’ipotesi di riattivare almeno sul piano commerciale i ponti con Mosca, nel reciproco interesse, indipendentemente dall’esito in Ucraina. Ha ragione Descalzi, ma si dovrebbe andare anche oltre la prospettiva del gas russo, valutando una più ampia linea geopolitica una volta che si riuscirà a superare il vulnus dell’Ucraina. Abbiamo le mani libere in una situazione così fluttuante in cui l’America ci attacca e l’Europa non ci difende da nulla, ma ci opprime con le sue rigide normative e le sue censure. Ultima, miserabile performance europea quella di tagliare i fondi alla Biennale di Venezia: quando la Biennale veicola messaggi antieuropei l’UE non ha nulla da eccepire, ma quando ribadisce che l’arte – come lo sport – è una zona franca rispetto ai conflitti, allora viene colpita con misure punitive. Terzomondisti inclusivi e arcobaleno ma poi guerrafondai con la Russia e guai a chi non si adegua, come avviene nei regimi autoritari. E avvilisce l’allineamento del governo Meloni a questo diktat assurdo e arcigno contro una gloriosa istituzione italiana e universale come la Biennale.
Ma torniamo alla situazione generale. In questo contesto, senza neanche bisogno di richiamare l’autarchia o il nazionalismo, siamo obbligati a prendere decisioni ben al di là degli Usa e della Ue. E se l’Europa non ha avuto il coraggio di balbettare nulla a Israele e a Trump, a noi tocca lanciare segnali, come ha fatto finalmente la Meloni, dopo aver taciuto su Gaza, sull’Europa e sugli strappi precedenti di Trump e la sequela di abusi e follie.
Sono convinto che alla fine una linea decisa e coerente, nel quadro psicolabile e incoerente in cui siamo, ci premierebbe e ci ritaglierebbe un ruolo di rilievo, trovando alleati e compagni di strada. Sarebbe anche il caso di ripensare questa folle corsa al riarmo che non ci renderà mai competitivi sul piano militare con le grandi potenze ma ci rende sicuramente più fragili sul piano economico-sociale con una distrazione di soldi pubblici per le armi così rilevante e disastrosa.
Insomma, smarcandosi da Trump e ponendosi con maggiore autonomia rispetto all’Unione Europea, è il momento di ricominciare daccapo, di promuovere una linea strategica coerente e di essere trainanti anziché al rimorchio. E penso che su questa linea non solo Mattarella e Schlein ma anche Renzi e Conte farebbero fatica a dissociarsi e attaccare. Nei suoi momenti migliori l’Italia ha avuto una vocazione universale, prima di essere uno stato o una nazione, è una civiltà. Se lo capissimo davvero…


