Se a spiare sono gli amici
di Domenico Quirico - 08/06/2026

Fonte: La Stampa
Una cosa colpisce in questo sfiancato 2026, in questo precoce esalare dell’ennesimo anno “in agony”, tra massacri concretissimi e teoriche dichiarazioni dei diritti: fa scandalo, si grida al tradimento per la notizia che il Mossad, questo polipo tenace paziente prensile, spia gli Stati Uniti. Sì, gli Stati Uniti. I Servizi israeliani, con armeggi oscuri, mettono il naso (perfino?!) negli sgangherati segreti dell’amico Trump. A cui Netanyahu ha promesso la massima patacca prevista dallo Stato ebraico per premiare l’alleato perfetto.
I morti, colpevoli ma soprattutto innocenti, si ammonticchiano grazie anche a questo crocicchio spionistico di doppi fondi, bugie, inganni, sfregi al codice penale noto confidenzialmente come “l’Istituto”, che ormai mette ovunque, nette e allucinanti, le sue impronte digitali vantandosene. Vi par strano che tradisca perfino le Tavole dell’intoccabile Canone occidentale? Ogni alleanza ha i suoi guai.
Suvvia! Che ipocriti. Applaudiamo con dionisismi fiumani, dal 1948, a ogni omicidio mirato domestico e in trasferta, vera pietra d’altare nei riti dei solerti cucinatori di questo genere di pietanze criminali. Le diramazioni da tela di ragno ci incantano come le esibizioni di tracotanza impunita di questi accreditati piromani della guerre sporche. Gli escamotage efficacissimi, dal telefonino bomba per Hezbollah fino ai borgiani cioccolatini al topicida riservati a quelli dell’Olp, sono passati in mille libri e articoli come gustosa leggenda.
Quando i pensionati del Mossad, con la consueta transustanzazione, trovano ufficio e stipendio nelle agenzie della cosiddetta Sicurezza a tutti i costi o nelle aziende locali dell’high tech spionistico, non sono forse le democrazie mature, compresa l’Italia, i migliori clienti di questi gioiellini che servono a tener d’occhio soprattutto sudditi pericolosi? Al Pentagono, poverini, si indignano perché il Grande Fratello israeliano è negli States a «un livello critico» di intrusione e che le conversazioni del catastrofico negoziatore per il Vicino Oriente Witkoff e del gran muftì del Pentagono Colby non hanno segreti per il Mossad. I “karsa”, i suoi reclutatori, si sa hanno gusto nello scegliere i collaboratori.
Giochiamo a carte scoperte: chi è amico nella visione israeliana del destino? Nessuno. Chi è nemico? Tutti. Perché mai Netanyahu, impegnato a edificare una zona di sicurezza silenziosa come un cimitero dal Mediterraneo alla Via della seta, dovrebbe fidarsi di un tipo come Trump e della sua banda di trafficoni prestati alla politica internazionale da una delle frequenti battute a vuoto della più grande democrazia della Storia?
Con l’Iran e a Gaza e in Libano, tutti posti dove il viver ormai disossa, qualsiasi quiete perduta, polverizzati perfino gli habitués del bel tempo andato, Israele gioca una partita ben diversa da quella di Trump. Lo ha fatto scivolare nella guerra con i Pasdaran. Che rischia di far finire al museo la onnipotenza americana. Ma la acrobazia più complessa è quella di tenerlo ben avviluppato nella rete fino a quando tutti gli scopi di Israele saranno raggiunti. Trump è certamente più amico, e complice, dei presidenti che lo hanno preceduto; ma chi garantisce lo Stato ebraico dalle contorsioni imprevedibili dei suoi piani monumentalmente ambiziosi e fallimentari? Chi garantisce che lo scombinato Mabuse di Mar-a-Lago domattina non decida davvero di stringer la mano alla Guida suprema che fino a un’ora prima garantiva di aver sbriciolato con una bomba di cinquemila chilogrammi? Il profumo di un buon affare, di un succulento contratto petrolifero gli può offrire la più profonda consolazione e voilà, l’Iran può risorgere dalla età della pietra al miracolo trumpiano dell’arricchiamoci… Con lui visibilità zero come su una autostrada ingessata dalla nebbia. Quindi meglio prender precauzioni.
La sanno lunga a Gerusalemme di come si fa in fretta a smontare le impalcature geopolitiche delle eterne amicizie. Basta consultare la panciuta lista degli alleati “indispensabili’’ degli Stati uniti, dai vietnamiti agli afgani, sacrificati alla elasticità di questi rapporti speciali. Una pièce già nota dunque.
Allora cosa c’è di più utile per sopravvivere che sapere in anticipo le idee che questi strampalati diplomatici fai da te portano nelle valigette quando telefonano dai loro jet privati in comodo viaggio verso sterili negoziati da premio Nobel? Queste, spiare soprattutto gli amici, son cose che si fanno, lo si certifica in proverbio, senza dirle. Il nasconderle anzi è la condizione per farle. Un gioco da ragazzi per chi riuscì ad arruolare, per anni, il fedelissimo ma avido autista di Arafat, Kasim, che inviava al «nemico sionista» densi rapporti quotidiani sulle attività lecite e illecite del raiss. Si dimenticarono di avvertirlo (ma fu davvero sbadataggine?) che anche grazie ai suoi rapporti avrebbero bombardato il quartier generale palestinese a Tunisi. La “fonte” ci rimise, per sua fortuna, solo una gamba.
E poi è imbarazzante ritornarci, ma è utile. Scomodo ma necessario. A Washington hanno memoria labile e ritrosa se non ricordano Jonathan Jahy Pollard, analista dei servizi segreti della Us Navy che trasferiva materiale top secret ai suoi datori di lavoro di Gerusalemme per 2.500 dollari al mese. Verrebbe da dire: a costo basso. Quando lo scoprirono, nel 1985, chiese, troppo tardi, asilo alla ambasciata israeliana. Il nome dell’ambasciatore dell’epoca che trattò la pratica ? Benjamin Netanyahu! Per tirarlo fuori dall’ergastolo americano, nel frattempo, gli concessero la cittadinanza onoraria e offrirono scuse formali agli Usa: «Spiare gli Stati Uniti è in totale contraddizione con la nostra politica. Tale attività è sbagliata». «Nelle proporzioni raggiunte», si precisava. Ammissione postuma in cui «le proporzioni» significava non rinunciare a spiare ma evitare in seguito di farsi scoprire. La segretissima sezione americana del Mossad si chiama “Al”, ovvero «al di sopra». Di tutto. Appunto.
