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La summa

di Lorenzo Merlo - 07/06/2026

La summa

Fonte: Lorenzo Merlo

L’assenza di riscontri-commenti ad un articolo, che denuncia il buco nero valoriale in cui stiamo precipitando, il loro significato e la relativa matrice.

 È un cilicio indesiderato quello con il quale i progressisti frustano chi “non si occupa di cose concrete”, come ebbi a sentire da un noto economista italiano in clarks e cravatta di lana in risposta a osservazioni sul potere di cambiamento a mezzo delle consapevolezze. “Utopie”, le definiva.

C’era poco da scherzare, poco da ribattere che le utopie sono tali soltanto in chi non ha la visione che le descrive.

Poco da scherzare perché corrisponde al vero che non si può dare colpa a chi non vede – l’esperienza non è trasmissibile – e soprattutto perché l’esercito dei ciechi è di gran lunga superiore ad ogni altro schieramento contrario. Oggi più che mai vista la sostanziale convergenza tra destra e sinistra, al punto che non dismettere quella distinzione corrisponde a perdere il filo del discorso liberista-progressista. Un insieme di ruscelli, torrenti e fiumi in discesa verso un unico indifferenziato mare spopolato, nel senso di senza di noi, definitivamente inutili votatori, nonché fastidi sociali in attesa di estinzione, ma brulicante di piccole persone morbide, pronte alla facile conformazione sotto il maglio dei liquidi valori progressisti.

 Pessimismo? Parole di un esasperato? Di un sofferente? Di un frustrato e insoddisfatto? Tutto può essere. Estrarre dalla realtà i puntini utili al nostro discorso è un’ineludibile impertinenza egocentrico-esistenziale, almeno finché si da retta al mondo delle idee. Tuttavia, digressione evolutiva a parte, non è pessimismo, non sono parole di un esasperato, né di un sofferente e di un frustrato insoddisfatto, bensì scontate per tutti coloro che vedono il significato simbolico e sentono la grevità individuale e sociale dell’andazzo della politica ed educazione occidentale, europea e italiana.

Ne è un puntuale e cristallino indicatore un fatto semplice. In uno dei blog di mio interesse, il 4 giugno 2026 è stato pubblicato un articolo (1) intitolato “Epstein files... scienza e transumanesimo”. Una sintesi pulita del vuoto valoriale e identitario in cui l’umanesimo è stato gettato. Su altre testate e blog, perlopiù senza possibilità di commento o senza commenti, ne avevo letti diversi altri sulla medesima falsariga. Tuttavia, questa volta, non solo condividevo e apprezzavo l’autrice, ma estendevo l’emozione al responsabile del blog che ne aveva deciso la pubblicazione. 

Una specie di felicità mi era saltata addosso sorprendendomi per la sua forza terapeutica di riduzione della solitudine che, leggendolo, gocciolava addosso a me e a chi vede e sente quel vuoto valoriale voluto dai pochi che sono riusciti prima a imbambolare buona parte di noi e poi a privatizzare il mondo.

Nell’euforia della lettura ero già in attesa dei commenti all’articolo che come tutti gli altri e come sempre era venuto disponibile prima dell’alba. Il primo di questi, apparso poche ore dopo l’articolo, suggellava il senso di comunità che il testo mi aveva provocato. “Non sentirsi soli”, è una frase inflazionata e quindi trascurabile, ma niente affatto quando un’emozione la ricrea in noi come una gemma che sboccia in fiore.

Nel seguito della giornata tornavo e ritornavo su quella pagina con la scontata certezza che vi avrei letto altri commenti capaci di sostenere l’idea che c’era di che fare corpo. La loro frequente presenza in calce ai pezzi pubblicati dal blog, spesso copiosa, legittimava la mia attesa di cogliere quanto la critica mossa dall’autrice, fosse condivisa o meno.

Passavano le ore ma il primo commento restava l’unico. Solo verso sera ne apparve un secondo a sua volta molto confortante. Ma ormai la mia euforia era crepata. Ne attendevo a manciate, ma in una giornata ne erano stati scritti soltanto due. Nei giorni seguenti non se ne aggiunsero altri.

L’assenza di partecipazione a quell’articolo bandiera spingeva per sentirsi pessimisti, frustrati e insoddisfatti. Quella bonaccia dell’indifferenza era la conclamazione dell’accondiscendenza dei più, se non della loro soddisfazione, di come e dove va il mondo senza più il timone analogico dell’umanesimo, fatto a pezzi da quello tecnocratico digitale.

Quell’articolo raccoglieva il presente in cui siamo costretti anche se non si dedicava a tutti gli aspetti politici-economico-valoriali sparsi ovunque nella grigia atmosfera che respiriamo. È un presente disastroso, il cui merito va all’ordalia del progressismo, principale ingrediente e summa del nuovo ordine mondiale.

 Note

.1 https://gognablog.sherpa-gate.com/epstein-files-scienza-e-transumanesimo/comment-page-1/#comment-162674