Iran: né scià né status quo
di Daoud Boughezala - 15/01/2026

Fonte: Diorama letterario
Con la loro rozzezza, i media riducono spesso la crisi iraniana a una favola che contrappone un popolo eroico a un regime oscurantista. Ma, malgrado una comprovata repressione, la complessità della situazione iraniana resiste agli scenari semplicistici. A meno di prendere i propri desideri per realtà, è difficile presagire il futuro di questo paese-impero. Bombarderà, non bombarderà? Quale che sia la decisione di Trump, l’Iran è entrato in una zona grigia, instabile e pericolosa.
È l’ultima serie di moda. Sangue, lacrime e un principe in esilio pronto a battersi fino all’ultimo manifestante ucciso. Una puntata televisiva dopo l’altra, Gli esperti di Teheran svolge una trama fra le più semplicistiche: una popolazione oppressa si solleva contro i mullah per conquistare la democrazia e la laicità a spese della malvagia grande Guida Khamenei. Soprattutto a destra, molti riscrivono la storia in maniera manichea e manipolano le ossessioni secondo la rispettiva agenda politica (a scelta: ristabilire la monarchia, veder crollare un regime islamista, fustigare la sinistra radicale, ecc.). In mancanza di fonti affidabili, è tuttavia difficile misurare la reale popolarità del figlio dello scià Reza Pahlevi, il cui nome appare nel corso di numerose manifestazioni. Si fa fatica anche a valutare il numero di vittime della repressione statale – argomento quanto mai scabroso. Talune fonti parlano oggi di dodicimila morti, dato che gli obitori debordano di cadaveri…
Il movimento di contestazione, partito dal bazar di Teheran, si mostrava prima di tutto animato da motivazioni economiche: il 50% degli iraniani vive al di sotto della soglia di povertà e si deve arrabattare per sopravvivere. La popolazione ha infatti perso la metà del potere d’acquisto in un anno. Le sanzioni internazionali e l’incuria del potere hanno avuto la meglio sulla classe media locale, una delle più istruite del Medio Oriente.
Alcuni paragonano la crisi iraniana agli ultimi anni dell’Urss geopoliticamente indebolita dal ritiro dall’Afghanistan ed economicamente esangue. Il parallelo appare tanto più pertinente se si considera che la Repubblica islamica si è logorata nella guerra di Siria senza riuscire a salvare Bashar el-Assad e ha visto i suoi alleati di Hamas e di Hezbollah fortemente ridimensionati. Il governo tiene a distanza un’economia sovietizzata. Dal 60% al 70% del mercato interno sarebbe nelle mani dei Guardiani della rivoluzione, che detengono una parte crescente del potere in questo regime clerico-militare. Tuttavia la storia non ripassa mai gli stessi piatti: finora non è emerso nessun Gorbaciov iraniano; che dire di un futuro Eltsin?
Attenzione a non abusare degli amalgami. L’espressione regime dei mullah non rende peraltro giustizia alla complessità dell’apparato politico iraniano. I Guardiani della rivoluzione (pasdaran) sono nati ancora prima dell’instaurazione della Repubblica islamica in clandestinità e si preparano a rientrarvi. Al tempo della guerra contro l’Iraq (1980-1988), Khomeini pensava che il regime fosse esposto al rischio di colpi di Stato e contava su quella guardia pretoriana per condurre un’eventuale guerriglia.
Benché l’argomento sia tabù, sarebbe ingenuo ignorare l’annidamento locale del Mossad, che Israele non ha difficoltà a riconoscere. Senza ridurre l’ondata di opposizione a una rivolta pilotata dall’estero, questa ammissione ricorda sino a che punto il paese sia vulnerabile alle ingerenze esterne. Nella loro propaganda, i cacicchi della Repubblica islamica riprendono la distinzione tra mondo dell’arroganza (éstékbar) e diseredati (mostazafin) che l’ayatollah Khomeini aveva preso in prestito dal pensatore Ali Shariati. Come ci si poteva immaginare, dopo un’apparenza di dialogo, i manifestanti sono stati assimilati a dei rivoltosi e poi a dei terroristi al soldo del nemico sionista.
L’attuale ondata di manifestazioni, singolarmente potente in piccole città di provincia, non è inedita nella sua ampiezza. Nel 2009, i brogli del secondo turno dell’elezione presidenziale a favore del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad aveva fatto scendere in piazza milioni di iraniani. Fiaccato, il “movimento verde” si era piegato dinanzi alla repressione e il suo paladino, Mir Hossein Mussavi, è ancora oggi agli arresti domiciliari. Stesso scenario nel 2019 e poi nel 2022, attorno a rivendicazioni più legate a questioni sociali. I cortei che scandivano lo slogan «Donna, vita, libertà» dopo l’assassinio della “mal velata” Mahsa Amini non hanno trovato alcuno sbocco politici. Ma i governanti hanno dovuto allentare la presa alleggerendo l’oppressione delle donne, sempre meno velate nello spazio pubblico.
Di fronte all’attuale contesto internazionale, l’imprevedibilità di Donald Trump rende azzardato ogni pronostico. Bombarderà, non bombarderà? Dopo la cattura di Nicolas Maduro a Caracas, Teheran ha compreso il messaggio: la relativa misura degli attacchi americani ai siti nucleari dello scorso giugno è potenzialmente venuta meno. Ma che cosa si può dire del futuro? Trump aspira a rovesciare Khamenei, primus inter pares della Repubblica islamica, o l’intero regime? Il precedente venezuelano sembra essere un argomento a favore della prima opzione ma, come ripetono le reti televisive, tutte le opzioni sarebbero sul tavolo dell’Ufficio ovale, forse persino il negoziato. Agli occhi di Trump, l’attacco militare precede spesso il dialogo, conformemente alla sua visione transazionale della diplomazia.
Per vederci più chiaro, il Quincy Institute for Responsible Statecraft ha riunito il 12 gennaio alcuni professori universitari irano-americani in un webinar. Le discussioni ruotavano attorno a tre assi: le rivendicazioni del popolo iraniano, la strategia americana e le possibili evoluzioni del regime.
L’opinione generale è che la collera non si spegnerà. Il movimento di opposizione, guidato dalla classe media impoverita, non intende necessariamente smantellare il regime. Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins, immagina un possibile intervento delle forze politico-militari iraniane: «I Guardiani della rivoluzione non costituiscono un blocco monolitica. Sono leali all’Iran, e non a Khamenei. Un colpo di stato non è da escludere». Lunedì 12 gennaio tutti coloro da cui ci si poteva attendere un sostegno alla Repubblica islamica si sono mobilitati per marciare contro la violenza e le distruzioni causate dall’insurrezione. Vi è stato scorto persino l’ayatollah Hassan Khomeini, critico discreto del regime e nipote del suo fondatore.
Il potere iraniano, riempito di contumelie, non piega la schiena. Il direttore del sito Amwaj.media, Mohammad Ali Shabani, sottolinea peraltro lo spirito di responsabilità che anima la maggioranza degli iraniani: lo scorso giugno, pare che i bombardamenti israeliani abbiano ucciso un migliaio di membri delle forze di sicurezza, senza parlare dei fisici nucleari assassinati. Il ricordo della «guerra dei dodici giorni» inquieta dunque una gran parte del popolo, preoccupato per l’instabilità che il crollo del sistema provocherebbe. In questo paese-impero frammentato in un’infinità di popoli (curdi, azeri, baluci, arabi, talisci…), un caos generalizzato non affascinerebbe nessuno. Ellie Geranmayeh, membro dell’European Council on Foreign Relations, immagina che, in caso di bombardamento americano, Benjamin Netanyahu potrebbe alzare ulteriormente la posta. E, mentre l’aministrazione Trump vorrebb un Iran forte connesso al Medio Oriente e agli interessi americani, il governo israeliano non aspira ad altro che a smantellare lo Stato e la potenza dell’Iran. Come un predatore messo in trappola nella sua grotta, l’apparato iraniano entra in un zona irta di pericoli.
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