La recitazione della solidarietà transatlantica andata in scena al vertice Nato di Ankara non può ingannare nessuno. Il disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa mentre fra gli europei domina la narrazione per cui la Russia sta per attaccarci e la Germania riarma in grande stile per ergersi a massima potenza militare del continente, rovescia la ragione dell’Alleanza Atlantica. Procedendo lungo questo piano inclinato, domani potrebbe suonare: americani fuori, russi dentro e tedeschi sopra.

Come quasi sempre nelle svolte della storia, all’origine c’è un paradosso: l’opposta valutazione che americani ed europei danno della potenza e delle intenzioni russe, quattro anni e mezzo dopo l’aggressione all’Ucraina. Washington constata che Mosca vi resta impantanata. Perciò la declassa a impero secondario. Non vera minaccia. La retrocessione della Russia è strutturale. Soprattutto considerando che i fattori decisivi nel respingere le invasioni svedesi, francesi e tedesche (a partecipazione italiana) subìte negli ultimi tre secoli — la massa demografica da sacrificare e l’immenso spazio utile a guadagnare tempo per la controffensiva — sono drasticamente ridotti. Droni ucraini che piovono financo in Siberia ne sono prova. I principali soci euroatlantici considerano invece questione di tempo l’invasione del continente da parte russa, possibile nel 2029 se non prima. E se non ci credono, suonano comunque l’allarme per legittimare la corsa alle armi, espediente per rilanciare le rispettive industrie in profonda crisi. Sembra risuonare qui la replica di Stalin all’ambasciatore americano Averell Harriman, che durante la conferenza di Potsdam (17 luglio — 2 agosto 1945) volle congratularsi con lui per aver preso Berlino: “Lo zar Alessandro era arrivato a Parigi”.

L’unico punto di convergenza fra le due sponde dell’Atlantico riguarda gli ucraini, incaricati di morire per noi e da noi armati di tutto punto a questo scopo. In modo da darci il tempo per affrontare l’armata russa in pulsione neoimperialista. Kutuzov siamo noi? Del fatto che Kiev veda premiato l’eroismo dei suoi combattenti con il dimezzamento della popolazione rispetto al 1991 — anno dell’emancipazione dai moscoviti — insieme al dilagare della corruzione e alle sanguinose dispute fra oligarchi, poco ci interessa. Sarà interessante valutarne le conseguenze quando a guerra sospesa chiunque governi la patria invasa e amputata dai russi ci chiederà conto delle promesse di status e denari elargite con leggerezza.

Gli Stati Uniti negoziano con Putin una lunga tregua in Ucraina per staccarlo da Xi dopo averlo spinto nelle sue braccia e impedire che gli idrocarburi della Russia alimentino il motore cinese. Gli europei fanno del loro meglio per tenere i russi impegnati contro gli ucraini. Si chiama “pace giusta”: è guerra a oltranza per procura.

Gli euroatlantici riarmano ciascuno per suo conto e contro il conto altrui. Le opinioni pubbliche ne traggono il sentimento di trovarsi alla vigilia della terza guerra mondiale. Quasi destino irrevocabile. Prezzo di tanta psicosi: festival delle propagande, umiliazione della politica e morte cerebrale della diplomazia. La profezia bellica finirà per autoavverarsi? Sarebbe sciocco escluderlo. Imperdonabile rassegnarvisi.

Nella carta geopolitica d’Europa si profila così una macro-faglia che spacca l’Europa triste vedova d’America. Gli antirussi assoluti, già in guerra a non troppo bassa intensità contro Mosca, esibiscono il modulo classico: in testa baltici, scandinavi e polacchi, ispirati dai britannici entusiasti di rigiocare scampoli del Grande Gioco con l’arcidiavolo russo. A queste avanguardie si affiancano i tedeschi, con i francesi mezzo passo indietro. Berlino e Parigi sono pronte a cambiare registro in caso di avvento al governo di partiti più o meno filorussi espressi dalle rispettive destre nazionaliste.

Noi italiani siamo tanto per cambiare fra due sedie. Ipnotizzati dai duetti mediatici Trump-Meloni perdiamo di vista la necessità di scegliere. Narcotizzati dall’abitudine all’eterodirezione strategica a stelle e strisce, ora che di strategico nella percezione statunitense dell’Europa rimane un’ombra ci lasciamo portare dalla corrente. Verso la cascata, parrebbe. Ma al fascino dell’incoscienza non vogliamo resistere.