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L’impero americano non ha mai smesso di espandersi

di Sergio Caruso - 20/01/2026

L’impero americano non ha mai smesso di espandersi

Fonte: Sergio Caruso

La lamentela attribuita a Donald Trump per non aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace – contenuta, secondo varie ricostruzioni giornalistiche, in una lettera indirizzata al primo ministro norvegese – non sarebbe tanto l’ennesima bizzarria narcisistica di Trump, quanto una confessione involontaria su una costante profonda della storia americana: la convinzione radicata che l’esercizio dell’egemonia statunitense, anche quando passa per la minaccia, la guerra o il rovesciamento di governi, debba essere riconosciuto come un servizio alla pace globale. Trump, rivendicando di aver “fermato” otto guerre – dalla Corea del Nord all’Afghanistan, dall’Iran alla Siria, fino ai dossier Kosovo-Serbia e India-Pakistan – si inserisce perfettamente in questa tradizione retorica, anche se molti di quei conflitti non erano guerre in corso tra Stati Uniti e altri Stati e nessuno può dirsi realmente concluso. La narrativa è però chiara: Washington non combatte per conquistare, ma per stabilizzare; non interviene per dominare, ma per evitare il caos. È una narrazione antica, quasi fondativa, che accompagna gli Stati Uniti fin dalla loro nascita e che coesiste, senza imbarazzo, con una pratica storica fatta di espansione territoriale, guerre di aggressione, annessioni e cambi di regime.
Gli Stati Uniti sono uno dei pochissimi imperi della storia che possono permettersi di presentare l’espansione come destino manifesto e la conquista come atto amministrativo. Già nei primi decenni dell’Ottocento, gli Stati Uniti crescono non per autodifesa, ma per acquisizione: l’Acquisto della Louisiana del 1803, formalizzato con il trattato firmato a Parigi da James Monroe e Robert Livingston, raddoppia il territorio nazionale senza che i popoli che vi abitavano abbiano voce in capitolo; la Florida viene ceduta dalla Spagna con il Trattato Adams-Onís del 1819; l’Alaska viene comprata dalla Russia nel 1867 per 7,2 milioni di dollari, operazione documentata negli archivi del Dipartimento di Stato e inizialmente derisa come “Seward’s Folly”, salvo poi rivelarsi una delle più redditizie acquisizioni imperiali della storia. Quando il territorio non è in vendita, diventa teatro di guerra: la guerra contro il Messico del 1846-1848, apertamente giustificata dal presidente Polk in nome del “Manifest Destiny”, porta all’annessione forzata di California, Nevada, Utah, Arizona e Nuovo Messico, come sancito dal Trattato di Guadalupe Hidalgo, uno dei documenti più espliciti di espansione imperiale travestita da trattato di pace.
Alla fine del XIX secolo, con la guerra ispano-americana del 1898, gli Stati Uniti compiono il salto definitivo da potenza continentale a potenza imperiale globale: Cuba viene formalmente “liberata” ma di fatto assoggettata attraverso l’Emendamento Platt; Porto Rico e Guam vengono annessi; le Filippine diventano colonia dopo una guerra brutale di controinsurrezione che, secondo i rapporti del Congresso americano dell’epoca, costò la vita a centinaia di migliaia di civili filippini. È da questo momento che l’impero americano smette di annettere direttamente e inizia a controllare indirettamente, sostituendo il possesso del territorio con il controllo dei governi.
Il Novecento perfeziona questa tecnica. I documenti declassificati della CIA e del National Security Archive mostrano come il cambio di regime diventi strumento ordinario di politica estera: in Iran nel 1953 (Operazione Ajax), in Guatemala nel 1954 (PBSUCCESS), in Cile nel 1973, fino all’Iraq nel 2003, giustificato da dossier sulle armi di distruzione di massa rivelatisi falsi, come ammesso successivamente dagli stessi rapporti del Senate Intelligence Committee. Ogni intervento viene presentato come necessario per la stabilità, la democrazia o la sicurezza globale, ma produce sistematicamente instabilità, guerre civili, radicalizzazione e dipendenza strutturale. È l’impero che non occupa, ma disarticola; che non governa, ma condiziona.
In questo quadro, la rivendicazione trumpiana di aver “fermato guerre” appare meno come un’eccezione e più come una variazione sul tema. Anche quando non invade, Washington resta arbitro armato, deterrente nucleare, garante di equilibri costruiti su basi militari permanenti – oltre 750 secondo i dati del Pentagono – e su una spesa militare che supera quella delle successive dieci potenze messe insieme. Il paradosso del Nobel per la Pace, già assegnato a figure come Theodore Roosevelt, Henry Kissinger e Barack Obama in piena stagione di bombardamenti, non è un incidente, ma un sintomo: la pace, nella grammatica imperiale americana, non è assenza di guerra, ma assenza di sfide all’egemonia.
Trump, con il suo stile rozzo e rivendicativo, ha semplicemente tolto il velo a una continuità storica che altri presidenti hanno mascherato con il linguaggio del multilateralismo e dei diritti umani. L’impero americano, dalla Louisiana all’Iraq, dalla Dottrina Monroe agli Accordi di Abramo, non ha mai smesso di espandersi; ha solo cambiato forma e lessico. E forse è proprio questo, più del Nobel mancato, il vero scandalo: non che Trump si creda un uomo di pace, ma che due secoli di storia gli consentano, dati alla mano, di rivendicarlo senza arrossire.