L’uomo tramonta, resta la tecnica
di Marcello Veneziani - 08/11/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Sulle piccole, fragili spalle dell’uomo grava un peso enorme: è in corso la sostituzione dell’umano, del divino e della natura. Lo sostengo nel mio nuovo libro appena uscito da Marsilio, Homo Alien. Non ci sono precedenti nella storia dell’uomo, sta mutando radicalmente il destino del mondo, ma ci andiamo incontro con la noncuranza di un passaggio ordinario, automatico, privo di pathos e di apprensione, come una giornata qualunque che volge inevitabile alla sera. Con un tecno-fatalismo che non prevede variazioni di percorso e di esito. Domani è un altro giorno e noi non possiamo farci niente. Così succederà con l’Intelligenza artificiale.
Troppi fattori concomitanti si muovono con rapidità sconvolgente per considerarli ciascuno a sé, in separata sede: l’avvento dell’IA, la comparsa dell’androide, l’avanzata del transumano, la bioingegneria genetica che arriva a modificare il DNA, i trapianti, gli embrioni congelati e le clonazioni; poi la centralità del pianeta prende il posto dell’umano, il rifugio nell’animalismo, il rigetto dell’umanesimo in ogni sua espressione, ben oltre le mutazioni antropologiche. C’è chi annuncia, dai vertici del mondo artificiale, catastrofi imminenti per l’umanità, invocando interventi tempestivi per fermare la folle corsa.
Dove ci porterà questo processo globale quando si collegheranno e convergeranno i suoi variegati affluenti? L’uomo è a rischio, per la prima volta è messo a repentaglio, in pericolo di vita, in totale insicurezza. Gunther Anders molti anni fa aveva preannunciato “l’obsolescenza dell’uomo”; non l’invecchiamento, fenomeno naturale, ma l’obsolescenza come accade ai prodotti con scadenza programmata.
L’umanità è in pericolo, rischia di perdersi e non poter tornare più indietro. È in corso la disumanizzazione del mondo. Cosa sta succedendo? In una sola espressione, la sostituzione dell’umanità e del mondo reale, col silenzio balbettante della politica e dei poteri istituzionali, e l’evanescenza della cultura. L’ideologia dominante del nostro tempo è il tecno-fatalismo: lo sviluppo tecnologico è inevitabile e irreparabile, un processo automatico da cui è impossibile uscire.
Qui inizia il racconto e la riflessione su questo evento estremo nelle sue varie tappe, il tentativo di assumerne coscienza, di rendersene conto e trovare spiragli di risposte. Non c’è una vena catastrofica nell’annuncio né un intento accusatorio. Tanti libri si occupano della tecnologia, Homo Alien invece si occupa dell’uomo davanti alla tecnica.
È il tema del presente, e coinvolge il pensiero, la storia, la civiltà e la vita di ciascuno di noi, in modo totale. Ma tutte ruotano intorno a un nucleo essenziale: l’uomo si è stancato di essere uomo. Non vuole più vivere da uomo, secondo natura, cultura e consuetudine e soprattutto non vuole più morire da uomo. Non vuole più patire il presagio della sua fine, vuol vivere senza quel tormento e i rimedi allestiti per addomesticarlo o sublimarlo. Se l’umanità è oggi in pericolo non è questione di guerre, che ci sono sempre state, né di bomba atomica e di arsenali nucleari, né di autocrazie, di distruzione ambientale e dell’ecosistema, di pandemie letali e di collisioni astrali. Le minacce ci sono, inutile nasconderselo, e i mezzi di oggi sono più devastanti di quelli del passato ma c’è qualcosa che sta succedendo silenziosamente e pacificamente, come un decorso ritenuto quasi naturale. Un processo automatico, senza strappi violenti e dichiarazioni di guerra che si confonde con la nostra vita quotidiana e le sue abitudini. Inutile agitare le bandiere della pace, scrivere proclami sul pianeta da salvare, sul clima o sulla fratellanza tra i popoli. E non è solo questione di potenti malvagi che tengono in mano il destino dell’umanità. C’è una questione più radicale, più avvolgente, per giunta incruenta, se non desiderata che scende dall’alto, sale dal basso, ci prende ai fianchi. Ci stiamo consegnando a un Demiurgo che ci è famigliare sin dalle origini dell’umanità, con cui abbiamo camminato per tutta la storia umana. È la Tecnica, nelle sue mille figurazioni. A lei ci affidiamo per levarci la paura di morire, come facevano le megere di un tempo che toglievano la paura con riti e pratiche magiche.
L’uomo non vuole più vivere come ha vissuto finora, nutrendosi di passato e di futuro, di ricordi e di speranze, non vuole più tramontare e non vuole più essere l’unico essere vivente che conosce in anticipo il suo destino mortale e nutre aspettative e timori per l’avvenire. È stanco e vulnerabile, non regge più il peso della mortalità, non ha più voglia di vivere in questo modo. È l’uomo nel suo stadio più avanzato, essere delicato, non più avvezzo alle durezze elementari della vita. Vuole liberarsi dall’angoscia, il vecchio, fragile uomo; vuole liberarsi dalla paura del dolore, della malattia, della vecchiaia e della solitudine, dalle loro ferite, ma soprattutto dell’angoscia che tutte le precede e in cui tutte alla fine confluiscono: sapersi mortale. Teme ogni urto, ogni asperità, respinge ogni fatica e soprattutto ogni sacrificio. Tutto nasce e finisce con lui e non si capacita che sia inevitabile la morte. Perciò si consegna ai dispositivi della tecnica che lo proteggono, lo potenziano, lo distraggono, lo divertono. Non c’è bisogno di dare senso alla vita e alla morte, basta che funzioni e che tutto avvenga dolcemente, la vita come la morte, anzi l’uscita. Ecco il passaggio da Homo ad Alien.


