Un futuro con Alexa?
di Pierluigi Fagan - 07/11/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
Brevi appunti sulla fase storica occidentale colta dall’oggi a due anni.
A. Trump ha perso rovinosamente le elezioni il che cancella ogni eventuale ipotesi di un suo possibile colpo di mano per la rielezione 2028. Inizia quindi la lotta interna ai repubblicani per la successione ed esterna per la sua sostituzione.
B. I repubblicani stanno messi parecchio male: 1) Trump è la sintesi di molteplici interessi (armamenti, A.I., petro-carbonifero, banche-assicurazioni, finanza, farmaceutica etc.) ed è uno schermo ampio per la proiezione di valori e aspettative del popolo repubblicano che però, tra la variegata area MAGA e l’area tradizionale, presenta pronunciata varietà. Praticamente impossibile sostituirlo; 2) il partito repubblicano quanto a classe politica registra una rovinosa perdita di posizioni di potere il che crea il panico nella classe che aspira alla condivisione dei benefici della sua amministrazione, il che acuirà la lotta interna che esternamente verrà percepita come confusione e insicurezza; 3) da vedere come reagirà l’individuo notoriamente imprevedibile e il complesso dei portatori di interessi che lo ha sostenuto sino ad oggi. Questi, quasi sicuramente, cominceranno un processo di ribilanciamento verso i democratici.
C. I democratici stanno senz’altro meglio e quasi sicuri di poter vincere nel 2028, ma con chi e per cosa? La base elettorale di ciascuno dei due partiti vale circa 75 milioni di elettori. Si parametrino i numeri ad un partito di massa italiano (o inglese, tedesco o francese) anche di cinque ordini di grandezza più piccolo, con le sue correnti interne a volte molto eterogenee e si capirà come sia difficile trovare una sintesi in ognuno di quei due grandi partiti che gestiscono non solo un grande Paese, ma anche uno potenza imperiale, per quanto informale. Attualmente, i dem provengono dal disastro di gestione della generazione corporate (post-Obama e Biden) che anche anagraficamente è residua (sebbene più il politico è anziano più si attacca con le unghie al circolo di potere che tra l’altro conosce bene). Pare abbiano beneficiato in gran parte dei voti giovani alle recenti elezioni, i giovani reclamano speranza e futuro, ma quale? C’è anche una nuova generazione di governatori sui quaranta anni che aspirano alla successione generazionale scalzando i vecchi, ma pur contando sulla spinta anagrafica, con quali idee politiche condivise? In più, l’inedita riviviscenza dei c.d. socialdemocratici, chiamati dal disastro di decenni di liberal-neoliberalismo bipartisan. Infine, sondaggi post-voto rilevano che molti voti dem sono stati contro Trump più che per tizio o caio e relativi programmi.
D. Quindi se i repubblicani saranno in turbolenta lotta interna, non meno lo saranno i democratici, i primi nella speranza (flebile) di poter rimontare, i secondi con la quasi certezza di doversi dividere i posti di potere. In più, oltre -nei- due partiti ci sarà ovviamente la lotta -tra- i due partiti.
E. Ne consegue un riflesso di estremo disordine anche sul piano geopolitico. Già fidarsi di Trump era un problema (vedi mondo arabo), adesso sarà impossibile sebbene la politica estera sia una prerogativa del loro Presidente. Tutti agiranno sapendo che tra due anni l’interlocutore cambierà e avrà ben diversa visione.
F. Gli US provengono da un potere quasi incontrastato sul mondo ereditato dai tempi del suicidio europeo della IIWW e vanno verso un futuro in cui il potere del mondo sarà diviso per aree e complesse reti di potere geopolitico e geoeconomico. Se oggi fanno ancora ben il 25% del Pil mondiale col solo meno del 5% di popolazione, il futuro vedrà una più o meno rapido e più o meno drastico ridimensionamento. Quindi chi gestirà il potere negli US dovrà farlo gestendo una inevitabile contrazione, non certo una espansione. Gli US, culturalmente, prima che politicamente, non sembrano avere le qualità per districarsi in un tale groviglio problematico e complesso.
G. La riviviscenza di questioni sociali concrete da una parte, il costante acuirsi di diseguaglianze, l’insofferenza per le operazioni militari estere (che però sono “necessarie” per il sistema americano nel suo complesso), la scarsa simpatia se non l’aperta paura per i deliri dei nuovi ricchi dell’info-digitale, il ciclo comunque declinante del capitalismo americano, l’estrema varietà culturale tra popolazione arretrata dell’interno e i progressisti delle coste, le difficili questioni etniche, le ancor più difficili questioni migratorie, tassi di delinquenza per noi sconosciuti e difficilmente comprensibili, la devastazione di guerre culturali tanto assurde quanto mentalmente sanguinose dall’altra, disegnano un quadro assai complicato per chiunque vorrà prendersi l’onere di gestire il futuro della nazione. In breve, un futuro altamente contradditorio internamente e poco promettente nel complesso, sono una configurazione inedita per il Paese che ha goduto decenni di espansione inerziale. La “grande varietà” è una forza nelle fasi espansive, ma diventa un guazzabuglio instabile e litigioso nelle fasi di contrazione.
H. Il sistema politico-costituzionale statunitense, pur con la variante federale, è ereditato dal Regno Unito ed è tipicamente disegnato per garantire la centralità del potere visto che deve amministrare un impero (o forma equivalente). Questo tipo di architettura è inadatta per le transizioni poiché le transizioni necessitano di articolazione, rappresentare 150 milioni di votanti con due soli partiti ha dell’assurdo. “Partiti” poi si fa per dire, entrambi sono più cartelli elettorali, la loro vita nei lunghi periodi in cui non ci sono elezioni è praticamente nulla. Tra l’altro, l’esperienza Trump ha mostrato le ampie falle di un sistema costituzionale valido nell’Ottocento forse, ma oggi ampiamente inadatto.
I. La transizione storica (dall’era moderna a quella complessa) registra un diffuso fallimento delle élite occidentali. I dem americani non hanno saputo gestire il dopo Obama (dopo aver sabotato lo stesso Obama) ed è spuntato Trump. Trump non ha saputo gestire il suo primo mandato ed è rispuntato il vecchio Biden. Biden si è sciolto da sé per inconsistenza ed è rispuntato Trump con un piano abbastanza assurdo. Sbagliato il piano, la classe dirigente, le capacità di Trump sono emerse come collezione di patologie, davvero incompetente lui e la sua cerchia interna di primo livello, ma anche l’intera classe dei portatori d’interesse che lo hanno pompato. In Europa non va meglio, dalla fine del ciclo Macron, alla crisi tedesca pilotata da un Merz del tutto inadeguato, ai britannici, agli spagnoli e alla fine anche gli italiani, le profonde contraddizioni tra vecchi europei occidentali e nuovi europei orientali, pare che nessuno abbia un piano serio che non sia il potere per il potere e non il potere per fare qualcosa di sensato. Non ce l’hanno, non ce l’abbiamo, perché questa è in grande la questione centrale della fase storica occidentale. Per rendermi comprensibile ho utilizzato l’album di figurine dei personaggi famosi come impone la cultura anglosassone, ma va ricordato che ognuno di essi è sintesi di gruppi e poi gruppi di gruppi, giù fino all’espressione mediana dell’intera popolazione. In pratica, il problema non è la Meloni o la Schlein (Salvini o Tajani), il problema è di sociologia politica, sono i milioni e milioni di cittadini che li hanno votati. Comprensibile anche in area critica prendersela con le élite, ma ogni popolo -nei suoi grandi numeri- ha le élite che si merita.
J. Per molteplici ragioni il punto occidentale è questo: un futuro problematico, scarsa conoscenza profonda e condivisa di questa problematicità, quindi nessun piano sensato, quindi nessuna élite in grado di portarlo avanti, quindi nessun popolo in grado di esprimerla.
K. Alla fine, volenti o nolenti, la realtà accade comunque. Ma se non si apre una riflessione seria sul momento storico, il futuro si scriverà da solo e temo, con più di una “allucinazione”.
Per affrontare il nostro futuro ci vorrà parecchia intelligenza, speriamo non sia solo quella di Alexa.


