La guerra dei mondi
di Lorenzo Merlo - 08/11/2026

Fonte: Lorenzo Merlo
Contatto interpersonale come arte, non come meccanismo.
Prova a dire a un fobico che non c’è d’aver paura. L’azione razionale nei confronti di quella emozionale è come una freccia di cartone contro un bersaglio di pietra. Se insisti con le modalità del tuo mondo, reagirà chiudendosi ancora di più nel suo, se dimostri di curarti della sua paura, di non giudicarla, di celebrarla, si aprirà a te.
Se perdura in una certa emozione, tutto ciò che accade è relativo a quell’emozione. Solo un’altra emozione ha il potere di scacciare quella in essere. Un potere solitamente mai prosaico, sempre lirico o estetico, mai intellettuale, sempre vibratorio, carnale.
L’emozione è una stretta e impermeabile configurazione del comportamento e del vissuto.
È su ponti emozionali, non certo razionali, che avviene la relazione, tanto quella attrattiva quanto quella repulsiva.
“È così che il soggetto, inconoscibile in sé, si muove per così dire in tutti i sensi nell’oggettivo, trovandolo, creandolo, plasmandolo.
[...]
Parlando delle immagini del mondo, noi non abbiamo altro intento che quello di caratterizzare, di dare rilievo a ciò che per noi ha i contrassegni distintivi dell’essenzialità”. (1)
La citazione qui sopra e altre più sotto sono tratte da Psicologia delle visioni del mondo, di Karl Jaspers (psichiatra) e da L’immagine del mondo, di Erwing Schrödinger (fisico) mentre, quelle in coda al testo, sono state estratte da L’incommensurabilità nella scienza, di Thomas Kuhn (fisico). Tutte, oltre che identificare il tema del loro libro, sono qui per supportare il pensiero espresso in questo articolo.
Entrambi i ricercatori, secondo percorrenze, esigenze ed evidentemente, emozioni differenti, fanno al caso nostro in quanto, salvo sviste, ci offrono uno spaccato delle differenti cosmogonie che abitano e conformano le azioni degli uomini, delle culture e delle storie e, perciò, delle relative precipue narrazioni di sé e del mondo.
È, quest’ultima, un’osservazione utile per liberare la realtà dalle nostre interpretazioni, dalle nostre visioni, dal patologico e famelico intento di imporre noi stessi sul piccolo trono delle nostre circostanze e, contemporaneamente, credere che ad esso si prostri il prossimo. Una tensione costante creata dalla prevaricazione egoica, dall’importanza personale, dall’immanenza della dimensione logico-razionale, che ci avviluppa i pensieri come un vischio e con la quale crediamo di mettere in chiaro il mondo una volta per tutte. Ma che, invece, ci darà una morte infelice per incredulità, visto che consideravamo d’aver speso l’esistenza dalla presunta parte del giusto, dell’onesto, del vero.
Una parte prevaricata dal proprio interesse, nella quale, a pieno diritto, troviamo anche il venditore, il ladro, l’imbonitore, il politico e l’imbroglione, a volte vestito col camice bianco del medico, altre con quello nero del giudice.
L’incantesimo di credere, senza dubbio alcuno, nell’elezione di noi stessi, ci conduce dritti sul piccolo trono, inconsapevoli che il grandangolo egoico deforma a dismisura. Ci troviamo così costretti a ruotare intorno al falso – in quanto autoreferenziale, sebbene spesso supportato da congreghe a cui ci accasiamo – mito del nostro ego, fino a realizzare la psicologia del buco nero. Una condizione, questa, costretta nelle gabbie logico-razionali proprie dei saperi tecnici, meccanici, replicativi. Che non sarebbe poi neanche male se con il medesimo criterio non mettessimo anche gli uomini e in generale ciò che rifiutiamo, condanniamo, giudichiamo male. Un buco che assorbe tutto, soprattutto la conoscenza estetica scritta nelle vibrazioni – che non sappiamo neppure più avvertire e se le avvertiamo, non abbiamo la lucidità per accreditare – quella senza libri né dati. Un gorgo che ci risucchia verso i saperi quantificabili e misurabili con lauree e stipendi, ma che ci lascia inetti a riconoscere l’origine delle emozioni che si reificano in noi. Un buco sideralmente lontano dalla conoscenza, che porta all’esaltazione di noi, cioè alla malattia e alla pazzia, alla violenza e al cinismo ad uso proprio. Magistrale sintesi dell’intento di rinchiudere la verità entro ciò che la logica, e i logicisti, dai loro piccoli troni, credono di poter fare, senza colpa alcuna.
Ogni affermazione – sinonimo di certezza anche nell’eventuale sua forma dubitante – è, soprattutto, una velleitaria e inconsapevole affermazione dell’infinito. Ciò in quanto in essa, nel suo istante d’esistenza, si è esaurito e fermato il mondo. Oltre ad essa non c’è realtà, non c’è altra esigenza ad affiancarla. In questo senso, ogni certezza che diviene affermazione presuppone il conferimento di potere di riduzione in essa dell’infinito ovvero, di renderlo finito.
Ogni affermazione è dunque investita – da noi e da chi la accredita – di verità. Come per un’immagine fotografica, che elude la possibilità di descrivere altro da sé, ciò che non è presente nella ripresa, per la quale non si può dire non è così come essa si mostra a noi, qualunque cosa alcuno vedano e altri no.
Dunque anche il non presente nell’affermazione può essere talvolta riconosciuto. Tutte le affermazioni sono parziali e interessate. Nel vagolamento delle cose dei mondi ogni affermazione diviene ora verità ora falsità, ora evidenza, ora assenza. Non prendere in esame questa prospettiva è escludere ci siano mondi rispettabili quanto il nostro.
Anche quanto riferisce qui di seguito Erwin Schrödinger, ben si addice a chiarire la struttura che genera la guerra dei mondi in quando noi come i cosiddetti scienziati ci permettiamo affermazioni appoggiate su sensazioni, illazioni, suggestioni di verità. Noi per il potere sul prossimo, loro per eludere dalla conoscenza tutto ciò che stabiliscono non sia scientificamente provato. Proprio come per i dentifrici e tanta altra merce, per vendere la quale hanno lungamente impiegato la formuletta imbambolatrice per elevare il prodotto nel pensiero e nell’azione delle persone.
“Anche dal rigoroso punto di vista di Mach, nella “descrizione” scientifica non si tratta in nessun caso d’una nuda cronaca dei fatti”. (2)
“Fa parte dell’essenza della dottrina dell’indivisibilità che nella configurazione dei fatti si raggruppino sempre col pensiero percezioni od osservazioni che si concatenano in base al criterio della necessità. Si mettono insieme catene causali e si considerano come la sola essenziale. Nella vita reale però incrociano continuamente centinaia di catene causali, e così si verifica continuamente una simultaneità di avvenimenti che non sono connessi in modo intelliggibile e la cui coincidenza è considerata causali da chi pensa scientificamente.
[...]
E ciò può far pensare che il dogma dell’intelligibilità, nonostante la sua apparenza razionale, illumini solo una piccola parte delle relazioni che veramente ci interessano, ma la parte principale mano oscura”. (3)
Se Jaspers, Schrödinger e Kuhn e molti altri noti e meno noti studiosi ci fanno presente l’ineludibilità della nostra parzialità di veduta e affermazione e, se l’accredito da parte nostra di tale veduta e affermazione conduce alla separazione e alla guerra piccola o grande, personale, politica, sociale, comunque sempre ideologica, codificata o individuale non fa differenza, al contrario, nell’ascolto provochiamo aiuto e legame fino a percepire l’unità di tutte le cose. Così come il giudizio recide, l’amore unisce.
“Ogni visione del mondo può in un momento qualunque essere concepita come un’assolutizzazione che isola, anche se la sua formulazione fu il più possibile vasta e comprensiva.
[...]
È inevitabile per noi cadere nell’illusione passeggera di avere raggiunto con ogni schema, con ogni ordinamento sistematico, una pienezza e una perfezione assoluta. Se l’illusione si solidifica, la nostra ricerca cessa. La vita che alimentava la nostra osservazione si estingue”. (3)
Oltre alla consapevolezza che nell’altro subbuglia un universo non necessariamente sovrapponibile al nostro, si può utilizzare una figurazione geometrica molto essenziale ma comunque utile per concepire l’approccio alla relazione con l’altro. È il disegno di un cerchio (l’altro) e di una retta (noi). Tanto più questa si avvicina tangenzialmente, ovvero gentilmente, cioè in ascolto e contemplazione, tanto più l’accesso all’altro rischia di realizzarsi. Al contrario, tanto più è ortogonale alla circonferenza, ovvero senza riguardo o prepotente, il medesimo rischio si abbasserà e la chiusura, il respingimento, la sofferenza, l’incomprensione avranno modo di compiersi bilateralmente. È il compimento della guerra dei mondi.
È anche vero che a volte le dinamiche invertite raggiungono lo scopo della buona relazione, ma è sempre a mezzo dell’ascolto che si può riconoscere in quale direzione gentile o meno gentile è opportuno andare.
Solo integrando nel presunto giusto a cui apparteniamo il diritto di vita e di morte del prossimo potremmo uscire dall’ipocrisia che inficia molte relazioni. E solo astenendoci dal credere al nostro giudizio possiamo realizzare una modalità di relazione che alzi il rischio di felicità sociale.
Entrare in contatto con il prossimo è un po’ come sbarcare in un porto per noi nuovo. Vale nei confronti di sconosciuti veri e propri, ma anche con amici, famigliari e conoscenti di lunga data. Mettendo piede a terra ci inoltriamo con tutti i sensi a esplorare l’ambiente per capire, conoscere e scegliere quale direzione prendere in funzione dell’esigenza del momento.
Al posto della figurazione del porto, ce ne sono innumerevoli altre a disposizione secondo il gusto personale. Ciò che resta costante è la verità che in caso di approccio rispettoso alzeremo il rischio di un contatto soddisfacente e che, viceversa, di fare invasivo, si alzerà quello del contrasto tra le parti.
“Solo all’interno degli stessi atteggiamenti gli uomini entrano in comunicazione gli uni con gli altri, comprendendosi reciprocamente. Se gli atteggiamenti sono diversi, l’uno vive, pensa, agisce passando accanto all’altro senza toccarlo. Finché gli atteggiamenti stanno l’uno accanto all’altro come sfere di vita e di esperienze diverse, una visione del mondo può benissimo affermare l’atteggiamento singolo, assolutizzarlo e isolarlo, e da esso negare gli altri”. (4)
Si tratta di due estremi manichei lontani tra loro e uniti da una gamma di grigi infinita, ognuno dei quali, a rotazione, ci investe di sé imponendoci la modalità di relazione che gli è propria, garbata e attenta o arrogante e egocentrica.
Tralasciando per comodità di esposizione il lungo spettro meticcio che contiene tutti noi e tutti i casi, è qui opportuno fare riferimento ai soli due estremi opposti ma puri. Come la prima modalità, quella dell’ascolto, implica la scoperta dello stato dell’altro e quindi la valutazione se e come procedere nell’interlocuzione, la seconda, gradassa, non si cura dello stato intimo dell’interlocutore e come una testa d’ariete pretende di entrare in dialogo secondo il criterio messo in campo.
La prima modalità riferisce la legittimazione del prossimo, perciò di quello che dice, che pensa, che chiede, che non capisce, che sente, senza la pretesa di conoscerlo e farlo proprio e senza affidarsi al proprio giudizio per definirlo. Vedi anche le tassonomie scientifiche o la classificazione di psico-patologie, pronunciate le quali diventa istantaneamente vero che quell’insetto è “X” e qualcuno è affetto da “Y”. È un corredo di rispetto, assente nella seconda modalità.
Il massimo rischio di contrasto e conflitto tra le parti appartiene a quest’ultima, la cui matrice ha radici profonde nell’ipertrofia dell’ego, gonfiato tanto dalla povertà di spirito quanto dall’erudizione, comunque sempre sospinta dall’indiscussa convinzione che la nostra modalità e visione del mondo, sia corrispondente a quella altrui, sostenuta dalla certezza che le nostre parole e i nostri segni comportino il medesimo significato anche nell’interlocutore.
Le persone corrispondono a stati variabili, soggetti a mutamenti in funzione del personale modo di vivere e reagire nei confronti di qualsivoglia evento in cui sono coinvolte fisicamente e psicologicamente. È il loro vissuto che ne determina la condizione. Muoversi verso il prossimo ignorando che una semplice battuta di spirito possa innescare una reazione a nostro parere, nel bene e nel male fuori luogo, è quanto, in tutti i suoi gradi meticci, ordinariamente avviene. Urtando un passante non sapremo mai prima se questi reagirà scusandosi con noi come se ne fosse stato il responsabile o se ci aggredirà con improperi e cacciavite alla mano.
Reazioni imprevedibile e negative avvengono anche quando ci si approccia con intenti di chiarezza e autenticità che, invece di essere apprezzati vengono intesi come offese alla propria sensibilità. Un urto perturbante o deflagrante può avvenire anche incontrando un concetto o una prospettiva sul mondo estranei alla nostra biografia. Se vissuti come una minaccia alla stabilità e continuità saranno rifiutati.
L’incommensurabilità tra noi e ciò che ci risulta irriducibile alla nostra unità di misura morale, cognitiva ed esperienziale – ordinariamente fattrice di ombre a sostegno della nostra biografia, che scambieremo per verità – se vissuta con atteggiamento di esplorazione e conoscenza, da interruzione tra noi e il mondo altrui diviene laccio vitale con il diverso e l’ignoto. Un atteggiamento auto-educativo capace di elevarci da noi stessi, dal nostro piccolo mondo su misura e permetterci di riconoscere il cangiare di ogni orizzonte nostro e altrui come lo stato della conoscenza stessa. Le cose si muovono. E noi anche. Movimento il cui deus ex machina è l’interesse personale, bieco o nobile, ma sempre simile a un pozzo buio, in fondo al quale sparisce ogni contraddizione, incoerenza e peccato, e che spinge su, alla luce, tutto il necessario all’impalcatura della nostra vanità, coerenza, onestà, serietà, attendibilità e rispetto.
Il permesso di accesso che l’altro ci offre passa attraverso la legittimazione che sente venirgli offerta da noi. Nella legittimazione autentica, profonda, è inclusa o ne è sinonimo la pari dignità.
Man mano che ci si allontana da siffatta modalità relazionale, restiamo senza scelta costretti a ritenerci gli eletti. Se ciò, in quanto appena detto, non è sufficiente per rivedere sé stessi, per scoprire che la realtà non è fuori ma dentro noi, che essa è in funzione della relazione che istituiamo di volta in volta, possiamo sfruttare un rosario composto da perle da dipanare in anni, cioè la politica dello stato di Israele nei confronti dei palestinesi e così smettere di pensare di essere diversi e migliori del prossimo, fino a sottrargli la dignità che pretendiamo per noi stessi, perché è lì che porta la strada del credersi eletti.
Farlo non è come dirlo e capirlo non conta nulla, ricrearlo è necessario. Quell’autoeducazione può essere figlia solo di noi stessi e quindi nostra sacra estensione per la quale non servirà più la disciplina dell’ideologia né il manuale della procedura, ma verrà spontaneo e creativo esprimere nel fare ordinario. Far cessare la guerra dei mondi che siamo non è come dirlo perché siamo pregni come spugne raccolte dal mare di una cultura scientista estremamente invasiva.
Avvicinarsi al prossimo è un’arte non un meccanismo. E tutti, più che macchine, siamo artisti.
“Tradizionalmente, il concetto di oggettività scientifica si è basato sul duplice presupposto che la verità di singole, possibili credenze potesse essere controllata una per una, e che tali controlli potessero essere condotti sulla base di evidenze indipendenti dalle credenze stesse”.
[...]
“Per molti osservatori, tuttavia, questi vantaggi hanno un prezzo troppo alto, perché rendono poco chiaro che cosa possa essere l’oggettività. Per molti dei suoi critici, il nuovo movimento ha privato la scienza della sua autorità cognitiva. La sua rappresentazione del modo [in cui] gli scienziati raggiungono le loro conclusioni sulla verità delle osservazioni, delle leggi e delle teorie rende tali conclusioni soggettive o irrazionali, profondamente dipendenti dal tempo, dalla cultura e da interessi particolari”. (6)
“Il resoconto di mondi diversi, costituiti da strutture lessicali incommensurabili, deve essere cautamente esteso a pratiche diverse dalla scienza. C’è un senso in cui ci muoviamo sempre da un mondo a un altro, incommensurabile con il primo. Passiamo da un mondo all’altro come da casa all’ufficio, o all’aula dove facciamo lezione. Non ci sono transizioni “lisce” tra due mondi, e se manchiamo di notare le soglie che di volta in volta attraversiamo facciamo dei danni [...]”. (7)
Note
.1 Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Roma, Astrolabio, s.d., p. 57.
.2 Erwin Schrödinger, L’immagine del mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2017, p. 135
.3 Erwin Schrödinger, L’immagine del mondo, Torino, Bollati Boringhieri, 2017, p. 139-140
.4 Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Roma, Astrolabio, s.d., p. 62.
.5 Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Roma, Astrolabio, s.d., p. 65.
.6 Thomas S. Kuhn, L’incommensurabilità della scienza, Milano, Cortina, 2024, p. 140.
.7 Thomas S. Kuhn, L’incommensurabilità della scienza, Milano, Cortina, 2024, p. 128.


