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La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

di Nicola Bielli - 30/06/2026

La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

Fonte: Come Don Chisciotte

“Britannia rules the waves” di Nicholas Habbe: Britannia – armata di lancia, elmo e scudo in rilievo con le armi reali britanniche – è seduta in una quadriga insieme a Nettuno, armata del suo tridente.
Mentre l’Europa assiste all’ennesima escalation del confronto tra NATO e Russia, una domanda continua a rimanere ai margini del dibattito pubblico: perché il Regno Unito appare spesso più determinato di altri paesi europei nel sostenere una linea di crescente durezza nei confronti di Mosca?
Le spiegazioni ufficiali sono note. Difesa dell’Ucraina, tutela del diritto internazionale, sicurezza europea, contenimento delle ambizioni geopolitiche del Cremlino. Argomenti certamente rilevanti, ma che potrebbero non esaurire il quadro.
Per comprendere le radici profonde della postura britannica occorre forse guardare altrove. Non a Westminster, ma nel cuore finanziario di Londra. Non alle cronache quotidiane della guerra in Ucraina, ma alle strutture di potere che attraversano la storia britannica da secoli.
È qui che la riflessione dell’economista Richard Murphy offre una prospettiva insolita e provocatoria.
Secondo Murphy, uno degli studiosi più noti delle dinamiche fiscali e dei paradisi offshore, la City di Londra non è semplicemente un quartiere finanziario. È una struttura di potere dotata di caratteristiche eccezionali all’interno dello Stato britannico.
La City of London Corporation, che governa lo storico Square Mile, costituisce infatti un’anomalia quasi unica nel mondo occidentale. Le imprese possono votare nelle sue elezioni. Dispone di proprie istituzioni, di una propria polizia e di un accesso privilegiato ai centri decisionali del potere britannico. Formalmente è un’amministrazione locale. Nella sostanza, sostiene Murphy, rappresenta il centro politico di una rete finanziaria globale.
Non si tratta di un semplice retaggio medievale sopravvissuto per inerzia. Secondo questa interpretazione, la Corporation continua a svolgere una funzione precisa: difendere gli interessi del capitale finanziario da qualsiasi forma di controllo democratico che possa limitarne la libertà di movimento.
È una tesi radicale. Ma è proprio partendo da questa tesi che diventa possibile leggere sotto una luce diversa alcune delle grandi dinamiche geopolitiche contemporanee.
Negli ultimi quarant’anni il Regno Unito ha conosciuto una trasformazione economica profonda. Il paese che aveva costruito la rivoluzione industriale ha progressivamente ridotto il peso della manifattura. Interi distretti produttivi sono entrati in crisi. Miniere, acciaierie e cantieri navali hanno lasciato spazio a un’economia sempre più dominata dalla finanza, dai servizi e dalla gestione internazionale dei capitali.
La City è diventata il cuore pulsante di questo nuovo modello.
Londra non esporta più soprattutto beni industriali. Esporta servizi finanziari, assicurazioni, consulenze legali, strumenti di investimento e intermediazione globale.
In altre parole, la prosperità di una parte significativa dell’establishment britannico dipende oggi dalla sopravvivenza di un ordine internazionale fondato sulla libera circolazione dei capitali e sulla centralità delle istituzioni economiche occidentali.
È a questo punto che il discorso economico si trasforma inevitabilmente in discorso geopolitico.
Perché ogni sistema economico sviluppa una propria visione del mondo e una propria concezione della sicurezza.
Storicamente il potere britannico è stato il potere del mare. L’Impero britannico costruì la propria grandezza controllando rotte commerciali, traffici marittimi, assicurazioni e finanza internazionale. Non dominava attraverso la continuità territoriale ma attraverso le reti.
La Russia ha rappresentato per secoli il suo opposto.
Un’immensa potenza continentale, fondata sul controllo dello spazio terrestre, delle risorse naturali e della profondità strategica. Una civiltà geopolitica costruita attorno alla terra, non al mare.
La storia europea è stata in larga misura la storia di questo confronto.
Dal Grande Gioco in Asia Centrale alla Guerra di Crimea, dall’epoca zarista alla Guerra Fredda, Londra ha costantemente guardato alla Russia come al principale rivale continentale.
La fine dell’Unione Sovietica sembrò chiudere quel capitolo ma oggi , però , il conflitto è tornato.
E forse non è soltanto una coincidenza.
Nella lettura proposta da Murphy, la City rappresenta l’evoluzione moderna della tradizionale potenza marittima britannica. Non più una talassocrazia fondata sulle flotte militari e sulle colonie, ma una talassocrazia finanziaria fondata sui flussi di capitale, sui mercati globali e sulla rete offshore che collega Londra alle ex strutture dell’impero.
In questa prospettiva la Russia non appare semplicemente come un avversario geopolitico; rappresenta qualcosa di più profondo: la persistenza di una logica alternativa a quella della globalizzazione finanziaria. Una logica fondata sulla sovranità statale, sul controllo delle risorse strategiche e sulla possibilità di sottrarsi almeno in parte all’influenza dei grandi centri finanziari occidentali.
Da qui nasce una domanda inevitabile.
Se la centralità della City dipende dall’esistenza di un determinato ordine mondiale, cosa accade quando quell’ordine entra in crisi?
L’ascesa della Cina, il rafforzamento dei BRICS, la ricerca di sistemi di pagamento alternativi al dollaro e l’emergere di nuove alleanze eurasiatiche stanno progressivamente erodendo gli equilibri che hanno caratterizzato il mondo successivo al 1991.
Per le élite finanziarie occidentali si tratta di una trasformazione potenzialmente epocale ed è in questo contesto che alcuni osservatori leggono il crescente attivismo britannico nella crisi ucraina.
Londra è stata spesso in prima linea nel sostegno militare a Kiev. Ha sostenuto sanzioni sempre più severe contro Mosca. Ha incoraggiato una postura strategica particolarmente assertiva nel Baltico, nel Mare del Nord e nelle aree di contatto tra NATO e Russia.
Secondo la lettura critica proposta da Murphy, queste scelte non possono essere comprese soltanto attraverso la lente della sicurezza militare.
Esse rifletterebbero anche la necessità di difendere un sistema economico e finanziario che percepisce come minaccia qualsiasi ridimensionamento della propria centralità globale.
Naturalmente questa interpretazione resta oggetto di dibattito. Non esistono prove che dimostrino una regia diretta della City sulle decisioni strategiche britanniche. Né sarebbe corretto ridurre l’intera politica estera del Regno Unito agli interessi della finanza ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il peso che le strutture economiche esercitano sulle scelte geopolitiche degli Stati.
La vera questione, allora, riguarda il futuro dell’Europa.
Se il confronto con la Russia continuerà a intensificarsi, il continente rischia di trovarsi nuovamente intrappolato nella logica dei blocchi contrapposti. Una logica che la storia del Novecento ha già mostrato essere capace di trasformare rivalità economiche e strategiche in conflitti devastanti.
È proprio qui che il ragionamento di Murphy assume una dimensione inquietante.
Quando una struttura di potere percepisce la possibilità di perdere la propria posizione dominante, la tentazione di rispondere attraverso l’escalation può diventare molto forte. Non necessariamente per scelta deliberata, ma come conseguenza di una logica sistemica che identifica la propria sopravvivenza con quella dell’ordine esistente.
La domanda finale rimane dunque aperta.
La crescente tensione tra Occidente e Russia è davvero soltanto una battaglia per la sicurezza europea? Oppure stiamo assistendo anche alla reazione di un sistema finanziario globale che vede minacciata la propria egemonia?
Nel cuore di Londra, dentro quel miglio quadrato che continua a esercitare un’influenza sproporzionata sugli affari del mondo, si trova forse una parte della risposta.
La City di Londra non è semplicemente un centro finanziario. È il cuore di un modello politico, economico e sociale specifico, che potremmo definire finanziarismo oligarchico transnazionale. Secondo Murphy, il problema non è la finanza in sé, ma il fatto che la finanza sia diventata il principio ordinatore dell’intera società. In questo modello il potere non deriva principalmente dal voto, dal lavoro o dalla produzione industriale, ma dalla mobilità del capitale. Chi controlla il capitale finanziario possiede una leva di potere superiore rispetto a quella dei governi democraticamente eletti. La conseguenza è una trasformazione profonda della democrazia. Formalmente le istituzioni democratiche continuano a esistere: si vota, si eleggono parlamenti, si formano governi. Tuttavia, sostiene Murphy, il campo delle decisioni realmente possibili viene ristretto dalla necessità di non disturbare i mercati finanziari. I governi possono cambiare, ma entro limiti definiti dalla reazione degli investitori, delle banche, dei fondi e della City.
Nasce così una sorta di democrazia condizionata. Le elezioni stabiliscono chi governa, ma non determinano pienamente cosa possa essere fatto. La sovranità popolare viene subordinata alla fiducia dei mercati.
In questa prospettiva, il sistema fiscale assume un ruolo centrale. Murphy interpreta la rete offshore britannica non come una deviazione del capitalismo, ma come uno dei suoi strumenti fondamentali. I paradisi fiscali collegati al Regno Unito – dalle Isole Cayman alle Isole Vergini Britanniche, passando per Jersey e Guernsey – permettono ai grandi patrimoni di sfuggire alla tassazione, alla regolamentazione e, soprattutto, al controllo democratico.
Da qui emerge un secondo elemento del modello: la separazione tra ricchezza e responsabilità sociale.
Nella tradizione dello Stato sociale europeo, chi beneficia maggiormente dell’economia contribuisce maggiormente al finanziamento della collettività. Nel modello denunciato da Murphy, invece, il capitale acquisisce la possibilità di sottrarsi a questo patto. Le élite economiche diventano sempre meno dipendenti dal territorio nazionale, mentre i cittadini comuni restano legati allo Stato, ai servizi pubblici e alla fiscalità ordinaria.
Si crea così una doppia cittadinanza implicita; da una parte i cittadini normali, soggetti alle leggi, alle imposte e alle decisioni pubbliche e dall’altra il capitale mobile, che può spostarsi dove desidera, scegliendo la giurisdizione più conveniente e minacciando costantemente la fuga.
Secondo Murphy, questo produce una forma di ricatto permanente. Ogni tentativo di aumentare la tassazione dei grandi patrimoni, rafforzare i diritti dei lavoratori o espandere la spesa pubblica incontra immediatamente l’obiezione che “i capitali se ne andranno”.
Il risultato è uno Stato progressivamente indebolito.
Qui emerge il terzo pilastro del modello: la supremazia della rendita sulla produzione.
Murphy sostiene che la centralità della City abbia spinto il Regno Unito ad abbandonare progressivamente la manifattura e gli investimenti produttivi. Invece di creare nuova ricchezza attraverso l’industria, la ricerca e l’innovazione, l’economia viene orientata verso la gestione degli asset finanziari, la speculazione immobiliare e la valorizzazione del patrimonio esistente. In questo quadro la casa smette di essere un bene sociale e diventa un investimento.
Le città smettono di essere luoghi di vita e diventano portafogli immobiliari. Le imprese vengono valutate più per il loro valore azionario che per ciò che producono. Il capitale cerca rendimenti finanziari immediati anziché sviluppo produttivo di lungo periodo. La società che ne deriva è caratterizzata da crescenti disuguaglianze. Una minoranza collegata ai circuiti finanziari globali accumula ricchezza in misura crescente, mentre salari, servizi pubblici e investimenti territoriali ristagnano. In termini sociologici, Murphy descrive una società divisa tra:
    una ristretta élite finanziaria globale;
    una classe professionale che lavora al servizio della finanza;
    una maggioranza di lavoratori e cittadini che subisce le conseguenze delle decisioni prese altrove.
Da qui deriva anche una crisi della legittimità democratica. Se i cittadini percepiscono che qualunque governo debba comunque obbedire ai medesimi interessi finanziari, cresce la sfiducia nelle istituzioni e nella politica. Per Murphy, infatti, il populismo contemporaneo non nasce soltanto da fattori culturali o identitari ma nasce anche dalla percezione che esistano due sistemi di regole: uno per la popolazione e uno per il capitale globale.
Sullo sfondo si intravede una concezione quasi neo-imperiale del potere britannico. Murphy suggerisce che la fine formale dell’Impero non abbia eliminato le strutture di dominio costruite durante l’epoca coloniale. Esse si sarebbero trasformate in una rete finanziaria globale centrata sulla City, capace di esercitare influenza senza il controllo territoriale diretto.
L’Impero delle cannoniere sarebbe stato sostituito dall’Impero dei flussi finanziari.
Alla fine emerge un modello di società molto preciso, non una democrazia sociale fondata sul lavoro, né uno Stato nazionale che governa l’economia e neppure un capitalismo produttivo orientato all’industria; ma un sistema nel quale il capitale finanziario globale occupa il vertice della gerarchia, lo Stato assume il ruolo di garante della sua libertà di movimento e la democrazia viene progressivamente adattata alle esigenze della finanza. Per Murphy, dunque, la City non è soltanto un luogo geografico nel centro di Londra. È l’espressione istituzionale di un ordine politico nel quale la libertà del capitale viene considerata più importante della sovranità democratica, dell’eguaglianza sociale e dello sviluppo produttivo. Questa è la ragione per cui egli parla non di una semplice riforma, ma di una vera e propria trasformazione costituzionale del rapporto tra finanza, Stato e democrazia.
La Gran Bretagna, e con essa la vecchia Europa , verranno sacrificate da queste élite pur di non metabolizzare la virata ” Telluro-Eurasiatica” della storia?