La crisi delle ideologie e i loro surrogati. Dalle vicende individuali alle piazze in rivolta: che cosa resta oggi della sinistra e della destra
di Paolo Becchi - 25/10/2026

Fonte: Paolo Becchi
Spesso si è definita la nostra epoca come il tempo della morte delle ideologie. E non c’è dubbio che le «grandi narrazioni» del Novecento abbiano esaurito la loro funzione. Erano ideologie politiche totalizzanti, visioni del mondo in conflitto tra loro. Dopo il 1989 e il crollo dell’Unione Sovietica sembrava non esserci più spazio per i «pensieri forti». Ma non si è affermata neppure una visione unica del mondo. Non c’è stata nessuna «fine della storia». Si continua a discutere di destra e sinistra, di fascismo e comunismo, e soprattutto di fascismo e antifascismo. Eppure, quelle vecchie appartenenze non riescono più a spiegare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Indietro non si torna; ma avanti, verso che cosa?
Quando togli le ideologie resta il vuoto. E se c’è una cosa che la politica – perché la politica non è certo scomparsa – detesta è proprio il vuoto. Bisogna riempirlo. Al posto delle ideologie sono così subentrati i loro surrogati. In passato, per spiegare questo fenomeno, avevo preso le mosse da due fatti di cronaca, i casi di Roggero e Fakir. L’orefice che reagisce alla rapina e l’uomo morto dopo un intervento delle forze dell’ordine diventano immediatamente bandiere contrapposte: la destra sta con l’uno, la sinistra con l’altro. Non interessano più la complessità delle vicende né le domande che sollevano. Interessa stabilire da che parte stare. Ma si trattava ancora di episodi individuali, trasformati in simboli politici.
Oggi quel discorso va allargato. Non abbiamo più davanti soltanto singoli casi di cronaca, ma un malessere che ha assunto una dimensione sociale. Le piazze tornano a riempirsi. La protesta è partita dalla Francia, con gli studenti mobilitati contro le condizioni delle scuole, i tagli e la mancanza di prospettive; poi si è estesa al caro-vita, ai servizi pubblici, ai salari che non tengono il passo con i prezzi. Una generazione alla quale si parla continuamente di futuro reclama semplicemente il diritto di averne uno. E anche in Italia, dalle occupazioni scolastiche alle manifestazioni contro il costo della benzina, la pressione fiscale e gli stipendi troppo bassi, la questione sociale è tornata prepotentemente sulla scena.
A Milano, Torino e Bologna una parte di quelle manifestazioni è degenerata in scontri con la polizia, danneggiamenti e scene di guerriglia urbana, con molti giovanissimi e minorenni coinvolti. Sarebbe assurdo confondere chi protesta pacificamente con chi devasta e saccheggia. E sarebbe altrettanto miope pensare che basti distinguere i «buoni» dai «cattivi» per aver capito quello che sta succedendo. Quando si incendia una piazza, quando si spacca una vetrina, quando si distrugge senza neppure sapere bene per costruire che cosa, non emerge una nuova ideologia: emerge, in tutta la sua crudezza, l’assenza di un progetto, il caos.
Ecco il collegamento con la crisi delle ideologie. Le ragioni materiali della protesta esistono e sono serie: precarietà, costo della casa, salari insufficienti, scuole impoverite, mobilità sociale bloccata. Quello che spesso manca è una visione capace di trasformare quelle ragioni in un programma, di dare continuità alla rabbia, di farne una forza collettiva organizzata. Senza questa mediazione politica le mobilitazioni rischiano di diventare fuochi di paglia. Divampano, fanno rumore, lasciano dietro di sé macerie e poi si spengono. Alla volontà di cambiare il mondo subentra talvolta la voglia di distruggerne un pezzo, tanto per distruggere. Il nichilismo che prima affiorava nei comportamenti individuali può così manifestarsi anche nella piazza.
Alle tradizionali rivendicazioni sociali si aggiunge intanto il timore della guerra, e per molti giovani persino quello di potervi essere trascinati. Si protesta contro la prosecuzione del conflitto in Ucraina e contro quanto avviene a Gaza, dove nelle piazze risuona anche l’accusa di «genocidio». Una parte dei manifestanti guarda con crescente sfiducia alle risorse destinate agli aiuti militari a Kiev, si interroga sulla loro gestione e sugli scandali di corruzione che hanno interessato l’Ucraina. I governi europei invece rivendicano il sostegno a un paese “aggredito” dalla Russia; chi scende in piazza domanda invece perché si trovino sempre nuovi fondi per le armi mentre sembrano mancare quelli per scuole, case, ospedali, servizi e salari. Sono questioni diverse, certo, ma nel vissuto di chi protesta si intrecciano in una sola domanda: quale futuro ci state preparando?
In questo clima si colloca anche la mobilitazione sindacale. La CGIL, con la manifestazione romana del 17 ottobre promossa insieme alla rete della «Via Maestra», ha rimesso al centro lavoro, welfare, casa, salari, precarietà e pace. È il tentativo di dare una forma riconoscibile a domande sociali che attraversano il paese, anche se nascono in luoghi e con modalità differenti. Ma il punto è proprio questo: una mobilitazione sindacale, per quanto importante, non coincide automaticamente con un movimento spontaneo di giovani. Né basta convocare una manifestazione per offrirgli una direzione politica. Il vuoto resta, e non è detto che le organizzazioni tradizionali siano ancora capaci di colmarlo.
Nel campo progressista, nel frattempo, ha preso piede il politicamente corretto, divenuto quasi una nuova «religione» della sinistra. Dimentica dell’esperienza del movimento operaio, una parte della sinistra ha spostato il proprio baricentro dai diritti sociali ai diritti civili e alle “questioni di genere”. Si discute di linguaggio inclusivo, di quote rosa, di “uova fecondate“ e di medici che invece di pensare a guarire dovrebbero aiutare a morire; assai meno, almeno nel dibattito politico che occupa la scena, di un giovane che lavora e non può permettersi una casa, di una famiglia che non arriva alla fine del mese, di una scuola che non assicura più un reale ascensore sociale. Non voglio negare l’importanza dei diritti civili, né sostenere che qualcuno debba rinunciarvi. Il problema nasce quando diventano il surrogato di una politica sociale che non c’è più. Alla fine, si rischia di sorvegliare le parole e di non vedere le cose.
Anche nel campo conservatore è successo qualcosa di analogo. La destra si reggeva tradizionalmente su tre pilastri: Dio, patria, famiglia. Di Dio ci si ricorda in occasione delle festività, della patria soprattutto quando si parla di esercito e forze dell’ordine, della famiglia quando se ne difende l’«identità» a parole, senza mettere le giovani coppie nelle condizioni di avere un’abitazione, un lavoro stabile e, se lo desiderano, dei figli. Anche qui occorreva un surrogato ed è stato trovato nella sicurezza: non più un progetto condiviso di nazione, ma un’emergenza permanente alla quale rispondere con nuovi divieti, nuovi reati e nuove pene.
È esattamente questa la logica che riaffiora nella risposta agli ultimi disordini. Dopo il decreto sicurezza del 2025 e quello del febbraio 2026, il Consiglio dei ministri ha approvato il 20 ottobre un ulteriore decreto-legge: nuove fattispecie penali legate alla violenza nelle manifestazioni, estensione del fermo preventivo anche a determinate situazioni che coinvolgono minorenni, maggiore responsabilizzazione dei genitori per i danni provocati dai figli. E poi i militari nelle strade: cinquecento militari in più destinati a Milano per il controllo del territorio. Ma bisogna chiedersi se l’aggiunta di un reato, di una pattuglia o di una misura preventiva possa davvero rispondere al disagio che ha riempito quelle piazze. Un problema sociale non scompare perché lo si trasforma in un problema di ordine pubblico.
La destra sembra così trovare la propria identità nella promessa di reprimere il disordine, la sinistra nel moltiplicare battaglie simboliche e nel discutere di alleanze, campi larghi e primarie. Entrambe, a modo loro, mostrano quanto sia difficile tornare alla questione materiale dell’esistenza, alla vita quotidiana con i suoi bisogni da soddisfare: il lavoro, la casa, la scuola, la salute, la possibilità di immaginare un domani. Ed è proprio su quel terreno che una generazione senza futuro cerca oggi, confusamente, di farsi sentire. Se la politica non sa darle una risposta, la risposta può diventare soltanto una fiammata di rabbia. Ma le fiammate non costruiscono nulla.
Beninteso, non intendo sottovalutare né il diritto alla sicurezza né i diritti civili delle persone e dei gruppi esposti alla discriminazione. È proprio l’averli trasformati in surrogati della destra e della sinistra che ha finito per contrapporre il «diritto alla sicurezza» alla «sicurezza dei diritti», quando abbiamo bisogno di entrambi. E abbiamo bisogno anche di qualcosa di più: di una politica capace di affrontare la questione sociale e di dare un senso collettivo alla protesta. Altrimenti l’autunno caldo, anzi caldissimo, che è già cominciato rischia di lasciare soltanto cenere. Chissà che da questo vuoto non nasca qualcosa di diverso. Ma perché accada bisognerà smettere di scambiare i surrogati per le idee e la distruzione per il cambiamento.
