La democrazia che muore di virtù
di Roberto Pecchioli - 08/03/2026

Fonte: EreticaMente
Nessuno può più credere alla verità del regime chiamato democrazia liberale rappresentativa. I tre termini, come le scritte sul palazzo del Partito nel romanzo 1984, vanno lette al contrario. Il potere del popolo (democrazia) sfuma nel dominio di poteri non eletti (finanza, economia, tecnostruttura, organizzazioni transnazionali) e nell’evidenza che i resti della volontà popolare sono sequestrati da cricche partitiche e oligarchie burocratiche. Liberale ha smesso di essere un aggettivo attinente alle libertà, trasformandosi nella legittimazione della privatizzazione del mondo e dell’esclusione di qualunque limite economico, morale, comportamentale. Quanto poco il sistema rappresenti i cittadini è dimostrato dall’erosione continua dei votanti, oltreché dalle trappole normative, dagli sbarramenti da superare per ottenere almeno un diritto di tribuna nei parlamenti, dalle innumerevoli difficoltà pratiche frapposte alla partecipazione al dibattito pubblico. La sedicente democrazia è in tutto plutocrazia, dominio del denaro: il nudo volto della “società aperta”, sbarrata a chi non ne condivide i presupposti, teorizzata da Karl Popper.
L’ultima prova è la frenesia bellica delle oligarchie, nonostante l’evidenza del dissenso popolare. L’attuale guerra in Iran svela un’ipocrisia intollerabile dei gerarchi dell’UE. Impotenti sul piano militare, neppure avvertiti da Israele e Usa di quanto stava per accadere, hanno emesso un comunicato che segnaliamo ai comici di Zelig. Condannano la risposta iraniana contro “Stati sovrani” (i bombardamenti a basi e interessi statunitensi nelle varie monarchie arabiche) ma non l’aggressione contro l’altrettanto sovrano Iran. Sarebbe divertente, se non parlassimo di tragedie, rilevare il grado di servilismo della stampa e della “cultura” delle democrazie liberali, unanimi contro l’Iran a cui vengono giustamente imputate violazioni dei diritti civili e politici non certo minori di quelle che avvengono quotidianamente in Arabia Saudita, negli Emirati e negli altri Stati “sovrani “– posso ridere? – dell’area. Pieni di basi americane, vetrine del lusso e della tecnologia, miracolati dal petrodollaro, sostenuti dal lavoro semi schiavo di milioni di immigrati senza diritti, stivati in orrendi dormitori ben distanti dalle luci del varietà tecno finanziario. Paesi dominati da corrotte aristocrazie di sangue in cui non è rispettato alcun canone della sacra democrazia occidentale. Che importa: stanno con noi, sbiancano i nostri affaracci, permettono di concludere business all’ombra di grattacieli climatizzati, sono comodi rifugi per ricconi che l’hanno fatta grossa dalle nostre parti.
Una premessa per una riflessione sulla bancarotta delle democrazie liberali che vivono un paradosso crescente: si presentano come garanti delle libertà civili, ma moltiplicano i meccanismi normativi che limitano, controllano e regolano il comportamento individuale e collettivo. Le misure liberticide non vengono mai presentate per quello che sono –restrizioni, obblighi, divieti – sistematicamente giustificate in nome di principi postulati come superiori: salute, sicurezza, lotta all’odio, solidarietà, tutela dell’ambiente, eccetera. Il sistema si dice neutrale in termini valoriali e assiologici, ma legittima sé stesso in termini di virtù: uno stato etico di nuovo conio. Il procedimento mille volte replicato funziona così: si introduce una restrizione (divieto, tassa, obbligo, sorveglianza). Questa viene giustificata da un valore morale presentato come ovvio, auto evidente: salvare vite umane, proteggere i bambini, difendere il pianeta, accogliere i rifugiati. Il potere è rafforzato mentre il dissenso è neutralizzato, respinto nell’immoralità e nella malvagità. Il ricorso costante alla virtù per giustificare l’estensione della sfera normativa spiega la difficoltà di critica, screditata perché irresponsabile, insensibile, estremista (?). La mutazione scaturisce dalla perdita di sovranità esterna degli Stati: moneta, commercio, diplomazia, difesa, confini. I poteri sono stati trasferiti a organismi sovranazionali (UE, BCE, NATO, OMS). I governi nazionali, privati di sovranità reale, giustificano la propria persistenza con la bulimia legislativa interna a carico dei cittadini-sudditi. Meno uno Stato è sovrano, più diventa esigente: compensa l’impotenza internazionale con il controllo soffocante sui comportamenti privati sino alla coercizione, producendo una forma di totalitarismo soffice, in cui la libertà è sospesa in nome di motivazioni virtuose, il contrario della pretesa liberale.
Il dispotismo morbido sembra funzionare meglio con governanti progressisti, paladini della nuova moralità invertita. In nome dell’uguaglianza, dell’inclusione, della lotta alla discriminazione e della salvezza ambientale, producono norme e idee che inquadrano, monitorano, correggono le condotte pubbliche e private. Eredi del messianismo politico che un tempo mirava a liberare l’umanità estendendo diritti collettivi, hanno trasformato lo stato sociale protettivo in stato tutelare invadente, incaricato non di ridistribuire la ricchezza, ma di rettificare comportamenti, disciplinare abitudini, censurare opinioni in nome delle nuove virtù. Qualsiasi dissenso è sospetto: opporsi alla norma fa apparire retrogradi, reazionari, innanzitutto immorali. I conservatori (liberali quanto i loro deuteragonisti) non sono troppo diversi. Laddove gli uni invocano uguaglianza, gli altri strologano di ordine, stabilità, sicurezza. Entrambi convergono verso lo stesso risultato: la proliferazione rizomatica di regole che soffocano la società e schiacciano la persona.
L’esempio dell’UE è illuminante: dal vincolo esterno al potere della finanza sino al Green Deal o al Digital Services Act, l’oligarchia esercita un potere che trasforma la prassi formalmente democratica in pilota automatico con il consenso trasversale delle grandi famiglie politiche. Il dispotismo soft è la bandiera del regime declinante della democrazia liberale postmoderna; la virtù giustifica la continua crescita del controllo, ossia la progressiva riduzione delle libertà. Un ambito in cui questo dispositivo si manifesta con evidenza è l’immigrazione. I governi invocano costantemente la virtù umanitaria: accogliere i rifugiati, assistere i migranti, praticare la solidarietà. Giustificazioni morali che diventano trappole indiscutibili, alibi per legittimare politiche disastrose.
Gli effetti concreti dell’immigrazione incontrollata si manifestano nell’aumento della criminalità, dell’insicurezza, nell’aver sfigurato e diviso le società ospitanti. I servizi di sicurezza sono mobilitati secondo una logica di emergenza permanente, con la sorveglianza capillare degli spazi pubblici, da cui sono escluse le sempre più numerose enclavi etniche lasciate a sé stesse. In nome della virtù umanitaria l’Europa ha aperto le frontiere, ma ha aumentato l’apparato di sicurezza. Telecamere, droni, tecnologie di riconoscimento biometrico incombono: il Grande Fratello ti guarda, o meglio la virtù proclamata – la generosità verso gli immigrati – in realtà rafforza il controllo sugli europei. Il modello si può definire ipocrisia virtuosa: senza riconoscere la perdita di sovranità reale, gli Stati moltiplicano l’invadenza nella sfera quotidiana dei connazionali, regolamentano, burocratizzano, rendono illegittime le condotte più ordinarie. Viene invertita la regola liberale: è vietato tutto ciò che non è esplicitamente permesso, non è più permesso tutto ciò che non è esplicitamente proibito.
Il dispotismo moralistico non richiede brutalità: agisce in nome della salute, della sicurezza, dell’uguaglianza, dell’ambiente, della solidarietà umanitaria, alibi della frenesia regolatrice contro la vita privata. L’ingranaggio infernale alimenta l’illusione di un potere protettivo, in realtà esigente, accigliato, nemico. La stretta della costrizione è mascherata da virtù, ultima giustificazione delle democrazie postmoderne che sacrificano la libertà per celare l’impotenza. Non è una novità che regimi fragili o illegittimi tendano a rifugiarsi nella retorica morale. Più fabbricano gabbie, più invocano la virtù. Più invadono le libertà, più affermano di proteggere la salute, l’uguaglianza, l’ambiente, la sicurezza, gli ultimi. È uno scudo permanente, un ricatto che permette di nascondere la sfera del controllo e del divieto, neutralizzando il dissenso dichiarato preventivamente immorale o criminale. Il dovere del pensiero critico è smascherare la logica ipocrita che veste di virtù la coercizione. L’obiettivo è ristabilire un’autorità chiara al vertice con funzioni sovrane: difendere i confini, amministrare la giustizia, garantire la sicurezza, tesa a rivitalizzare le libertà concrete: libertà di espressione, rispetto della sfera privata, rilancio delle comunità locali. Autorità in alto, libertà in basso, la massima di Charles Maurras; la cornice di un progetto comunitario deciso a restituire dignità di uomini e donne liberi.
Purché siamo ancora in tempo: il dubbio è legittimo. La parola democrazia sopravvivrà alla sua esistenza reale? Potremmo chiamare con quel nome ancora per anni un sistema diventato perfetta dittatura. Le parole talvolta sopravvivono ai concetti che designano. Noi concepiamo la democrazia liberale non come un sistema di organizzazione politica, ma come l’unico legittimo, universale oltre tempi e luoghi. Siamo incapaci di riconoscere che, come ogni invenzione umana, è il prodotto di circostanze e condizioni particolari. Nella fattispecie, di parte dell’Europa e dei popoli da essa improntati in situazioni specifiche di sviluppo industriale, base intellettuale e omogeneità culturale. Non funziona ovunque o per ogni popolazione. In particolare, la democrazia non sopravvive a sé stessa nella società multiculturale, in cui le persone non votano secondo i propri interessi economici e sociali, ma in base alla razza e alla religione. Un concetto diventato incomprensibile all’uomo occidentale contemporaneo che si vanta della propria indifferenza etnica. Ancora per un certo periodo continuerà a votare per ideologia e secondo gli interessi economici percepiti.
Non è così per le popolazioni con cui condividiamo ormai il medesimo spazio territoriale e politico, diventati “cittadini” per la distorsione del concetto, in origine legato ai “figli della Patria” (enfants de le patrie”). È una partita persa se non comprendiamo la realtà. Se tutti i gruppi che compongono una società multiculturale, tranne uno, agiscono politicamente a sostegno dei propri connazionali o correligionari, quel popolo ingenuo, prigioniero dell’astrazione moralistica, sarà sconfitto. Un gioco in cui l’individualismo liberale è perdente. Siamo ancora lontani dalla democrazia tribale, ma ci stiamo avvicinando; per nostra scelta e per aver accettato una democrazia formale, moralistica, specchio deformato di una virtù invertita. La dissoluzione della popolazione nativa sta già rendendo la sostituzione demografica – negata per moralismo ideologico – un elemento centrale del processo di formazione del consenso, anche elettorale. È sperabile che la propaganda, unita alla relativa prosperità residua, non ci spinga oltre il baratro. Esiste ancora l’istinto di sopravvivenza, o è stato travolto dall’ astratta ragione universalista? I messaggi sentimentali stanno fortunatamente perdendo influenza sul cuore dei popoli. Basterà per sconfiggere la finta democrazia neo-virtuosa, o moriremo senza un gemito?

