La Groenlandia tra geopolitica ed eugenetica
di Sandro Buganini - 14/01/2026

Fonte: Italicum
Le esternazioni della nuova amministrazione Trump hanno fatto riscoprire a buona parte dei popoli della terra l'esistenza della Groenlandia. L'intenzione reiterata del presidente Usa di voler comprare l'isola più grande del mondo, formalmente parte della Danimarca, già formulata nel 2019 ha riportato alla luce l'importanza strategica di quel territorio, oggi ancor più importante alla luce dei cambiamenti climatici, che determinano lo scioglimento di una parte della calotta artica e dunque aprono alla creazione di nuove rotte navigabili. In futuro le navi non dovranno più percorrere le lunghe rotte che costeggiano la Russia o il Canada, ma potranno prendere una scorciatoia che taglia il Polo Nord. E così passeranno proprio davanti alla Groenlandia, permettendo di far risparmiare tempo (da una a due settimane) e carburante nei collegamenti tra l'Europa e l'Asia rispetto al classico percorso attraverso il Canale di Suez. Questo spiega bene, assieme all'importanza militare, il valore dell'isola. Il tentativo di acquisizione, per altro, non è stato appannaggio del solo Trump, ma ha notevoli precedenti storici. Il primo tentativo americano di comprare l'isola risale al 1867, quando il segretario di stato Seward, che aveva già acquisito l'Alaska, fece la proposta alla Danimarca, ma fu poi bloccato dal parere negativo del Congresso. Nel 1946 poi, (avendola già occupata militarmente per sottrarla ai tedeschi), l'amministrazione Truman ci riprovò, offrendo 100 milioni di dollari, rifiutati ancora una volta. Oggi attorno a questi vasti ghiacci ed alla poca terra, su cui vivono meno di cinquantasettemila persone, molte delle quali nativi Inuit, si giocano gli interessi geostrategici ed economici che coinvolgono gli imperi statunitense, russo e cinese. Cercheremo di approfondire sia questi aspetti sia quello strettamente umano, in riferimento al trattamento ricevuto dai nativi sin dagli inizi della colonizzazione danese, sopratutto daremo uno sguardo ai soprusi ed ai crimini che queste popolazioni hanno dovuto subire da parte degli europei.
La Groenlandia oggi è formalmente una nazione del Regno di Danimarca, ma ha intrapreso da tempo diverse iniziative verso l’indipendenza, culminate nel referendum del 2008 a favore dell’autogoverno, che ha dato al paese estesa autonomia, con la possibilità di autogovernarsi e prendere decisioni indipendenti per quanto riguarda la politica interna.
Il controllo della Danimarca sulla Groenlandia era iniziato nel 1775, quando l’isola divenne una colonia danese, da allora le fu concessa una parziale autonomia solo nel 1979. Prima di allora aveva goduto di un breve periodo d'indipendenza durante l’occupazione della Danimarca, durante la quale la Groenlandia permise al governo statunitense di costruire aeroporti e basi militari sul proprio territorio.
L’interesse internazionale nei confronti dell’Oceano Artico è dovuto sia alla sua posizione strategica di collegamento tra Asia, Europa e Nord America, sia alla presenza di notevoli risorse non ancora sfruttate. Secondo il Geological Survey statunitense, nelle aree intorno all’oceano Artico sarebbe presente la più grande riserva di petrolio e gas del mondo, contenente il 13% delle risorse inesplorate di petrolio, il 30% di quelle di gas naturale e il 20% di quelle di gas naturale liquefatto, ma anche sei milioni di tonnellate di grafite, 36 milioni di tonnellate di terre rare, 235mila tonnellate di litio, rame ed altri metalli.
Al di là del colonialismo danese, sta di fatto però che la Groenlandia non ha niente a che fare con l'Europa, ma appartiene geograficamente al continente nord americano ed è territorio cruciale per la sicurezza militare atlantica. Se si guarda la Terra dall’alto, la Groenlandia appare come un baluardo a difesa degli Stati Uniti. Un baluardo di difesa dall’oriente, dalla Russia e dalla Cina. Questa geografia si rivelò importante durante la seconda guerra mondiale, quando la Danimarca era sotto l’occupazione nazista e gli Stati Uniti sorvegliavano l’Atlantico in cerca di sottomarini tedeschi proprio dalla Groenlandia, da cui gestivano anche i rifornimenti. Una geografia determinante durante la guerra fredda, quando furono installate sulla calotta glaciale le stazioni radar che avrebbero avvisato Washington di eventuali attacchi sovietici. E questa posizione geografica è importante anche oggi. Sull'isola già esiste una grossa base statunitense, quella di Pituffik, un tempo nota come «base aerea di Thule». E' la base militare più a nord degli Stati Uniti, nonché l'unica di questa ampiezza sul territorio artico. La Groenlandia è uno dei luoghi più isolati al mondo, per nove mesi all'anno è bloccata dai ghiacci. Rimane raggiungibile solo tramite aereo, per tutto l'anno, anche quando, per tre mesi, il sole non sorge mai e lascia la base avvolta nell'oscurità del grande nord. In questo luogo, oltre a volpi artiche, lepri artiche, buoi muschiati e orsi polari, stazionano circa 150 uomini delle forze aeree e spaziali statunitensi, oltre ad alcuni cittadini danesi e groenlandesi. Dopo l'inaugurazione della base nel 1951, due anni dopo nel 1953, tutti i residenti Inuit furono costretti a spostarsi 130 chilometri più a nord, nel villaggio di Qaanaaq. La base ospita oggi una parte sostanziale della rete globale di sensori di allerta missilistica di Space Delta 4 e sensori di sorveglianza e controllo spaziale di Space Delta 2, che forniscono conoscenza spaziale e capacità avanzate di rilevamento missilistico alla United States Space Force e ai partner congiunti.
Nel 1946 le basi americane erano diciassette, poi tutte abbandonate. In particolare va ricordato Camp Century, costruito nel 1959, oggi dimenticato sotto metri di neve e ghiaccio. Era stata una vera e propria cittadella, facente parte del progetto Iceworm, una base dove si custodivano un gran numero di missili nucleari antisovietici. Fu abbandonato per l'impossibilità di gestire i movimenti dei ghiacci. Si prevede però che nei prossimi anni, con lo scioglimento della calotta, riaffioreranno migliaia di chili di rifiuti radioattivi, carburante e piombo, che minacceranno di contaminare fortemente l'ambiente. Questo pericolo, che incombe sulla comunità internazionale, pone di nuovo al centro la questione dell'uso militare dei territori e del loro sfruttamento senza regole. Motivo in più per gli States di conquistare queste terre e mettere a tacere qualsiasi critica da parte del mondo.
La globalizzazione
Globalizzazione ha sempre significato controllo delle rotte e dei colli di bottiglia che dividono gli Oceani, come gli stretti di Hormuz, di Malacca o il canale di Panama. Prima i romani, poi gli inglesi, oggi gli statunitensi hanno dimostrato come si garantisce la stabilità del commercio globale, cioè con il controllo strategico, che permette la superiorità militare. Tuttavia le nuove sfide geopolitiche, come la competizione con la Cina o la ricerca di un mondo più multipolare, potrebbero in futuro ridefinire scambi e controllo internazionali. Ad oggi la supremazia marittima americana rimane un elemento centrale della globalizzazione, anche se il suo predominio è sempre più contestato sul pianeta. Con oltre 750 basi militari sparse nel mondo, gli Usa possono intervenire rapidamente in qualsiasi luogo. In tal senso gli Stati Uniti, con la loro politica imperialista, cercano di rafforzare il controllo sull'isola artica per contrastare l'influenza di Cina e Russia. La Groenlandia rappresenta un perfetto esempio di “soft imperialism”, con gli States che cercano di esercitare un'influenza sempre più marcata pur senza un'occupazione diretta. In tal senso nel 2020 Washington ha aperto un consolato a Nuuk, capitale della Groenlandia, segnando un passo tattico importante di avvicinamento all'isola. Nello stesso tempo gli americani stanno finanziando grossi progetti infrastrutturali e minerari.
La Russia
La fine della Guerra Fredda a suo tempo aveva aperta un'era di cooperazione tra gli otto stati costieri: Norvegia, Danimarca (attraverso il territorio autonomo della Groenlandia), Svezia, Finlandia, Russia, Stati Uniti, Canada e Islanda. Ma il Consiglio Artico, che riunisce questi Paesi dal 1996, ha perso da tempo la sua capacità di agire, soprattutto dopo l'intervento russo in Ucraina nel 2022. La faglia geopolitica è assolutamente di tipo militare, poiché sette degli otto paesi della regione fanno parte della Nato. Oltre il 50% della costa artica è russa e Mosca sfrutta la zona da decenni. Oggi più dell'80% del gas russo e il 60% del petrolio russo vengono prodotti nell'Artico.
Così Mosca gioca un ruolo importante nella geopolitica locale: Mosca ha rafforzato la sua presenza militare nella regione costruendo nuove basi e riattivando infrastrutture della guerra fredda. Ad oggi però sembra dare sponda all'amministrazione Trump dichiarando che gli Usa hanno un diritto “storico” nel rivendicare la proprietà dell'isola, un po' per assecondare lo scollamento politico dell'egemone dall'Europa, un po' per sottolineare come anche l'Ucraina sia storicamente da ritenere sfera d'influenza russa. Dicendo questo, nel contempo, il Cremlino attacca l'Europa, sopratutto gli scomodi nuovi membri come Finlandia e Svezia, accusati di interessi sull'area. E Putin dichiara: “Mosca è pronta a collaborare non solo con gli Stati Artici, ma con tutti coloro che condividono la responsabilità per un futuro stabile e sostenibile e possono prendere decisioni equilibrate per i decenni a venire”. Parola di Zar.
La Cina
Contemporaneamente agli odiati cugini, la Cina è uno dei principali attori economici interessati a queste terre. Pechino ha cercato di investire in miniere di terre rare ed ha promosso il concetto di “Via della seta Polare” per aumentare il proprio accesso all'area, anche se la stessa Copenaghen ha ostacolato molti di questi progetti. Nel 2016 la Cina aveva già dimostrato il suo interesse nei confronti della Groenlandia offrendosi di acquistare una base navale abbandonata: il governo danese aveva rifiutato per non compromettere i propri rapporti con gli Stati Uniti, decidendo di rimetterla in funzione come deposito di materiale e sede di addestramento. La Cina inoltre possiede già delle miniere di uranio e metalli in Groenlandia e una università statale cinese ha recentemente annunciato che vi costruirà un’antenna per fare ricerca. L'ascesa di Pechino nell'Artico è ovviamente vista con sospetto da Washington e già a luglio dello scorso anno, il Pentagono aveva messo in guardia contro un'accresciuta cooperazione sino-russa nella regione.
La Danimarca
In questo scenario qual è il rapporto della Groenlandia con la Danimarca?
La Grande Isola è stata una colonia della Danimarca dal 1721 fino al 1953, anno in cui è diventata parte integrante del Regno di Danimarca, pur mantenendo un elevato grado di autonomia. Nel 1973, con l’ingresso della Danimarca nell’Unione Europea, anche la Groenlandia è entrata a far parte dell’UE, per poi uscirne nel 1985 a seguito di un referendum. È stato il primo caso di ritiro di un Paese dall’Unione europea, una sorta di precursore della Brexit. A dettare la decisione dei groenlandesi, soprattutto la volontà del territorio di affermare la propria indipendenza. A causa del passato coloniale dell’isola, erano infatti in pochi a vedere di buon occhio l’idea di cedere sovranità ad un organismo sovranazionale. La Groenlandia, poi, per le proprie specificità sociali e geografiche, si vedeva come molto distante dal continente e vedeva l’Europa come una minaccia all’identità etnica della regione. Per non parlare poi della questione pesca: come società basata interamente sulla pesca, i groenlandesi ritenevano umiliante dovere chiedere alla Comunità europea il permesso di pescare al largo delle proprie coste. Così si decise per l’uscita, che fu approvata ufficialmente dalla Comunità europea il 22 febbraio 1983.
Da allora iniziarono i negoziati con Bruxelles per definire tutti gli aspetti pratici dell’abbandono. Le trattative portarono al cosiddetto Trattato sulla Groenlandia, che entrò in vigore però solo due anni dopo, il 1° gennaio 1985. Con questo furono di fatto emendati i trattati esistenti e l’isola venne riconosciuta come territorio speciale di uno Stato membro, che ha anche una relazione speciale con la stessa Unione europea. Questa relazione speciale si basava soprattutto su un accordo tra le due parti sulla pesca: da un lato l’Unione europea manteneva i propri diritti di pesca nelle acque della Groenlandia, mentre la Groenlandia dall’altro lato manteneva la possibilità di esportare pesce nell’Ue senza dazi doganali. All’isola, per via della sua specificità, veniva poi riconosciuto il diritto di agire separatamente dal resto della Comunità nell’interesse del Paese, pur senza danneggiare gli Stati europei.
Il cammino della Groenlandia verso l’autonomia era in realtà già iniziato nel 1979 con l’introduzione dell’Home Rule, che aveva istituito un governo e un Parlamento locali con competenze in materia di affari interni. Nel 2008 il referendum aveva ulteriormente ampliato l’autonomia dell’isola attraverso il Self-Government Act entrato in vigore nel 2009. Questo rafforzò il potere legislativo ed esecutivo del governo groenlandese, in particolare nel settore delle risorse naturali. Dal 2013, la Groenlandia ha compiuto un ulteriore passo verso l’indipendenza aprendo le porte agli investimenti esteri nei settori dell’estrazione di uranio e terre rare, prima di esclusivo controllo danese. La Danimarca, tuttavia, continua a gestire gli ambiti di difesa, politica estera e sicurezza. Non a caso nel gennaio 2024, il governo danese aveva annunciato lo stanziamento di 2,74 miliardi di corone danesi (circa 400 milioni di dollari) per rafforzare la presenza militare nell’area, con l’impiego di droni a lungo raggio e in linea con la politica di difesa congiunta UE-NATO. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno siglato nel 2023 un accordo con la Danimarca per rafforzare la presenza NATO nella regione.
Avvertendo la pressione economica e politica degli Usa, verso la fine dello scorso anno la Danimarca aveva accettato di investire nel progetto di costruzione di due aeroporti in Groenlandia, che serviranno a migliorare sensibilmente il sistema di trasporti del paese, oltre a renderla più facilmente raggiungibile dai voli commerciali e turistici. Prima della proposta di finanziamento da parte della Danimarca, il primo ministro groenlandese aveva chiesto un prestito a banche cinesi statali per finanziare il progetto, attraverso incontri che la stessa Danimarca aveva aiutato ad organizzare. Parte del progetto serviva a un ampliamento dell’aeroporto di Nuuk, la capitale groenlandese in cui vivono 17mila persone e che si trova di fronte alle coste canadesi, che al momento non possono essere raggiunte da tutti i tipi di aerei di linea. Le banche cinesi sembravano essere disponibili ad accettare l’accordo, che avrebbe previsto un prestito equivalente a 555 milioni di dollari. Ma data la grossa somma richiesta in prestito al governo cinese, uno degli scenari futuri possibili era quello che si era già creato in Sri Lanka, dove il governo, incapace di restituire il prestito cinese per la costruzione di un porto, aveva dovuto concedere in affitto il porto e un’area di 60 chilometri quadrati per i prossimi 99 anni, per iniziare a ripagare il debito. Nel caso in cui il governo groenlandese avesse avuto delle difficoltà a ripagare il prestito, la Cina avrebbe così potuto prendere il controllo sulle piste di atterraggio e utilizzarle per aerei da guerra. La prospettiva aveva allarmato il governo degli Stati Uniti e dopo la richiesta di un incontro al ministero della Difesa danese, il governo di Copenaghen aveva approvato il finanziamento di due dei tre aeroporti con il concorso del governo statunitense, che si è offerto prontamente di partecipare con la costruzione di infrastrutture aeroportuali per l’atterraggio di aerei civili e militari. L’offerta di finanziamento della Danimarca seguita all’intercessione statunitense, proponeva un tasso di interesse dell’1%, più basso di quello che i groenlandesi si aspettavano dagli accordi con la Cina. Ovviamente questa proposta è stata però interpretata da alcuni osservatori locali come un evidente tentativo di riaffermazione degli interessi statunitensi ed europei sulla Groenlandia. Le discussioni riguardo a chi avrebbe dovuto finanziare gli aeroporti hanno così fatto perdere al governo l'appoggio della maggioranza in parlamento lo scorso settembre, creando una crisi politica che si è risolta il mese successivo tramite la formazione di una coalizione di minoranza. Il governo groenlandese è infine riuscito a far approvare in parlamento il finanziamento da parte della Danimarca dei due aeroporti solo a novembre, dopo accese discussioni con chi è favorevole all’indipendenza groenlandese e contrario alla presenza delle basi militari statunitensi. Per dare maggior peso e credibilità alla propria azione politica in merito al controllo tattico, nel 2021 il parlamento danese aveva anche approvato il finanziamento dell’addestramento militare nell’Artico. Ma il parlamento groenlandese si è opposto perché non voleva più militari danesi sull’isola. Così il programma di formazione si è dovuto incentrare più sulla protezione e sul salvataggio: guardia costiera, supervisione della pesca, trasporto di malati. Compiti che normalmente non sono svolti dai militari, ma dalla polizia o dalla protezione civile.
Gli Inuit
In questo difficile contesto di tensioni interimperiali, come si colloca una delle popolazioni meno conosciute al mondo, che tutt'oggi mantengono tratti ed abitudini sociali peculiari? Diciamo innanzi tutto che il loro parere, il loro modo di vivere, le loro tradizioni non interessano minimamente alle nazioni che rivendicano diritti territoriali. Anzi, gli europei, sopratutto la colonizzatrice Danimarca, hanno sempre tenuto un comportamento politico di assimilazione forzata, disinteressandosi ai sentimenti dei nativi. A partire dal secondo dopoguerra, l’influenza di Copenaghen si è scontrata con lo stile di vita della popolazione dell’isola. La Danimarca aveva deciso infatti di rivoluzionare l’economia e di avviare un processo di modernizzazione e industrializzazione, che avrebbe avuto un profondo impatto sulle tradizioni Inuit. Fin da sempre, l'economia degli abitanti della Groenlandia si è basata sulla caccia e sulle risorse naturali marine. Gli inuit si sono adattati alle rigide condizioni atmosferiche, conformando il loro stile di vita alla caccia e alla pesca con un’economia su piccola scala e consolidando tradizioni e costumi tramandati per generazioni. Per modernizzare il paese, negli anni ‘70 e ‘80 sono stati invece costruiti grandi impianti nei maggiori centri dell’isola, come a Nuuk, la capitale, verso cui le persone sono state spinte a trasferirsi per trovare nuove opportunità lavorative. La Danimarca introdusse in quel periodo imprese commerciali che pescavano su scala industriale e aggiunse flotte di pescherecci che diedero il via a un processo di profonda trasformazione non solo dell’economia locale, ma anche dello stile di vita degli abitanti dei villaggi tradizionali. Quelli che un tempo erano cacciatori e pescatori individuali, cominciarono a cercare lavoro come operai nei nuovi stabilimenti per la lavorazione del pesce nei centri abitati più grossi, dove si cercava manodopera. Questo ha portato all’abbandono di molti paesini, alcuni dei quali sono stati cancellati dalle mappe, in quanto le persone rimaste erano troppo poche per poter mantenere i servizi cittadini attivi. Le città sono infatti molto lontane l’una dall’altra e a volte raggiungibili solamente con aereo ed elicottero. Molte famiglie indigene si ritrovarono così a vivere in grandi palazzi di cemento a Nuuk, costruiti appositamente per accogliere chi veniva trasferito dai piccoli insediamenti, abbandonando completamente il proprio stile di vita legato alle tradizioni e alla natura. Oggi in Groenlandia, per fare un piccolo-grande esempio di cancellazione culturale, non esiste più neppure una libreria, cancellata dai market e da internet. Un evento apparentemente irrilevante, che è però il sintomo di un importante cambiamento sociale e culturale di chi vive in questo paese. All’inizio dell’anno, infatti, l'Atuagkat Boghandel, cuore pulsante dell’industria libraria della città di Nuuk, ha chiuso i battenti. Fino a quel momento, la libreria aveva svolto un ruolo fondamentale nell’editoria groenlandese e nel mantenimento della cultura Inuit. Fra l'altro, l’addio di Atuagkat non si presenta come un caso isolato, ma anzi come l’ennesima chiusura di un polo di cultura nel Paese. Spazi ormai vuoti, colmati da quei pochi negozi di souvenir e dall’avvento dell‘e-commerce.
Oltre che nelle grandi città dell’isola, molti nativi sono andati a cercare lavoro in Danimarca. Questo cambiamento quasi improvviso è stato devastante per la popolazione Inuit. Nell'arco di una generazione, le persone hanno dovuto adattarsi ad un nuovo stile di vita, che ha sradicato completamente le loro tradizioni, portando ad una forte alienazione e ad una perdita di identità. Questo ha riguardato soprattutto le generazioni più giovani, che si sono trovate in bilico tra due mondi. Il governo danese non ha aiutato minimamente ad arginare questo senso di spaesamento: al contrario, oltre all’urbanizzazione forzata, nel corso degli anni ha cercato di imporre la cultura danese, compiendo anche azioni che hanno violato i diritti umani. Teniamo conto che la popolazione della Groenlandia in gran parte non padroneggia il danese e questo è spesso causa di barriere linguistiche. In particolare negli anni ‘50 è avvenuto un caso che ha fatto scandalo: 22 bambini Inuit sono stati portati via dalle rispettive famiglie e trasferiti in Danimarca con lo scopo di migliorare le loro condizioni di vita. Tuttavia, per loro era proibito parlare la lingua dei padri, lo Kalaallisut, o di avere contatti con la propria cultura. Questo li ha portati a non sentirsi né totalmente groenlandesi né danesi. Una volta adulti e tornati sull’isola, la maggior parte ha sviluppato dipendenze e problemi mentali, che in alcuni casi hanno portato al suicidio. Un altro avvenimento che ha destato scalpore è stato il programma di controllo della popolazione Inuit attuato negli anni ‘60 e ‘70. Questa campagna consisteva nell’inserimento di dispositivi di contraccezione intrauterini nelle donne e nelle ragazze. Molte volte la persona interessata non aveva espresso il suo consenso o non ne era nemmeno a conoscenza. Sono state coinvolte circa 4500 donne. Le gravi conseguenze di questa campagna hanno colpito duramente la salute e la fertilità delle donne Inuit, causando malformazioni, cancro, infertilità e morte prematura. Il tasso di natalità della Groenlandia si è dimezzato in pochi anni, rivelando la portata devastante di questa politica. Nel 2024, il primo ministro groenlandese, Múte Egede, ha definito genocidio questa pratica. Un altro caso di discriminazione riguarda l’affidamento dei bambini Inuit a famiglie o istituzioni danesi. In Danimarca i bambini Inuit sono dati in affidamento sei volte di più dei bambini danesi (5,6 percento rispetto all’1%). Questo perché i genitori vengono sottoposti a dei test psicometrici per valutarne le capacità. Questo test è interamente in lingua danese e non tiene in considerazione le differenze culturali della popolazione Inuit. Inoltre, ai bambini tolti ai genitori, non viene insegnata la loro lingua e cultura, causando un allontanamento dalle proprie origini. Il test consiste in una serie di domande, interviste e osservazioni dirette progettate per valutare il carattere e le capacità cognitive dei genitori. Tuttavia, secondo le organizzazioni che ne criticano la validità, il test ignora le differenze culturali e le barriere linguistiche, determinando spesso valutazioni negative dei genitori groenlandesi e la conseguente rimozione della custodia dei loro figli, nonostante la mancanza di prove concrete di inadeguatezza. Secondo Aaja Chemnitz, politica del partito groenlandese Inuit Ataqatigiit (Comunità Inuit) e membro del parlamento danese, il test è espressione di una logica assimilativa: anziché sostenere le famiglie indigene, tende a minare la loro identità culturale. A metà gennaio 2025, dopo moltissime petizioni e richieste, il test è stato finalmente abolito. Nonostante i piccoli progressi degli ultimi decenni, la Groenlandia aspira ad un maggior consolidamento identitario e culturale. Negli ultimi cinquant'anni sono state molte le proteste e le iniziative di lotta dal basso, che evidenziano la determinazione delle popolazioni native nel preservare la propria identità culturale e ottenere un vero riconoscimento politico con cui affrontare le ingiustizie. Questi movimenti sopratutto sottolineano l'importanza di rispettare e valorizzare le culture indigene nel contesto globale contemporaneo. Invece, quasi ogni giorno, nonostante la Danimarca sia considerata un modello di modernità politica e sociale, molti Groenlandesi, denunciano episodi di razzismo, affermando che spesso il solo fatto di possedere un documento di identità groenlandese può portare a difficoltà nell’accesso al lavoro e a pregiudizi.
Le elezioni 2025
In questo clima sociale di sfiducia verso l'Europa, con il fiato sul collo dell'imperialismo statunitense, nelle elezioni svoltesi a marzo scorso, sono stati ovviamente premiati i partiti indipendentisti, sia quelli più moderati, che quelli favorevoli ad un'iniziativa irredentista a breve termine. Il Partito Democratico, che propugna l’indipendenza, ma con tempistiche più dilatate, ha più che triplicato i consensi rispetto alle elezioni del 2021, conquistando il 29,9% dei voti. Il partito nazionalista Naleraq, il più fervente sostenitore dell’indipendenza, ha più che raddoppiato i propri consensi, raggiungendo il 24,5%. Così, successivamente, quattro dei cinque partiti groenlandesi si sono accordati per formare un governo di unità nazionale. Il primo partito della coalizione è quello dei Democratici, il cui leader Jens-Frederik Nielsen diventerà primo ministro. La coalizione include 23 dei 31 parlamentari e oltre ai Democratici comprende il partito ambientalista di sinistra Comunità Inuit (guidato dal precedente primo ministro Múte Bourup Egede, che diventerà ministro delle Finanze), ma anche i socialdemocratici di Avanti e Solidarietà, unico partito che difende l’unione con la Danimarca. Resterà all’opposizione Naleraq, che invece vorrebbe un’indipendenza immediata e che era arrivato secondo alle elezioni. Nell’accordo di governo si dice soltanto che “il processo di indipendenza non dovrà essere accelerato”, che verranno avviati negoziati per il passaggio ad una indipendenza totale. Tra i fattori che complicano la faccenda dell’indipendenza c’è però quello economico: la Groenlandia riceve poco meno di 600 milioni di euro di fondi all’anno dal governo danese, che è circa metà del bilancio dell’isola e che, al momento, il governo non saprebbe come reperire diversamente. Assicurarsi investimenti e sovvenzioni dagli Usa potrebbe essere una soluzione futuribile. Una specie di “vendita a rate” in stile trumpiano. Per adesso si parla soltanto di sviluppare il settore industriale e migliorare lo sfruttamento delle ampie risorse minerarie della Groenlandia, che peraltro sono tra i principali motivi dell’interesse del presidente Usa. I quattro partiti hanno inserito nell’accordo di governo anche la necessità di sviluppare l’industria della pesca, la principale attività economica dell’isola.
Insomma sembra che per adesso le popolazioni native dovranno accontentarsi di passare da un padrone all'altro, condizione obbligata se non metteranno in piedi una forte resistenza di base, una resistenza che vada oltre il mero appoggio elettorale ai partiti indipendentisti, un'opposizione che sia, sopratutto, espressione di una presa di coscienza dei propri diritti e che si esprima ogni giorno nel mantenimento e nella difesa delle proprie tradizioni e dei propri interessi, con atti concreti.
Nativi e capitalismo imperialista, in ogni parte del globo, sono antitetici nell'idea di approccio alla vita e rispetto della dignità con qui questa dovrebbe essere vissuta. Il sistema globale cerca sempre di relegare ai margini le minoranze ancora in contatto con la natura in ogni parte del mondo, spesso addirittura contribuendo alla loro estinzione, perché vivere in maniera “naturale” è inconcepibile e sovversivo per il denaro e per il potere, che vivono, invece, di sfruttamento ed alienazione dei popoli.
