La "massive armada" fa dietro-front?
di Filippo Bovo - 02/02/2026

Fonte: Filippo Bovo
Quando dislochi una "massive armada" in Medio Oriente e ti ritrovi in mezzo a tre diverse esercitazioni navali altrui, a breve distanza di tempo (Zolfaghar o Maritime Security Belt 2026, con navi iraniane, russe e cinesi; esercitazioni iraniane l'1 e 2 febbraio; seconda fase di Maritime Security Belt 2026 a metà febbraio; e nel frattempo gli alleati di Teheran continuano a restare là e non se ne vanno, cinesi per primi), ti conviene valutare una "exit strategy". La soluzione c'è: se era molto spettacolarizzata la "massive armada", soprattutto a livello mediatico, così pure può esserlo la notizia che l'Iran voglia "trattare seriamente", e che pertanto l'uso della forza non sia più la prima delle opzioni, se mai lo era stata.
E, a dirla tutta, già da qualche giorno Washington sembrava voler fare dietro-front, alternando alle solite frasi minacciose altre più concilianti. Cercava un assist in Teheran per poterlo fare, e infine da tanto che lo voleva l'ha un po' forzato pure, creandosi la scusa da sola; ma in ogni caso da parte iraniana, come confermato pure dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal capo del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, la disponibilità al dialogo non manca. A nemico che se ne va, o che perlomeno per qualche tempo prende un po' il largo, ponti d'oro. Passi, almeno fin qui, di reggergli il gioco, a vantaggio di condizioni che favoriscano un dialogo un po' più serio.
Seppur mediaticamente descritta in Occidente come in grado di distruggere il paese, nel concreto la "massive armada" si sarebbe ritrovata soggetta a rischio di decimazione, qualora la situazione fosse drammaticamente sfuggita dal controllo. Ci mancava poco, dopotutto, considerando già soltanto tutte le esercitazioni fin qui nominate: i moniti, o preghiere, date all'IRGC da CENTCOM nelle esercitazioni iraniane dell'1 e 2 febbraio sono da leggersi anche in questo senso. A quel punto per Washington, dinanzi ad un conflitto ben più che regionale, con forze in mare insufficienti ad affrontare tale situazione nonostante la gran pompa mediatica, per giunta senza concessione dello spazio aereo e delle basi da parte degli altri paesi della regione, sarebbe stato difficile salvarsi la faccia. La "massive armada", presentata come invincibile distruttrice, del cui potere intimidatorio ora potersi vantare, in realtà era dislocata là soprattutto con finalità di "diplomazia impropria"; ma va da sé che raccontarlo in questi termini al pubblico occidentale, sempre mediaticamente parlando, non sarebbe stato altrettanto scenico.
Washington ha bisogno di un accordo di facciata con Teheran per contenere soprattutto Israele, che non esita ad usare tutto il suo potere ricattatorio e la sua influenza sull'Amministrazione pur di riguadagnare terreno sull'arcinemico iraniano. Ora Washington potrà dire, se il risultato di un accordo arriverà (ma già ora, anche senza che arrivi, subito cogliendo l'occasione per la de-escalation e muovendo la Lincoln dal Golfo dell'Oman al Mar Arabico, in "zona sicurezza"), che sia stato proprio per merito della sua capacità intimidatoria ("E' bastato mostrare agli iraniani la pistola posata sul tavolo, perché trattassero subito"). Che è altra cosa dal dire che si sia cercato di tirare la corda più che si poteva, anche a rischio di scatenare sul serio una crisi regionale con la distruzione davanti ai media di tutto il mondo del proprio ruolo di superpotenza nel Medio Oriente (immaginiamoci l'immediata reazione iraniana, oltre che di Houthi ed Ezbollah, basi e navi colpite e gravemente danneggiate, ecc), per contenere, più che il "nemico iraniano", il caro "amico israeliano" (e peraltro giusto per stavolta, non certo in via definitiva).
