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La guerra continuerà, gli aggressori non si fermeranno, non hanno altra strategia

di Filippo Bovo - 03/04/2026

La guerra continuerà, gli aggressori non si fermeranno, non hanno altra strategia

Fonte: Filippo Bovo

Approdati ormai alla quinta settimana di conflitto, abbiamo visto tanti di quei fatti da poterne fare ben più d'una riflessione; ma sono stati soprattutto quest'ultimi giorni, con la guerra asimmetrica e di logoramento imposta a livelli sempre più intensificati da Teheran e dagli altri suoi alleati dell'Asse della Resistenza ai loro avversari, a regalarcene il saggio più significativo.
Ieri abbiamo visto il discorso sullo Stato dell'Unione di Trump: un dire una cosa, ovvero più cose e pure piuttosto contraddittorie tra di loro, mentre intanto se ne preparano altre. In sua concomitanza, il mercato dei contratti futures è crollato di 550 miliardi di dollari in circa mezz’ora, spinto dai timori di un conflitto prolungato. Timori evidentemente fondati, visto il procedere dei preparativi per un'operazione sul terreno e le considerazioni su certi obiettivi dati per raggiunti (non solo un "nuovo presidente iraniano", che non si sa bene quale sia, ma pure un "nuovo regime", negoziati "implorati" dall'Iran ma smentiti dalla stessa in contemporanea, e via dicendo con altre simili "mattate") che a prima vista appaiono soprattutto l’esito della demenza simile o dell'abuso di certe sostanze. Tuttavia c’è anche chi, motivatamente, pensa soprattutto ad una caricaturale recita, volta a nascondere ben altro, di ben meno commendevole.
In quest'abbondante mese di guerra, infatti, più volte abbiamo visto il Presidente americano abusare del proprio ruolo politico per far ciò che per cui era noto già in gioventù, quando ufficialmente alla politica ancora non pensava: lo speculatore finanziario. Dopotutto, dietro le grandi perdite date da simili crolli borsistici, e pagate dai tanti, ci sono sempre le ancor più grandi occasioni di guadagno per i pochi che, al momento giusto, ne trarranno profitto, ad esempio col meccanismo delle vendite allo scoperto. Si prendono azioni in prestito dai broker e si vendono al loro valore attuale, confidando nella prospettiva che, non appena i mercati saranno entrati nella fase dell'orso, si potranno riacquistare a prezzi ribassati, in modo da restituirle e lucrare sulla differenza. Scommesse preventive, ad altissimo rischio, che possono diventare un "gioco da ragazzi" se s'è certi che i mercati entreranno nella fase dell'orso; e Trump, in questo gioco, ha dirette responsabilità, visto che il suo discorso ha mirato anche ad alimentare simili ambiguità nei mercati. Quei grandi guadagni, c'è di che esser certi, non andranno a beneficio soltanto suo (Dio solo sa quanto avrà razziato sui mercati prima dell'incontro con le telecamere), ma anche di tanti altri magnati che ora avranno un buon motivo in più per puntellarlo, o tornare a farlo se in precedenza se n'erano allontanati.
Se fosse così, vorrebbe dire che il discorso di ieri non era dovuto all'alcol, alla droga o alla demenza senile, come qualcuno "bonariamente" ha voluto pensare; ma ad un uso personale della propria posizione politica, e a danno anche dei propri concittadini. Certo, non è una novità, ancor meno nella storia americana: ma simili effetti li pagheremo anche noi, "comuni mortali", giusto per limitarsi al solo "giardino occidentale" (ché altrimenti, guardando anche a tutto il resto, la catastrofe assume proporzioni bibliche). Non penso che certe ipotesi siano tanto inveterate, soprattutto quando s’ha a che fare con simile marmaglia, ché tale è, piaccia o meno ai vari trumpiani, sovranisti e sionatlantisti.
L'occhio di Trump e della sua cerchia, pertanto, è rivolto ai prossimi piani di terra, che presumibilmente potranno scattare pure in tempi piuttosto brevi. I proclami relativi agli obiettivi di guerra raggiunti, con un nuovo regime e un nuovo presidente ormai già installati e dialoganti in Iran (ma da condurre comunque "all'età della pietra", di là che esistano o meno: e infatti non esistono affatto), servono solo a creare confusione, e magari pure ilarità tra i più superficiali (che avranno però un brusco risveglio al momento della famosa “inchiappettata”). Le forze speciali dell'82esima Divisione Aviotrasportata, i Marines del 31esimo MOU, e il resto della comitiva, non sono giunti nella regione solo per cambiare aria. Men che meno gli A-10 Thunderbolt, poggianti sulla base inglese di Lakeneath. Il loro arrivo, in sostituzione degli F-22 nel frattempo mestamente tornati in patria, senza che mai siano stati impiegati, testimonia un'evoluzione, seppur peggiorativa, nella pianificazione bellica: sono infatti aerei lenti e pesanti, costretti quanto il resto dell'aviazione isralo-americana a compiere azioni fuori dai cieli iraniani, non ancora transitabili, con bombe guidate. In questo caso, potrebbero essere usati sulle coste, nella “hope” (speranza) americana di poterne poi estendere l’uso anche sul territorio iraniano, magari sui bunker dei siti nucleari: si vedrà. Intanto, s'attende anche l'arrivo della portaerei Bush, in sostituzione della Ford andata a riparare in acque più tranquille.
Ad ogni modo, nella realtà prendere le isole, tenendo poi un fronte marino di centinaia di miglia, magari anche con un possibile sbarco sulle ancor più vaste coste iraniane, non sembra un obiettivo tanto a portata di mano; le forze attuali, come più volte detto, non sono ancora numericamente sufficienti, visto che ne servirebbero ben di più; mentre l'odierno contesto regionale vede gli Stati Uniti obbligati ad avvalersi di catene d'approvvigionamento sempre più lunghe e costose, data la perdita delle basi e le montanti ostilità degli attori del Golfo. Difficile, quindi, pensare che Trump possa coronare il suo obiettivo di liberare lo Stretto, o anche soltanto di sostituirsi all'Iran nel controllarlo. Sono tutte cose che ci siamo già raccontati allo sfinimento. Senza contare che ciò equivarrebbe pure a trovarsi, contemporaneamente, con un altro stretto, quello di Bab el-Mandeb, chiuso od inabilitato da Ansar Allah, situazione che esporrebbe ancor più quanto corta sia la coperta americana. Non a caso qualche analista militare aveva parlato persino di un possibile diversivo con un intervento nello Yemen; ma allora i piani americani apparirebbero ancor più “fantasmagorici”, visto che con un pugno di forze speciali, dai 6.000 ai 10.000 uomini in tutto, sostenuti da altri meno di 50.000 addetti alla logistica, alle operazioni di terra, alla manutenzione dei mezzi, ecc (una buona parte di loro, detta inter nos, corrispondente ai soliti “imboscati”), gli Stati Uniti potrebbero agire su tre o quattro teatri di guerra in contemporanea: isole iraniane, costa iraniana, entroterra iraniano (s’è parlato pure, per soprammercato, di un rilancio della carta curda, o di un ingresso delle forze speciali americane dal Kurdistan iracheno nell’Azerbaigian iraniano) e Yemen. Una pura assurdità.
Insomma, nessuna "exit strategy": non c’è una chiara strategia, perché “tutto e niente” non è una strategia, ma la guerra comunque continuerà. Anche perché, se fosse vero il contrario, e si volesse davvero un’uscita dal conflitto, si darebbe finalmente corso alla diplomazia: ma allora non si bombarderebbero i negoziatori, come l'ex ministro degli esteri Kharazi, o l'Università di Teheran, l'Istituto Pasteur (il più antico in Medio Oriente, fondato nel 1920), o ancora le acciaierie del Khuzestan, gli impianti farmaceutici, e via dicendo. Ed ancor meno si compierebbero altre azioni, tra le migliaia sin qui avvenute, che per il diritto internazionale si configurano come veri e propri crimini di guerra, e neppure si ciarlerebbe di negoziati quando non ve ne sono. Simili "metodologie" servono unicamente a bruciare a priori ogni possibilità di negoziato. Certo, dei negoziati ci sono pure, ma... non con Stati Uniti ed Israele a farne parte: potrebbero parteciparvi, se lo volessero, e ciò sarebbe auspicato ed auspicabile, anche per i propri cittadini. Ma i tempi per la diplomazia, evidentemente, non sono ancora maturi; e a ben guardare, non solo per loro.