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La morte di Ratko Mladić e il ritorno della narrazione antiserba nei media occidentali

di Giulio Chinappi - 05/09/2026

La morte di Ratko Mladić e il ritorno della narrazione antiserba nei media occidentali

Fonte: Strategic Culture Foundation

La morte di Ratko Mladić ha riattivato nei media occidentali una rappresentazione delle guerre jugoslave costruita sulla demonizzazione unilaterale dei serbi. Il necrologio pubblicato dal Corriere della Sera offre un caso emblematico: fatti accertati vengono mescolati a errori, iperboli, attribuzioni scorrette e aneddoti privi di adeguato riscontro.

La morte di Ratko Mladić, avvenuta lo scorso 27 agosto mentre l’ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska si trovava ricoverato all’Aia, ha immediatamente riaperto nei principali media occidentali il repertorio narrativo costruito durante e dopo le guerre jugoslave degli anni Novanta. Sebbene Mladić sia stato condannato definitivamente per crimini gravissimi, compreso il massacro di Srebrenica, non dovrebbe esserci alcuna necessità di deformare ulteriormente la realtà attraverso errori fattuali, generalizzazioni e racconti sensazionalistici. Eppure, è esattamente ciò che accade nel lungo necrologio pubblicato dal Corriere della Sera a firma di Francesco Battistini.

Lungi dal rappresentare una ricostruzione storica, il testo in questione, che abbiamo preso come esempio di propaganda antiserba sui media italiani e occidentali, viene esplicitamente costruito attorno alla demonizzazione personale. Questa impostazione potrebbe essere persino considerata una legittima scelta editoriale se il corpo dell’articolo mantenesse almeno una rigorosa distinzione tra fatti giudiziariamente accertati, testimonianze, interpretazioni e aneddoti: il problema è che tale distinzione viene ripetutamente meno.

Il primo errore compare già nelle righe introduttive. Il Corriere afferma che Mladić sarebbe stato «condannato all’ergastolo dal tribunale dell’Aja nel 2021» e poi dalla «Corte penale internazionale». Tuttavia, entrambe le formulazioni sono inesatte: Mladić fu infatti condannato all’ergastolo il 22 novembre 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY); l’8 giugno 2021 il Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò in appello la condanna e la pena. La Corte penale internazionale, per informazione del lettore e di Battistini, è un’altra istituzione, istituita mediante lo Statuto di Roma e completamente distinta dall’ICTY.

Altrettanto impropria è la formulazione secondo cui Mladić sarebbe stato condannato «per il genocidio compiuto in Bosnia». Invero, l’ICTY lo riconobbe colpevole di genocidio nell’area di Srebrenica nel 1995, oltre che di persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato, terrore, attacchi illegali contro civili e presa di ostaggi. Lo assolse invece dall’accusa di genocidio relativa a sei municipalità bosniache nel 1992. L’accusa tentò successivamente di ribaltare anche questa parte del verdetto, ma la Camera d’appello respinse il ricorso.

Ancora più significativo è il passaggio nel quale Battistini scrive che i giudici dell’Aia avrebbero definito Mladić «uno dei peggiori criminali mai conosciuti dall’umanità». Le virgolette e l’attribuzione ai giudici conferiscono alla frase l’autorevolezza di una formulazione contenuta nella sentenza. Tuttavia, consultando gli atti ufficiali emerge qualcosa di diverso. Durante l’udienza d’appello del 26 agosto 2020 fu infatti l’accusa ad affermare che Ratko Mladić era «one of the worst war criminals who has ever faced justice before an international tribunal» («uno dei peggiori criminali di guerra che abbia mai affrontato la giustizia di fronte ad un tribunale internazionale»). Tale definizione non proviene dunque dai giudici, bensì il procuratore, cioè una delle parti processuali, impegnata a sostenere la conferma della condanna.

Segue poi la cifra dei «centomila massacrati della guerra di Bosnia»: anche in questo caso, come avviene fin troppo spesso, si gioca a sparare le cifre più alte possibile quando si vuole sconvolgere il lettore. Le ricerche demografiche più accreditate indicano effettivamente la cifra di circa 100.000 morti nella guerra bosniaca, ma questo numero rappresenta una somma che include civili e militari di tutti i gruppi etnici (compresi gli oltre 3.500 morti causati dai bombardamenti della NATO). Al momento, il Research and Documentation Center di Sarajevo ha identificato 97.214 vittime confermate: 57.529 combattenti e 39.685 civili. Come se non bastasse, tra i militari caduti figuravano appartenenti a tutte le parti del conflitto, compresi oltre 20.000 membri dell’esercito serbo-bosniaco.

Lo stesso procedimento compare nella descrizione dell’assedio di Sarajevo, dove si parla del «safari dei cecchini sulle colline» che avrebbe causato «diecimila morti». Mladić fu effettivamente condannato per il suo ruolo nella campagna di bombardamenti e tiro di precisione contro Sarajevo, finalizzata secondo il tribunale a diffondere il terrore tra la popolazione civile. Ma i circa 10.000 morti generalmente attribuiti all’assedio non furono tutti vittime dei cecchini. Quel totale comprende persone morte per bombardamenti, colpi di artiglieria, tiro di precisione e altre cause legate alle operazioni militari dell’assedio. Ancora una volta, la frase di Battistini comprime fenomeni diversi in una formula spettacolare e suggestiva, ma storicamente scorretta.

È tuttavia nei dettagli più truculenti che la costruzione narrativa diventa maggiormente problematica. Battistini racconta che Mladić avrebbe personalmente costretto «22 musulmani a saltare dal ponte Brhpolje», ordinando ai propri soldati di «colpirli in volo». Una ricostruzione del genere richiederebbe una fonte eccezionalmente solida: eppure, esiste un solo documento delle Nazioni Unite che descrive un episodio sorprendentemente simile, ma lo attribuisce non a Mladić, bensì alle forze paramilitari comandate da Milan Lukić. Una cautela analoga sarebbe necessaria per la scena del maiale che Mladić avrebbe fatto legare davanti al comandante olandese dei caschi blu a Srebrenica, prima di farlo sgozzare accompagnando il gesto con la frase «così trattiamo i nostri nemici». L’articolo accumula così episodi di estrema violenza, frasi brutali e immagini raccapriccianti secondo una tecnica narrativa nella quale la forza emotiva sostituisce progressivamente la documentazione.

Il punto, dunque, non è certo quello di riabilitare Mladić, ma il porsi una semplice domanda: se i fatti accertati sono già tanto gravi, perché è necessario arricchirli con episodi non documentati, attribuzioni scorrette e formule iperboliche? La risposta emerge dalla struttura stessa del necrologio che stiamo analizzando, nel quale Mladić non viene soltanto presentato come un comandante condannato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio; egli diventa l’incarnazione di una presunta patologia politica serba che continuerebbe fino ai giorni nostri. Da qui l’espressione dispregiativa «turboserbi» per indicare quanti ancora lo considerano un eroe, il riferimento ai graffiti di Belgrado, l’attacco indiretto a Novak Đoković attraverso una fotografia con Milan Jolović (mai condannato per crimini di guerra) e infine il collegamento con terroristi come Anders Breivik e l’autore della strage di Christchurch.

La stessa logica caratterizza il riferimento alla presunta protezione garantita a Mladić dai servizi segreti russi durante la latitanza. Il Corriere cita un collaboratore non identificato dell’ex presidente serbo Boris Tadić, secondo il quale dietro la fuga sarebbero intervenuti i servizi russi dell’FSB perché Vladimir Putin avrebbe considerato la cattura di Mladić «una vittoria dell’Occidente». Una tesi geopoliticamente rilevante viene dunque presentata sulla base di un’unica testimonianza anonima, senza documenti, senza riscontri indipendenti e senza precisare quale struttura dell’FSB sarebbe intervenuta né con quali modalità.

Ecco, quindi, che il necrologio personale si trasforma in un pretesto per riaffermare una narrazione geopolitica consolidata sui mass media italiani. La Serbia viene rappresentata come spazio nel quale sopravvivrebbe un nazionalismo incapace di confrontarsi con il proprio passato, mentre la Russia compare come protettrice occulta dei suoi esponenti più compromessi. Quella che dovrebbe essere una ricostruzione delle responsabilità di un singolo comandante diventa così un tassello del paradigma politico che da trent’anni accompagna gran parte della lettura occidentale delle guerre jugoslave: serbi aggressori, Occidente arbitro morale, Russia complice della deviazione nazionalista di Belgrado.

Ciò che scompare quasi completamente è la complessità della guerra bosniaca. Non viene ricordato che anche civili serbi furono vittime di massacri e pulizie etniche, che formazioni bosgnacche e croate furono condannate per crimini di guerra, che decine di migliaia di serbi morirono durante il conflitto e che l’intervento delle potenze occidentali fu esso stesso parte attiva della trasformazione degli equilibri jugoslavi. Ricordare questi elementi significa rifiutare una storia nella quale un intero conflitto viene ricondotto alla criminalità intrinseca di una sola comunità.

In conclusione, il necrologio di Battistini mostra un chiaro paradosso: nel tentativo di rafforzare al massimo la condanna di Mladić, l’autore finisce per indebolire la credibilità della propria ricostruzione. Quando alla storia documentata si sovrappongono errori, iperboli e attribuzioni infondate, non si rende un servizio alle vittime. Si perpetua invece quella lettura manichea delle guerre jugoslave che ha trasformato per decenni tragedie complesse in strumenti della battaglia politica occidentale nei Balcani.