Zelensky, la fine dell’incantesimo: l’Ucraina stanca gli volta le spalle
di Domenico Quirico - 05/09/2026

Fonte: La Stampa
Con parole bibliche si potrebbe chiedere: la grazia si è forse allontanata da lui? Fino a ieri lo si incensava perfino per i suoi difetti, ora lo si biasima perfino per le sue virtù. Dubbio (o domanda): Zelensky, simbolo di una epopea dura e dolorosa ma unitaria, rischia di restare solo? Certo è sempre al comando, ma ora lo trattano male. Gli uomini che considerava più fidati nel Palazzo sono indagati per il vizio più sordido quando un popolo intero soffre ed è in guerra, rubare. San Paolo diceva che il ministro deve campar dell’altare. Invece a Kiev nelle stanze che contano è sbucata una casta poco fervente che ha sveltamente mutato l’apostolato in carriera e ricava prezzi dal faticoso facchinaggio dei “poilus” nelle trincee del Donbass. La tentazione è la pietra di paragone dei galantuomini, l’occasione unica e indispensabile delle vittorie morali, e materiali. E invece bassezze compiute come se fossero eroismi. Zelensky, nel scegliere, ha fallito.
Altri, fino a ieri fedelissimi ed indispensabili, ha dovuto farli diventare zavorra e inserirli in siluramenti di stampo cadorniano. Che sono sempre brutto segno quando il nemico è alle porte. I suoi uomini cadono ma il presidente resta, si assicura. Gli inquisitori affermano che lui protetto dalla immunità non è oggetto di indagine… Ma domando e non è una domanda retorica: non è una assicurazione che equivale a una pugnalata?
E poi ci sono, e forse è ancor peggio, le critiche che molti fanno diventare inquisizione. Politici alcolizzati di fantasticherie e generali che son certi di avere la formula magica per vincere sembrano voltargli le spalle. Si formano dietro il muro della legge marziale capannelli e cordate. Mediocrazia. Si discute apertamente di elezioni, in guerra! Si rifà il mondo che finora sembrava ruotare attorno a lui, si reinventa un futuro che lo riconsegnerebbe volentieri al passato. Si sentono dire: prima ci aiutava adesso ci ostacola. Altri rincarano la dose: prima era la soluzione adesso è il problema. E c’è perfino chi si spinge oltre: se perdiamo la colpa è sua. Nelle piazze sfilano dimostranti che vogliono detronizzarlo a favore di un giovanotto, Federov, che assicura di aver inventato, buon ultimo, la guerra del futuro, un carrierista stizzito per non aver mantenuto la poltrona cui pensava di avere di diritto. E questo cianciare per le strade più che di esercizio di impavida democrazia sa per lui di una discesa, di una pericolosa umiliazione. La cintura delle fortezze “imprendibili” a Est sta cedendo sotto l’urto ostinato dei russi. Zelensky vi oppone inutili raid di droni «a mille chilometri di distanza», come se fossero record sportivi.
C’è la guerra, una guerra che ha arato montagne, deserti, mari, gramignato campi di grano e bilanci, rovesciato governi, sconvolto ceti, ipotecato ricchezze. Tra poco tornerà la terra tramortita dal fango e poi dal gelo: stanchezza vecchiaia rovina di un mondo, l’appestato Novecento, ancora lui, sembra impossibile che possa resuscitare. Ma su questo coinvolgimento universale e burrascoso, in questo rimbarbarimento leviatanico, lui, Zelensky dominava finora con le sue certezze, il suo consolidato copione di “eroe del nostro tempo”. Per l’afasico Occidente era il ricordo lontano di cose che un tempo avevano valore, il debole che resiste al più forte, che erano considerate, molto tempo fa, la grandezza dell’uomo.
C’è un ma. Come ben ammoniva l’autore di Peter Pan le fate esistono fino a quando i bambini credono in loro. Per questo a teatro quando Campanellino stava per morire l’attore che incarnava Peter Pan si rivolgeva al pubblico: potrebbe guarire se voi credete nelle fate. E tutti si alzavano, battevano le mani e Campanellino era salva. Lo stesso vale per le ideologie e i politici. La debolezza di Zelensky è che un numero sempre minore di persone, dopo anni di bombe e di assenza di soluzioni che non siano guerra a oltranza, si alzi per applaudire. Che non credano più alla sua magia annaspando in concetti non più veri. Lasciandolo nelle mani, degli oltranzisti, dei fanatici del fino all’ultimo uomo.
In una recente conferenza stampa a Monaco, dopo una giornata di incontri inutili e retorici, un giornalista si accorava di vederlo con un’aria disfatta, stanca. Zelensky, con un guizzo del suo vecchio repertorio di comico che faceva ridere l’Ucraina, ha ribattuto: «E allora non guardatemi!».
Non è solo un problema di occhiaie e di barba che si incanutisce. D’accordo: è onnipresente sulla scena internazionale, presidia ogni vertice, invitato che sembra padrone, continua i tour alla ricerca di denaro e di armi. Ma lo slancio degli inizi in quattro anni si è inesorabilmente trasformato in equilibrismo fatto di tensioni e delusioni. Il suo sistema, più incerto e debole, resta solido solo perché lo impone la guerra.
Il pericolo per Zelensky è che gli restino accanto solo le lagnoserie e i sorrisoni inutili degli europei. In questi quattro anni potrebbe riempire un museo con le facce dei leader cancellati nei sondaggi e nelle urne da elettorati guasti e malcontenti, e avvicendati da altri ancor più imbambolati e impotenti con i loro pacchetti di sanzioni e di armi mirabolanti. Sarebbe letale per il presidente ucraino diventare lo strumento di un militarismo bancario e affarista che spinge l’Europa al bellicismo non per una necessità tragica ma come scusa farisaica per sanguinosi e pericolosi affari.
