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La società offensiva

di Lorenzo Merlo - 26/12/2021

La società offensiva

Fonte: Lorenzo Merlo

Troppe persone, troppa informazione, troppo individualismo, troppa disgregazione, una sola miccia. Meglio fare attenzione.

 La stirpe

Si va di fretta. Era ieri il tempo del capitalismo finanziario – che da poco aveva mandato al macero, quantomeno culturale, quello storico, effettivamente ormai anziano – e strane avanzate cinesi lo hanno obbligato ad alzarsi – nonostante i consigli di Mr Lehman e dei suoi fratelli – dagli allori. Una sveglia piuttosto dura, da scuola ufficiali, gli è entrata nel cervello. E si è effettivamente svegliato. E dato da fare. Da dove sennò il globalismo economico? Bella idea, ma ancora carente. Ancora troppo lassista: non aveva dato il giusto peso inerziale implicito nelle nazioni, nelle tradizioni locali. L’ordoliberismo era servito su tutti i tavoli dell’Occidente (in senso lato). Sembrava a basta. E invece no. Oppure, non da solo. Il suo gemello meno appariscente porta ancora il nome dell’avo, ma ha doti tutte sue. È il capitalismo della sorveglianza. Doti nascoste, esattamente come è nascosta alla maggioranza la sua modalità di azione. Anzi, di coercizione. Una vera magia. Un incantesimo che ci fa credere sia bene per noi ciò che serve a lui per prosperare. E, se già non in atto, con propaggini fino a dentro di noi.

Così, in men che non si dica, il capitalismo che era cosa solo violenta e problema solo proletario, si è evoluto in umiliante per tutti e offensivo per la politica e la società. Politica in senso gramsciano, democratico, di una volta. Non quella di oggi, attrezzo di servizio del liberismo.

 

At TENTI aaa… Est!

L’excursus appena riassunto permette di osservare – come fosse ancora necessario – i segni del suo corso. Dai rubinetti della grande diga del pensiero unico sono sgorgati vari regali: la riduzione del welfare, l’abbattimento dell’articolo 18, la determinazione a digitalizzare, la diffusione del 5G, la precarietà come valore alla libera iniziativa, le privatizzazioni. Un flusso la cui portata non ha barriere che ne ostacolino la corsa. Che permette di vincere facile la scommessa su cosa ci aspetta. Basta pensarci poco. Basta estendere di poco ciò che è sotto gli occhi di chiunque non sia inadeguato a riconoscere il flusso del mondo. L’istruzione sarà solo tecnica frammentata, limitata alle esigenze della produzione e dell’amministrazione. Sarà impartita da software e formerà menti circoscritte, programmate, appunto, a svolgere e pensare in modo preordinato. La vita privata e il tempo libero, o del non lavoro, saranno cadenzati da una ritmica stocastica, senza armonia né riguardo, da un calendario opportunamente studiato per massimizzare gli investimenti. Vita lavorativa e privata, magistralmente riempite da permanenti sottofondi di stillicidica spinta alla spesa, saranno scomposte in voci elencate nell’excel di tablet che contano. Quelli in mano a pochi, in case private e sale riunioni, non più nel palazzo. Tutti i dati saranno opportunamente e ulteriormente studiati, affinché anticipino i problemi del personale e del sociale, ne creino i bisogni e ne soddisfino i desideri, secondo modalità in permanente perfezionamento. Il progetto di controllo/ubbidienza non lascerà nulla in mano a qualche burocrate umano. Il computo della verità sarà preciso. Se qualcuno vorrà porre domande, potrà consultare le faq del sito pertinente o attendere di parlare con risponditori automatici.

Si tratta di uno standard del quotidiano, nascosto sotto gli slogan che ci raccontano il vantaggio di non avere più banconote, di essere sempre connessi, così ti guardi il film quando e dove vuoi, eccetera, eccetera. E tutti seguiremo la narrazione della favola che, in quanto tale, ha sempre un lieto fine. Se qualcuno di inadeguato non ha chiaro il senso, la questione è subito risolta. Sarà sufficiente ricordare che per l’€uro è andata proprio così. Costava quasi duemila lire, ma poi, a cambio avvenuto, ne avevi in tasca mille.

Ma tutto ciò riguarda il privato. A quelli del tablet e dell’excel interessano anche, se non soprattutto, i modelli di gestione dei grandi numeri. Nei grandi numeri è sempre presente tutto e il suo contrario. Non si può più procedere con le trapassate politiche delle ideologie, della destra e della sinistra, della democrazia, del suffragio universale, del diritto di voto, allo spostamento, alla salute, alla giustizia. Serve una concezione adeguata a gestire moltitudini, che sono una grana sociale per definizione e – con la globalizzazione – mondiale. Ma anche stavolta cascano in piedi. Parlo delle élite, non quelle della politica, ma dei fuoriserie. Non quelle ascoltate e poi élite, ma di quelle occulte. Non solo al loro stesso circolo. Queste elitè non devono arrovellarsi per capire con quale subliminale strategia riportare le monarchie là dove erano state spazzate via. Basta guardarsi intorno ed ecco comparire sulla scena delle possibilità quantiche Xi Jinping e Kim Jong-un. Tanto ufficialmente denigrati dall’ufficialità occidentale, quanto apprezzati e in corso di imitazione. I loro successi in fatto di controllo parlano per loro. Il loro potere è l’esempio di un modello ancora ineguagliato.

 

Lavoro

L’esperienza antropo-sociale dell’industrializzazione non è servita a niente. La portata di infrazione della tradizione umanistica che ogni operaio portava in sé ha generato alienazioni di gradiente vario. Alla scala più bassa, ha prodotto una cultura del lavoro meccanicistica, che ha poi invaso tutti i contenitori dell’occupazione, in grande misura, artigiani inclusi. A livelli alti, ha portato a patologie fisiche e psichiche, fino a suicidi. Si era al tempo della prima generazione di bimbi e ragazzi che crescevano senza vedere e toccare, e quindi senza imparare, il lavoro dei padri.

Dunque, se un tempo il lavoro comportava conoscere l’intero processo, dall’idea alla creazione, all’uso e alla riparazione, ora si lascia e si vanta che tutto ciò sia e resti in mano alle cosiddette eccellenze. Enclave di libertà per chi ha la sorte e le doti per abitarle. Almeno fino a quando anche loro non saranno semplicemente e soltanto strumentalizzate dai detentori dei titoli. Non di Stato ma di qualche Big qualcosa.

L’uomo comune, della strada, a breve qr-numerato per un raffinato monitoraggio e controllo – ma numerati lo siamo già – sarà definitivamente alienato dal suo spirito e dal suo talento. Dai suoi sentimenti, quelli che univano e separavano spiriti, ora contratti d’interesse. Indirizzare loro l’attenzione su ciò che conta sarà opera necessaria per il solito bene di tutti. Che sia a suon di benefit o di nanotecnologia in gita lungo i canali del sistema di circolazione del sangue, non è importante. Inutile ribellarsi, ti citeranno Machiavelli.

Come in allevamenti intensivi, svolgeremo il lavoro per poter mangiare, per poter emergere, per dire di aver capito come gira il mondo. E anche per andare al resort nel tempo libero, o in parte di esso, perché i denari non basteranno per più settimane. La ripresa, lo sapete, comporta costi, sacrifici e tasse. Sappiamo anche che si tratta di argomenti che tirano verso il basso, che spingono a lavorare di più, eventualmente anche ad accettare il cottimo. Per dimostrare le ore passate a produrre davanti al monitor, si accetterà il controllo remoto. Già accettato? Pardon, non sapevo. Non serviranno nemmeno più i proboviri e delatori. Via, nel disoccupatoio anche loro.

La disoccupazione, da crescente ed irrefrenabile che era, viene trasformata nel nuovo ordine in risorsa utile, di facile controllo e oppressione. Utile, in quanto diviene una riduzione di spesa che, insieme a molte altre, è indispensabile al pensiero produttivista per tenere in piedi se stesso. Facile, in quanto addomesticabile con pochi luccichini e ciondoli. Opprimibile con qualunque balzello si voglia.

Come diversamente intendere il reddito di cittadinanza – o comunque si voglia chiamare quel sistema di tenuta a bada della crescente disoccupazione – ?. L’antico popolo del sottoproletariato, ora come allora privo di un intruppamento ideologico, ma assai più ricco e disincantato, è una neoplasia sociale che può declinare al maligno, se non costantemente monitorato e soporiferizzato.

 

L’ordine ai giornalisti

Il Potere è una ricetta che si può preparare impiegando al meglio il denaro. Comprando i prodotti migliori ci si garantisce buona parte del successo. Per i dosaggi, beh, quella è arte culinaria dello chef. E abbiamo già visto che ci sa fare. Sul banco del mercato si trovano strumenti e servizi utili al menù. Ognuno ha il suo cartellino infilzato. Chi può, compra. Classe politica, maschere democratiche, scienza sono strutturali, ma quello che amalgama il tutto e permette di portare il piatto in tavola è la narrazione. Per questo i narratori non mancano mai.

Se i giornalisti intellettualmente onesti dovessero sentire irritazione per quanto appena detto, a tutti gli altri vorrei chiedere a quanto si sono venduti. Perché, se così non fosse, il bulgaro allineamento che hanno saputo esprimere e stanno esprimendo comporta solo un’alternativa: che non ci siano arrivati.

Dunque, realizzare un’informazione solo di regime fa parte del progetto in corso. Nei tablet ci sarà l’opportuno excel con un foglio per gli scienziati – ormai scientisti – e uno per i giornalisti, in modo tale da poter confrontare le spese sostenute.

Così operando, le voci fuori squadra – siano di intellettuali, di scienziati indipendenti, di ricerche universitarie, di giornalisti critici, nonché di comuni cittadini – diventano una goccia che senza sforzo alcuno si perde nel mare del pensiero sistemico-di-dominio-e-controllo. Una sparizione preceduta dalla criminalizzazione. E il dibattito? E la società civile? E la democrazia? Domande vecchie. Per le risposte vedi “modello cinese”.

Così l’intellettuale e, più in generale, il valore della conoscenza, vengono relegati ai margini, sfrangiati di credibilità, almeno per la persona che, oltre al divano e al tg, altro non può fare. L’ingenua onestà è limitata a macchie e alle periferie del grande, travolgente corso della corrente principale.

Le enclavi dei colpevolizzati responsabili della permanenza della proto-pandemia, ora maltrattati, ma in qualche misura e per qualcuno esistenti ed importanti voci nella bolgia del vaccino o morte, a scopi raggiunti, saranno lasciati perdere. Con una sola possibilità di salvezza, forse solo momentanea, se è vero come qualcuno ritiene, che la Big-narrazione ha sì appiattito il senso critico e della dignità della maggioranza, ma, con le sue contraddizioni e bugie, ha anche contemporaneamente scosso cuori e pensieri che, da accondiscendenti si solo levate a critiche.

 

 

 

Alienazione - Luoghi

Per nulla collaterale al progetto principale, anzi, caposaldo della sua solidità, è la realizzazione di una crescente alienazione individuale. Per quanto già endemico tumore della società industriale, alla quale, peraltro, non recava disturbo alcuno, è poi divenuto chiaro che l’estraneazione dal senso della vita, lo sradicamento dalla sede del proprio sé, il taglio dei legami tradizionali tanto profondi, quanto di superficie, tornavano assai utile al Big-progetto. Chi più di un alienato, uomo senza direzione sua, è disponibile a seguire quelle subliminalmente imposte da altri?

I paesi europei hanno un passato tale per cui certi aspetti del progetto, dedicati all’alienazione attraverso l’urbanistica, saranno poco visibili. Ma i centri urbani prossimi saranno senza centro, come già nei paesi dell’ex Urss e degli Usa. Ordinati intrecci di strade senza culmine, senza cuore, né storia. Sovrapposizioni di periferie farcite dei servizi utili al controllo siano parchetti, telecamere e flipper digitali buoni a intrattenere chi non si è avveduto di quale scippo vitale è stato vittima. Buone per cittadini a loro volta senza più possibilità di fare riferimento al passato, al proprio passato, quale sacro corpo di se stessi.

Ci restano così città, strade, paesaggi, coste, valli violentate. Una lezione senza senso per tutti gli assessori disposti a concedere permessi per nuovi centri commerciali.

In nome del progresso, del profitto e del potere, i capitalisti della prima generazione hanno eretto quartieri e abitazioni che chiamavano razionali. In pochi metri quadri c’era tutto il necessario per una vita dignitosa. I poveretti di allora non potevano che sentirsi inferiori a chi spiegava loro il concetto di razionale. Che non fossero funzionali se l’erano tenuti per sé. Ancora oggi, la villetta o l’aiolone corrispondono ad una vita degna della dogmatica triade mai discussa, oggi così aggiornata: produci fuffa, taci fai il tuo, crepa e fatti sostituire.

Nella foglia di fico della green-economy, dietro la quale, come da canovaccio aziendale, tutti ci mettiamo in posa per la foto di rito, c’è perfino lo spazio per plaudire a palazzi, vessilli del cemento per ontologia, che possano essere contemporaneamente un faro ecologico se ricoperti di piante. Dov’è un mondo più al rovescio di questo?

Aeroporti, stazioni e non luoghi, nient’altro che corridoi e piazze del consumo, dell’apparenza, corridoi della concorrenza e fosse comuni per gli agguati del marketing. Sono percorsi ed attraversati da uomini stimati in funzione della loro capacità di spesa e controllo.

Manager e/o calciatori hanno ragione del loro stipendio. Gli uni preparano il banco e gli altri corrono come la pallina della roulette che i giocatori seguono con gli occhi fino allo stop. Dopo, si rigioca, in ambo i casi, di vincita o di perdita. La vita è tutta qui.

 

Alienazione - Informazione

Il disorientamento generale su ciò che conta, insieme alla focalizzazione dell’attenzione su quanto brumorizza gli spiriti e soddisfa le emozioni, è un momento sostanziale del Big-progetto. 

Esso si realizza attraverso lo sfruttamento della moltiplicazione di informazioni che l’epoca del web ha comportato. L’inseguimento della notizia in forma consumistico-compulsiva anestetizza la riflessione. Il tempo-zero del tempo-reale permanente non lascia spazio, se non a reazioni impulsive. Il consumo obbligatorio – se non sei aggiornato, non sei, non esisti – di informazione comporta assuefazione e relativa dipendenza.

Sopraffatti dalle info provenienti dal grande volume della realtà, ci si imbatte in tutti i tipi di voci e in tutti i loro contrari. Più che mai servirebbe la centratura su se stessi, la libertà dalle ideologie piccole e grandi, per passare indenni nelle burrasche di richiami, il cui vento dominante spinge quasi tutti verso i tranquilli approdi del pensiero unico.

Se molta prosopopea occidentale che riempie i film hollywoodiani è facilmente penetrata in noi, l’ultima idea per far consumare i divani invece delle piazze sono le serie tv. Catene di ore collegate dall’attenzione utile all’ammansimento, alla sottrazione del tempo della riflessione.

 

Alienazione - Pubblicità

Accettiamo quantità e qualità di pubblicità come fossimo fessi. Evidentemente lo siamo. Non c’è luogo pubblico e privato che ne sia privo. Capita, percorrendo certe strade fuori mano, di avvertire un piacere, un silenzio che entra in noi a sostituire il rumore. Solo poi ci si accorge che era una strada senza pubblicità. Il paesaggio, solitamente sfregiato, mostrava il suo volto. E ci sorprendeva. La pubblicità lo aveva sostituito senza che, come fessi, dicessimo nulla.

E come sottrarsi dal gruppo, se accettiamo di essere costantemente offesi da espressioni e formule che non possono che essere pensate per destinatari vuoti o per svuotare chi ancora avrebbe qualcosa da rie?

“Scopri”, “Corri”, “Risparmia”, “Irripetibile offerta”, “Sconti”, “Riprendi la liberta”, “Fuori tutto”, non sono innocui inviti commerciali. Sono vero, autentico, ripetuto, persistente linguaggio. E quale mondo possiamo creare se il linguaggio appreso è roba da venditori, imbonitori e commercianti?

Ovunque c’è il medesimo sottofondo di offensiva spinta al consumo. In auto la radio accompagna i chilometri. Anche se inascoltata, il lavoro della goccia non si interrompe. Identicamente avviene in casa e nei locali, con la televisione. Più che colonne sonore si tratta di marce funebri della vitalità con la quale nasciamo e alla quale abdichiamo per futili motivi scambiati per importanti. Proprio come da pubblicità.

La profusione di video e di intrattenimento offerto dal web sostituisce attività motoria e letture, probabilmente in modo crescente. Il loro compulsivo consumo ne dimostra la dipendenza che generano. Dipendenza che non è un fatto tecnico. È un fatto sostanziale della persona, del suo equilibrio e della sua forza. L’assuefazione nei confronti dei consumi ne alza la richiesta e sottrae alle persone il mondo che la loro creatività gli garantirebbe.

In radio passano le canzoni che hanno pagato l’obolo per farle sopravvivere, nelle testate web siamo costretti a vedere video di blasfemica oscenità consumistica sovrapposti ad annunci di falsa attenzione alla nostra sensibilità per vantare una deontologia, per acquisire un click in più, per spacciare come informativo un video spesso vuoto d’informazione. E dove si trova quella deontologia davanti a film di Hollywood che hanno permesso alla violenza di essere parte del nostro immaginario e di fare ogni altra offesa alla serenità a partire dall’infanzia senza finire mai? Pur di vendere, si investe in schizzi di sangue e pestaggi che poi, dopo la formazione di innumerevoli pellicole, si vedono nei video delle telecamere di quartiere.

 

 

 

Alienazione - Umiliazione

Contenti di riempire i centri commerciali, di vivere la soddisfazione d’aver comprato con lo sconto, di raccontarlo alla prima occasione per far salire l’autostima, altrimenti mortificata in tutti gli altri meno miseri modi. Fatto salvo l’indossare il capo firmato o comprare a rate il necessario per sentirsi alla pari con qualche immaginario mito. E se serve all’acquisto, nessun problema, comode rate o prestiti fino a, pur di stare al passo con i valori ben imparati di una vita che corrisponde alla mortificazione. E chi ne ha, ne vuole di più. Calciatori, divi e manager sono il non plus ultra. Dietro a questi, non c’è il calcio e i suoi affari sporchi, le multinazionali e i suoi loschi profitti, c’è la società che alimentiamo adattandoci ai suoi valori fittizi: “tutto chiacchiere e distintivo”. Ma si tratta di tenzoni frustrate sul nascere. Se non se ne elabora il lutto diventano silenti, insopportabili dolori.

Sempre più idonei a consumare il tempo, dicendo, facendo e propugnando l’importanza del superfluo. Telefonate interminabili riempite di mille parole che ridondano il medesimo micro-contenuto che si vuole esprimere. Sempre in crescente compulsiva ricerca di mail, news, messaggi. Stimoli che portino una ragione alla nostra vita, al nostro tempo, al nostro momento, nient’altro che sintomo di uno stato intimo tutt’altro che forte e sano, semmai incline a scivolare verso l’alienazione patologica, allo squilibrio psicosomatico, alla perdita di senso profondo delle cose. Quel senso che, seppur con i suoi travagli, costituiva un punto di riferimento fisso. La famiglia, la madre, i genitori, la casa, le tradizioni, il lavoro del padre, la nazione, la patria, i confini. Basta! Tutto spazzato via. Apolidi di congreghe di pari interesse, pronte a sciogliersi se improduttive, senza peso umanistico, solo affaristico.

 

Dove siamo finiti

Chi crede a questa linea verso l’alienazione se non il giovane concepito, gestato, nato e cresciuto entro la ridondanza delle verità del marketing? Babelica torre in cima alla quale risiede, nascosta a tutti, l’idea che i diritti del singolo io siano superiori a quelli della specie cui appartiene. E di pari valore anche l’idea predatoria che prevede la proprietà umana della terra. Idea di uomini limitati nella loro concezione egoistica, inetta a riconoscere la dignità che dovremmo riconoscere al pianeta, indipendentemente dai nostri interessi, come si fa, o si faceva, nei confronti dei genitori, di ogni sacralità. Fuori dalla grazia di Dio, dicono i cattolici per alludere ad una condizione d’animo in cui il male ci ha presi, ci domina e ci guida.

Un costo beneficio tra presunti diritti individuali e cultura, è una partita impari. Il cui beneficiario di tutte le scommesse è il culto della tecnologia e lo scientismo. Affascinati, abbiamo seguito la striscia bavosa che si lasciava dietro, mentre puntava dritto nel postumanesimo. Uomo e tecnologia, connubio della perdizione, matrimonio satanico la cui prole spazzerà via dalla storia, la storia che abbiamo conosciuto, la dimensione analogica del mondo e della vita. La misura d’uomo. I principi e i valori in cui ci riconoscevamo, ai quali ci riferivamo.

L’umiliazione è un registro interessante, provoca rancore e dimostra la condizione di inferiorità che implica. Quando si ripete persistentemente in uno stato già prostrato diviene tratto del carattere che contiene il desiderio di rivalsa e vendetta, che contiene rancore. Meglio allora soporiferizzare.

Saranno sfruttati, quando non artatamente messi in scena, scandali, arresti, vittorie dei diseredati, buonismi, attentati e virus, per dimostrare quanto anche loro debbano avere le loro soddisfazioni, affinché il controllo raggiunga il suo scopo di annullare i problemi. Troppe persone, troppa informazione, troppo individualismo, troppa disgregazione, una sola miccia.

Meglio fare attenzione.