Il mitomane contemporaneo. Quando i media conquistano potere politico
di Mario Rodriguez - 20/08/2026

Fonte: Il Riformista
La vicenda Lavitola-Ranucci per il suo carattere paradossale suggerisce una domanda: dove si pensa che risieda oggi il potere?
Una volta certi comportamenti un po’ mitomani si definivano sarcasticamente napoleonici perché nell’immaginario collettivo il córso rappresentava la forma estrema del potere: comandare eserciti, conquistare territori, piegare Stati. A me non pare interessante stabilire quanto fossero realisticamente raggiungibili gli obiettivi attribuiti a Lavitola. Quello che è interessante è come pensava di ottenerli.
Sigfrido Ranucci, molto più di un conduttore
Il personaggio da utilizzare, condizionare o manovrare non è un ministro, il segretario di un partito, un generale, un miliardario. È un giornalista televisivo. E non un giornalista qualsiasi: Sigfrido Ranucci, diventato attraverso Report qualcosa di più del conduttore di una trasmissione di successo, una figura simbolica dell’ecosistema televisivo e social, una sorta di autorità morale capace, anche senza spada, di separare il bene dal male. Ciò non dimostra che i media abbiano conquistato il potere politico, ma mostra quanto sia diventato plausibile immaginare che per esercitare potere politico occorra conquistare chi conquista l’attenzione. Che i media esercitino un potere non è una novità. Da più di un secolo parliamo, non a caso, di «quarto potere». La novità sta forse nella trasformazione della risorsa sulla quale quel potere si fonda.
Quando i media conquistano potere politico
La televisione misurava l’audience, i giornali le copie vendute. I social hanno reso quella forza continuamente visibile: follower, visualizzazioni, like, condivisioni, commenti. Intorno a una trasmissione televisiva si forma così un circuito molto più ampio della sua audience. Un’inchiesta genera anticipazioni, frammenti, polemiche, rilanci, indignazione, solidarietà, attacchi, tweet, post, like. La trasmissione finisce, la sua circolazione sociale continua. Nello spazio pubblico non discutiamo dei fatti in sé, ma di fatti selezionati e del modo in cui vengono rappresentati: è attraverso questo meccanismo che, in larga misura, conosciamo la realtà sociale. Si forma così, accanto al circuito classico della democrazia rappresentativa, un secondo circuito. Nel primo i cittadini votano, scelgono rappresentanti e questi assumono decisioni delle quali dovranno rispondere. Nel secondo la selezione e il racconto producono attenzione, l’attenzione visibilità, la visibilità rilevanza, la rilevanza pressione e la pressione produce conseguenze politiche.
Non sono voti, ma ci assomigliano
Naturalmente i due circuiti non sono equivalenti. Un giornalista non approva leggi, non nomina ministri, non emette sentenze. Ma può contribuire a determinare ciò di cui ministri, parlamentari, magistrati e partiti saranno costretti a occuparsi. Può rendere pubblicamente rilevante qualcosa che fino al giorno prima non lo era. Può modificare reputazioni e quindi rapporti di forza. Il potere mediatico non comincia quando persuade qualcuno: comincia prima, quando qualcosa viene selezionato come degno di attenzione. È un potere particolare perché non possiede una procedura formale di legittimazione. Il parlamentare può richiamarsi ai voti ricevuti. Il giornalista, l’influencer, il protagonista dei social possono richiamarsi all’attenzione ottenuta. E qui nasce un’ambiguità: audience, follower e visualizzazioni certificano popolarità, non necessariamente rappresentatività e certamente non verità. Non sono voti, anche se qualche volta finiscono per assomigliargli. Eppure, producono conseguenze.
Una nuova forma di potere
Il problema non è allora vivere la vicenda Lavitola-Ranucci come un sintomo dell’eccessivo potere dei media né, tanto meno, auspicare media più deboli. Una democrazia senza un giornalismo watchdog, capace di controllare governo, partiti, imprese e istituzioni, sarebbe una democrazia più debole. Il problema è riconoscere che quel controllo è diventato esso stesso una forma di potere e chiedersi quali equilibri, responsabilità e contrappesi richieda. Continuare a pensare il sistema democratico soltanto attraverso i poteri formalmente istituiti rischia di farci perdere proprio quelli che stanno crescendo fuori da essi. Forse per questo persino una vicenda abbastanza stravagante può dirci qualcosa. Il mitomane contemporaneo non sogna più di conquistare lo Stato; sogna di conquistare chi conquista l’attenzione.
