Sciogliendo le briglie al caos
di Filippo Bovo - 18/03/2026

Fonte: Filippo Bovo
Secondo Majed al-Ansari, consigliere del primo ministro e portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, l'attacco israeliano al sito gasiero iraniano South Pars, che copre 2/3 della produzione nazionale ed è un'estensione del giacimento North Field qatarino, rappresenta "un passo pericoloso ed irresponsabile nel contesto dell'attuale escalation militare regionale". Questo perché "prendere di mira le infrastrutture energetiche costituisce una minaccia alla sicurezza energetica globale, nonché alle popolazioni della regione e al suo ambiente". Che abbia ragione è un fatto indubbio: colpire gli impianti energetici è sempre stata materia piuttosto delicata in questo conflitto, perché ad azione segue reazione, ovvero si va a fomentare un'escalation difficile poi da arrestare. Quando Israele colpì le raffinerie di Teheran, la reazione iraniana sui siti regionali e soprattutto israeliani, a partire dalle raffinerie e dal porto di Haifa, fu immediata e tale da bloccare ulteriori spirali di guerra. Mentre gli Stati Uniti, che avevano già sconsigliato Israele d'agire in tal senso e non erano stati ascoltati, s'infuriarono col governo di Tel Aviv, visto che tale mossa andava ulteriormente a pregiudicare i loro già malconci rapporti con gli alleati regionali, paesi del Golfo per primi; oltre a quelli coi grandi "interlocutori" globali, come Cina, Russia, India, che gli avrebbero presentato, ciascuno per propria parte, un conto assai salato; o ancora i mercati, che li avrebbero ugualmente messi alla graticola.
Ma ora queste colonne d'Ercole, giacimenti, raffinerie e depositi d'energia, sono state nuovamente oltrepassate, e la reazione non tarderà a farsi sentire. Se i mercati, di per sé, già s'agitano al solo rischio di pozzi ed impianti fermi, nel momento in cui se li vedono davvero compromessi, con relative catene di forniture bloccate insieme a tutte le loro commodities (non solo petrolio e gas, ma anche urea, zolfo, potassio, fosfati, ammoniaca, fertilizzanti, ecc), vanno letteralmente fuori di testa. Impianti gasieri, petroliferi e petrolchimici in tutta la regione potranno essere colpiti dall'Iran per ritorsione, e tra i primi obiettivi indicati spiccano nomi illustri come le raffinerie SAMREF e l'impianto petrolchimico di Jubail in Arabia Saudita, gli analoghi impianti di Ras Laffan e Mesaieed in Qatar o ancora il giacimento gasiero di Al Hosn negli EAU, oltre ovviamente ai giacimenti israeliani Leviathan e Tamar. Ciò che ne deriverà, in termini di conseguenze economiche, ce lo possiamo facilmente immaginare. Se per il petrolio sono soprattutto i paesi asiatici come Giappone, Sud Corea, Singapore e Taiwan, già oggi alle prese con scorte quasi in riserva, a dipendere dal Golfo, per il gas siamo invece proprio noi europei a farvi affidamento.
Oltre a qualche altro paese come l'India, che dipende fortemente dal GNL estratto nella regione ma che, avendo assunto in principio una linea dichiaratamente filo-israeliana nel conflitto (come da episodio della nave iraniana IRIS Dena e da dichiarazioni del ministro degli esteri indiano Jaishankar, o ancora viaggio di Modi in Israele del 24-26 febbraio scorsi, due giorni prima dell'attacco all'Iran, dove con Netanyahu non avrà certo parlato solo di cooperazioni o di IMEC), si vede oggi obbligato a compere una cauta ma umiliante retromarcia, andando ad elemosinare il "perdono" a Teheran. Per il momento, pare che gli iraniani siano stati magnanimi: nello Stretto di Hormuz, nel tratto non minato e transitabile, limitrofo alle coste iraniane, due petroliere indiane sono potute passare, ma a patto di pagare il "contenuto" in yuan. Anche due petroliere pakistane sono passate con la medesima formula, con altri paesi come la Turchia che nel frattempo trattano con Teheran per farlo a loro volta. Poi, ovviamente, si registra pure un traffico intermittente tra petroliere cinesi ed iraniane, quest'ultime alla volta della Cina, sempre con petrolio e gas in yuan.
Per Teheran, dunque, la guerra economica passa anche attraverso quella al petrodollaro, e l'imposizione de facto del nuovo standard del petroyuan per circolare nello Stretto ne è una chiara prova. Chi vuol comprare energia nella regione prende nota, e così pure chi la vuole vendere: un messaggio forte e chiaro sia per i consumatori che per i produttori locali, paesi del Golfo per primi (che per quanto infuriati con Teheran e i suoi lanci, ugualmente lo sono con Israele e gli Stati Uniti, che li hanno traditi e trasformati, attaccando l'Iran, in un campo di battaglia per una guerra che non è la loro). Sarà forse anche per questo se, guarda caso, ora gli impianti energetici non sono più "colonne d'Ercole" invalicabili, per gli Stati Uniti, ma al contrario obiettivi legittimamente attaccabili, facilitando così un'ulteriore reazione iraniana e una relativa escalation capace di coinvolgere ancor più i paesi del Golfo? Ovvero per boicottare l'affermazione del nuovo standard del petroyuan, difendo quello morente del petrodollaro?
Dopotutto, con la portaerei Lincoln rifugiata nell'Oceano Indiano, a mille km dalle acque iraniane, e la Ford diretta verso Creta, per via dei boicottaggi e degli ammutinamenti degli equipaggi, non sembra molto credibile che Washington possa riaprire lo Stretto e scortare le petroliere. Mentre la USS Tripoli, convocata con 2500 Marines e 2500 militari della US Navy per una possibile presa di Kharg, per il momento ha appena passato Singapore e non arriverà prima di una settimana. Dunque, dinanzi alla sua impotenza, chi sin qui è stato la vetta del vecchio sistema unipolare ormai collassante sotto i nostri occhi, reagisce nuovamente sciogliendo le briglie al caos. Guerra al petroyuan compresa.
