Meglio anarchici che allineati
di Marcello Veneziani - 31/08/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Un lettore mi scrive e mi chiede perché mi occupo sempre meno di politica e di cultura politica. Non è il solo a chiedermelo. È vero, trovo sempre meno interessante occuparsene; la politica ormai dice poco e niente sulla vita, sul mondo, non cambia le cose, e le forze che si alternano al potere sono destinate a restare più o meno dentro la stessa cornice. Meglio occuparsi d’altro. Dunque, sei un anarchico di destra, un anarchico conservatore? A malincuore rispondo: e sia.
Il nome è tremendo. Anarchia. Ribelle, insubordinata, ammutinata, caotica, individualista. Nel grembo nero dell’anarchia si rifugiano gli irregolari, gli impolitici, gli antipolitici; i refrattari radicali, per indole, cultura ed esperienza. Gli scontenti senza vie d’uscita. È il fascino proibito dell’anarchia, di cui pure ho sempre diffidato: non solo per aver conosciuto gli anarchici e il loro idealismo fanatico, distruttivo e autodistruttivo; ma anche perché l’anarchia stride col principio dell’essere, dell’ordine, dell’armonia, della bellezza e del limite, di Dio e della natura in cui mi riconosco. L’anarchia è un pensiero di negazione. Non ho mai amato chi si definiva anarchico, anche se serbavo un certo riguardo per alcuni anarchici che pagarono sulla loro pelle la loro passione ideale e la loro inimicizia eroica contro il potere. Ma non mi sono mai riconosciuto nel pensiero e nell’opera degli anarchici, da Bakunin a Stirner, per non dire dei succedanei nostrani. E continuo a detestare sull’altro versante gli anarco-capitalisti, che vogliono abbattere lo Stato per lasciare mano libera al mercato.
In passato deploravo, ma con indulgenza, pure gli anarchici conservatori, o anarchici di destra, etichetta rivendicata o affibbiata a personaggi ribelli, inclassificabili, a “Dio spiacente e a li nimici sui”: come Prezzolini, Longanesi o Montanelli, che furono anarco-borghesi, ma soprattutto gli antiborghesi Céline, Cau, Jünger, che preferiva definirsi anarca per non confondersi con gli anarchici comunemente intesi. Vi furono, anche anarchici reazionari, in un panorama largo che va – solo per restare ai più vicini al nostro tempo – dal nichilista cinico Cioran al reazionario cattolico Gomez Dàvila. Anche Julius Evola nei primi anni sessanta costeggiò l’anarchia di destra, distinguendola dalla tendenza anarco-beat poi sfociata nel ‘68. Spesso quel che ci ostiniamo a definire “cultura di destra” era in realtà un campo selvatico di anarchici, irriducibili a gruppi, a volte ammaliati da un’esperienza o un regime, ma rimasti in fondo fedeli alla loro indipendenza. Ma l’anarchia non riguarda solo alcune eccellenze indipendenti: l’anarchia è nell’indole degli italiani, insieme alla monarchia: a volte si combinano quando il regno si restringe a se stessi.
Col passare del tempo, con le esperienze della vita e il disincanto totale verso la politica politicante, ho maturato quella scelta: se proprio devo definirmi sul piano politico-civile, la definizione che oggi sento meno lontana è quella di anarchico, che pure detesto sul piano dei principi. Ma esplicito un’insofferenza covata da anni e ormai evidente da lungo tempo. Scelgo l’anarchia, il non voto e la non appartenenza, il disimpegno radicale e la distanza di sicurezza da ogni aggregazione, di cui vedo la veloce parabola e il rapido snaturamento.
Disto anni luce da queste destre come dalle sinistre e da ogni altra collocazione politica. E non riesco a ravvisare una graduazione tra le sponde. Anarchico, cioè fuori da quegli schemi. Conoscendo me, le mie idee, la mia provenienza, qualcuno corregge in anarchico conservatore o anarchico di destra; se riferito ai principi, per quel che valgono ancora (quasi niente su strada), potrei starci. Ma il sostantivo è anarchia, almeno relativamente agli scenari pubblici e politici (non andiamo oltre). Anarchico impolitico, indipendente.
Non sono in pochi a condividere questa visione e questa delusione, c’è uno spirito anarchico trasversale assai diffuso, anche se molti non vogliono ammettere di definirsi anarchici avendo davanti agli occhi gli anarco-insurrezionalisti o i black-block, che ripugnano anche a me. Alla fine alcuni si lasciano prendere dal falso e facile meccanismo delle appartenenze e delle avversioni. Dopo aver vanamente provato a ragionare con la logica realista del male minore, meglio questi che quelli, o questi fanno poco e male ma se arrivano quelli è peggio, mi sono accorto che non è così, la politica è così impotente, priva di motivazioni e di capaci interpreti che non riesce a migliorare e nemmeno a peggiorare le cose, al più lascia che si deteriorino per decorso spontaneo e involuzione naturale.
Mi riconosco appieno nella congregazione degli apoti, di coloro che non le bevono, che il disincantato Giuseppe Prezzolini contrappose nel 1922 all’idealista Piero Gobetti ma anche al nascente fascismo. Prefigurava un movimento asociale e apolitico di individualisti impenitenti, una congrega destinata all’autoscioglimento per non cadere negli stessi vizi degli altri movimenti.
Per me che sono un fautore della comunità è l’ammissione di una sconfitta o lo spostamento dello spirito comunitario in ambiti non elettivi e politici, bensì affettivi, naturali e prepolitici (la famiglia, il paese, gli amici, le comunità tradizionali o religiose). Ma così è, non posso fare altrimenti: se volete, è anche una rivolta contro la politica.
